GRECIA: L’EUROPA SI FA DA PARTE …E NIENTE POTRA’ PIU’ FERMARLA


DI AMBROSE EVANS-PRITCHARD
telegraph.co.uk

Il Primo Ministro Alexis Tsipras non si aspettava di vincere il referendum di Domenica scorsa. Ora è intrappolato nel suo stesso successo e si dirige rapidamente verso il Grexit. Il popolo ha finalmente emesso un urlo primordiale, dipingendosi con i colori di guerra e formando di nuovo la falange oplita. Tuttavia, se la Grecia è in subbuglio, lo è anche l’Europa. I tedeschi sono già andati oltre il Grexit, e stanno discutendo i piani per gli aiuti umanitari e per il sostegno alla nuova dracma. Sarebbero immensi i danni apportati al “progetto politico europeo” e alla Nato, se la Grecia fosse gettata ai lupi, contro la strenua opposizione di Francia, Italia e Stati Uniti.

Come una tragedia di Euripide, la lunga lotta tra la Grecia ed i paesi creditori europei sta giungendo ad una fine catastrofica, che nessuno aveva previsto, cui nessuno sembra in grado di poter sfuggire, e che minaccia di distruggere l’ordine europeo.

Il Premier greco Alexis Tsipras non si aspettava di vincere il referendum indetto Domenica scorsa sui termini del bail-out proposto dall’UEM, e tanto meno di dover presiedere ad un’ardente rivolta nazionale contro il controllo straniero.

Aveva indetto alla svelta il referendum, con l’aspettativa e l’intenzione di perderlo. Il piano era quello di dare il via ai combattimenti, salvo accettare un’onorevole sconfitta e consegnare le chiavi di “Palazzo Maximos” [sede del Governo], lasciando ad altri l’attuazione dell’ultimatum del 25 Giugno, denunciandone poi l’obbrobrio.

Questo ultimatum è stato uno shock per i membri del Consiglio dei Ministri greco. Pensavano di essere sul punto di raggiungere un accordo, per quanto brutto esso fosse. Il Sig. Tsipras aveva già deciso di acconsentire alle richieste di austerità, riconoscendo che Syriza non era riuscita a coinvolgere il cartello dei paesi debitori del sud dell’Unione Monetaria, e che aveva gravemente mal giudicato l’umore di tutta l’Eurozona.

Hanno dovuto confrontarsi, invece, con una proposta in cui i creditori avevano alzato la posta, chiedendo un aumento dell’IVA sugli hotels turistici, dal 7 (de facto) al 23% in un colpo solo.

I creditori insistevano per ulteriori tagli alle pensioni, pari all’1% del PIL entro il prossimo anno, e per eliminare l’assistenza sociale [EKAS] per i pensionati più poveri, anche se le pensioni erano già state tagliate del 44%.

Insistevano anche per un’ulteriore stretta fiscale, pari al 2% del PIL, in un’economia afflitta dai sei anni di depressione e da un’isteresi devastante [scolasticamente, la caratteristica di un sistema di reagire in ritardo sia alle sollecitazioni applicate al momento che a quelle precedenti]. Non hanno offerto alcuna riduzione del debito.

Dietro le quinte, gli europei sono intervenuti per eliminare un rapporto del FMI che convalidava l’affermazione della Grecia che il suo debito era “insostenibile”, concludendo che il paese aveva bisogno non solo di un haircut del 30% [lo sconto rispetto al valore di un’attività reale o finanziaria data in garanzia, richiesto dal creditore a protezione del rischio di una minusvalenza dell’attività stessa], ma anche di 52 miliardi di denaro fresco per trovare una via d’uscita alla crisi.

Hanno rifiutato il piano proposto dalla Grecia per una collaborazione con l’OCSE sulle riforme del mercato, e con l’”Organizzazione Internazionale del Lavoro” per le leggi sulla contrattazione collettiva. Hanno bloccato rigidamente il loro copione, rifiutando di riconoscere in alcun modo che le loro prescrizioni dickensiane erano state screditate dagli economisti di tutto il mondo.

E così i leaders di Syriza hanno indetto il referendum. Con loro grande costernazione lo hanno vinto, accendendo la grande rivolta greca del 2015, con il popolo che ha finalmente emesso un urlo primordiale, dipingendosi con i colori di guerra e formando di nuovo la falange oplita [https://it.wikipedia.org/wiki/Oplita].

Il Sig. Tsipras è ora intrappolato nel suo stesso successo. “Il referendum ha una sua propria dinamica. La gente si ribellerà, se egli dovesse tornare da Bruxelles con un compromesso scadente”, ha detto Costas Lapavitsas, un Ministro di Syriza.

Domenica notte, quella che avrebbe dovuto essere una festa si è trasformata in una veglia funebre. Il Sig. Tsipras era depresso, sezionava tutti gli errori che Syriza aveva fatto da quando aveva assunto il potere, nello scorso mese di Gennaio, ed è andato avanti con quest’analisi fino alle prime ore del mattino.
Il Primo Ministro avrebbe detto, così è stato riferito, che era giunto il momento di scegliere … o farsi forte del voto a valanga e portare la lotta all’interno dell’Eurogruppo, o cedere alle richieste dei creditori – offrendo le dimissioni del volatile Sig. Varoufakis, come segno di buona fede [http://www.telegraph.co.uk/finance/economics/11720907/Greece-creditors-will-gain-nothing-from-toppling-Europe-lover-Yanis-Varoufakis.html].

Tutti sapevano quello che uno scontro a viso aperto avrebbe significato. Il Consiglio dei Ministri ne aveva discusso i dettagli una settimana prima, nell’ambito di una drammatica riunione, dopo che la BCE aveva rifiutato di aumentare la liquidità ELA per il sistema bancario greco, costringendo Syriza ad imporre il controllo dei capitali.

Era un piano impostato su tre livelli.

Avrebbero “requisito” la Banca di Grecia [BOG] e licenziato il Governatore, nell’ambito della legislazione nazionale di emergenza. Sarebbero stati sequestrati i 17 miliardi di riserve che stimavano fossero ancora nascosti nei vari rami della BOG.
Avrebbero emesso liquidità in “stile californiano”, ovvero dei pagherò denominati in euro per tenere a galla il sistema bancario, appellandosi alla Corte di giustizia delle Comunità Europea per affermarne la legalità, riaffermando al contempo il pieno diritto della Grecia a far parte dell’Eurozona. Se i creditori, poi, avessero deciso di forzare il Grexit, essi – e non la Grecia – si sarebbero trovati ad aver agito illegalmente, con implicazioni di responsabilità civile [tort contracts] a Londra, New York, e persino Francoforte.
Avrebbero imposto, infine, un haircut pari a 27 miliardi di euro sui titoli greci detenuti dalla BCE a garanzia dei prestiti, da alcuni ritenuti un “debito odioso” [https://it.wikipedia.org/wiki/Debito_odioso], perché erano stati concessi dalla BCE, in origine, per salvare le banche francesi e tedesche [e non la Grecia], prevenendo in questo modo una ristrutturazione del debito che altrimenti sarebbe stato fatta direttamente dal mercato.
“Stanno cercando di strangolarci per poterci infine sottomettere, e questo è il modo in cui noi reagiremo”, ha detto un Ministro. Il Sig. Tsipras ha respinto quel piano, era troppo pericoloso. Ma, una settimana più tardi, è esattamente quello che potrebbe essere costretto a fare, a meno che non preferisca accettare un ritorno forzato alla dracma.

Per 36 ore Syriza si è trovata nel caos più totale. Martedì scorso i greci hanno chiesto di tenere a Bruxelles un vertice al livello di “prendere o lasciare”, senza alcun piano preconfezionato – anche se la Germania e i suoi alleati hanno avvertito, fin dall’inizio, che questa è l’ultima possibilità per evitare l’espulsione.

Il nuovo Ministro delle Finanze, Euclide Tsakalotos, si è vagamente offerto di portare “qualcosa”, Mercoledì prossimo. Quasi certamente una versione “aggiustata” del piano che i creditori hanno già respinto.

Gli eventi sono ormai fuori controllo. Le banche restano chiuse. La BCE ha mantenuto il suo “congelamento della liquidità” e, attraverso la sua inazione, sta asfissiando il sistema bancario.

Le fabbriche stanno chiudendo in tutto il paese, man mano che le scorte di materie prime si esauriscono e che i containers intasano i porti greci, [non vengono scaricati] perché le aziende greche non possono pagare i loro fornitori, conseguentemente al blocco dei pagamenti esterni. Stanno cominciando a comparire delle valute provvisorie private [scrip currency, https://en.wikipedia.org/wiki/Scrip%5D, man mano che le imprese sono costrette a far ricorso a forme di semi-baratto al di fuori del sistema bancario.

Tuttavia, se la Grecia è in subbuglio, lo è anche l’Europa. L’intera leadership dell’Eurozona ha avvertito, prima del referendum, che un “No” avrebbe comportato l’espulsione dall’UME, mai supponendo che avrebbe dovuto affrontare proprio questo.

Jean-Claude Juncker, Presidente della Commissione Europea, ha avuto l’intelligenza, almeno, di ritrattare: “Dobbiamo mettere da parte i nostri piccoli egoismi, che nel mio caso è decisamente grande, e affrontare la situazione che abbiamo di fronte”.

Il Primo Ministro francese Manuel Valls ha detto che il più grande imperativo strategico è quello d’impedire il Grexit e la rottura dell’Unione Monetaria: “Non possiamo permettere che la Grecia lasci l’Eurozona. Nessuno può dire, oggi, quali potrebbero essere le conseguenze politiche e le reazioni del popolo greco”.

I leaders francesi stanno lavorando di concerto con la Casa Bianca. Washington sta intervenendo con il suo immenso potere diplomatico, chiedendo apertamente che l’Unione Europea “metta il debito greco su un percorso di sostenibilità” e risolva il problema una volta per tutte.

La spinta franco-americana è sostenuta dall’Italia di Matteo Renzi, il quale ha detto che l’Eurozona deve ricominciare da capo e ripensare la sua “dottrina dell’austerità”, dopo la rivolta democratica in Grecia. Anche il Sig. Renzi appoggia, ora, una riduzione del debito greco.

Tuttavia, quindici dei diciotto governi che devono esprimere un giudizio sulla Grecia, o supportano la posizione intransigente della Germania, o spingono per il Grexit. I tedeschi sono già andati oltre, e stanno discutendo i piani per gli aiuti umanitari e per il sostegno alla bilancia dei pagamenti e alla dracma.

Mark Rutte, il premier olandese, parlando a nome di molti altri, ha detto che l’Eurozona deve sostenere la disciplina [di bilancio], quali che siano le conseguenze finanziarie: “Oggi sono qui, su questo tavolo, per garantire che l’integrità, la coesione ed i principi alla base della moneta unica siano protetti. Spetta al Governo greco presentare delle proposte che siano di vasta portata. Se non dovesse farlo, allora penso che questa situazione debba finire in fretta”.

Le due parti [UE e Grecia] stanno parlando una accanto all’altra, aggrappandosi a narrazioni molto radicate, non più disposte a mettere in discussione i propri assunti. Il risultato potrebbe essere decisamente costoso. La RBS, come conseguenza di un default greco, ha quantificato in 227 miliardi le perdite finanziarie dell’Eurozona, rispetto ai 140 miliardi di una ristrutturazione del debito in stile FMI.

Ma questo è solo un dettaglio rispetto ai danni che sarebbero apportati al “progetto politico europeo” e alla Nato, se la Grecia fosse gettata ai lupi, contro la strenua opposizione di Francia, Italia e Stati Uniti.

E’ difficile immaginare cosa resterebbe del “condominio” franco-tedesco. Washington, disgustata, potrebbe cominciare a voltare le spalle alla Nato, lasciando che la Germania e gli Stati baltici si difendano da soli contro la Russia di Vladimir Putin. Una punizione adeguata per l’incredibile mancanza di visione strategica nei riguardi della Grecia.

Il Sig. Lapavitsas ha detto che è in gioco la sopravvivenza stessa dell’Europa come forza di civilizzazione nel mondo: “L’Europa non ha mostrato molta saggezza nel corso dell’ultimo secolo. Ha lanciato due Guerre Mondiali e ha dovuto essere salvata dagli americani”.

E ha concluso: “Con la creazione dell’Unione Monetaria l’Unione Europea ha agito con molta stoltezza, creando un tale disastro da mettere in dubbio la sua stessa esistenza. Ma questa volta non ci sarà salvezza. L’Europa è all’ultimo tiro di dadi”.
Ambrose Evans-Pritchard
Fonte: www.telegraph.co.uk
Scelto e Tradotto per www.comedonchisciotte.org da FRANCO

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