Un piccolo bignami del grande disegno massonico

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EUGENIO SCALFARI

Federico Dezzani

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Ci si avvicina al finale di partita in Europa, man mano che le piazze finanziarie anglosassoni, gonfiate da anni di denaro a tassi a zero, scricchiolano sotto il peso del rallentamento dell’economia globale e della deflazione strisciante: le probabilità di sopravvivenze della moneta unica nel nuovo contesto macroeconomico sono vicine allo zero, per le stesse ragioni per cui gold standard non sopravvisse al Grande Crollo del 1929. Capita così che le élite euro-atlantiche giochino a carte scoperte, svelando strategie, sogni ed ambizioni che stanno per schiantarsi contro il muro della realtà: tipico a questo proposito è l’editoriale di Eugenio Scalfari, un prezioso, piccolo, bignami del grande disegno massonico sottostate all’Unione Europea.

Il Fondatore de La Repubblica, una grande firma dei poteri anglofoni

Non è nostra abitudine cimentarsi in editoriali domenicali, attività cui si dedicano d’abitudine le grandi firme del giornalismo in pensione: complice la giornata piovosa, oggi facciamo un’eccezione, giustificata dall’esserci imbattuti in piccolo capolavoro, una “summa” dell’intero pensiero massonico-finanziario sottostante all’integrazione europea. Lo studio di queste poche righe è più edificante che la lettura di una decina di libri sul gruppo Bilderberg. Ci riferiamo all’editoriale di Eugenio Scalfari, dal titolo “Ma Renzi vuole un ministro del Tesoro europeo?”, apparso su La Repubblica di domenica 7 febbraio.

A dire il vero l’articolo di Eugenio Scalfari non è episodio isolato, un fortuito disvelamento delle strategie massonico-finanziarie dettato dalla tendenza delle persone in avanti con l’età a parlare senza più peli sulla lingua. Coincide piuttosto con la propensione a giocare a carte scoperte, a forzare grossolanamente la partita, abbandonando il linguaggio ermetico e le allusioni da iniziati degli anni d’oro: finita l’epoca in cui le oligarchie euro-atlantiche si incontravano segretamente in qualche resort sulle alpi bavaresi o svizzere, dove erano prese decisioni intuibili solo ex-post, oggi, che si respira aria di fine impero, capita di leggere sul giornale le strategie del potere, ma hanno più il sapore del rimpianto che della determinazione.

Come non capire, d’altra parte, le preoccupazione delle oligarchie euro-atlantiche?

Il loro più valido agente, la cancelliera tedesca Angela Dorothea Kasner, in arte “Merkel”, è stata bruciata in un’operazione, quella delle porte aperte agli immigrati, che, concepita per genere maggiore integrazione europea (sottraendo obtorto collo altra sovranità agli Stati, obbligandoli ad accettare la distribuzione pro-quota degli immigrati) si è trasformata in una lacerante crisi, che ha allargato, anziché ridurre, le fratture all’interno della UE. Le nazioni dell’Est europeo si rifiutano categoricamente di accollarsi migliaia di rifugiati ed il tentativo di allentare l’austerità teutonica con la crisi dei rifugiati si è schiantato contro i “nein” di Berlino. La preziosissima Angie, la cancelliera che ha fatto ingoiare le sanzioni alla Russia al resto della UE, la stessa che nell’estate del 2015 è riuscita ad evitare per il rotto della cuffia l’espulsione di Atene dall’euro/NATO, naviga oggi in pessima acque: “Merkel’s Last Stand? Chancellor Running Out of Time on Refugee Issue1 si legge sulla versione inglese di Der Spiegel, evidenziando come il “merkelismo” sia agli sgoccioli.

Non va meglio sul versante macroeconomico, dove si assiste al paradosso per cui il governatore della BCE, lo stesso venerabile Mario Draghi che calpesta da decenni le più segrete ed ovattate stanze del potere massonico-finanziario anglofono, punti il dito “contro le forze nell’economia globale che concorrono per tenere bassa l’inflazione2: ma non sa l’ex-vicepresidente di Goldman Sachs International che i suoi mentori sono ossessionati dalla deflazione, che aumenta il valore dei capitali finanziari e deprime quelli dei beni reali? Già negli anni ’20 del secolo scorso, la maniacale lotta all’inflazione (affiancata, come oggi, da una politica monetaria accomodante e dalle borse in bolla), portò prima al crack borsistico del 1929 e poi al progressivo smantellamento del gold standard (la Gran Bretagna esce nel 1931): sono alte le probabilità che l’euro, riproposizione moderna del sistema aureo, segue le stesse sorti, dissolvendosi alla prossima ondata ribassista delle piazze finanziarie.

La UE, in sostanza, non è l’epicentro di una sola tempesta, ma di due o tre contemporaneamente (se si aggiunge anche lo sfaldamento del quadro politico) ed i suoi destini sembrano segnati: come è costretto ad ammettere sconsolato lo speculatore George Soros, che tanto aveva investito sull’integrazione europea, “The EU is on the verge of collapse3.

Capita così che sulla Repubblica si legga l’editoriale di Eugenio Scalfari che, come un fiume in piena, descrive tutti meccanismi e gli ingranaggi del processo di integrazione europea, lanciando un disperato appello (fuori tempo massimo, aggiungiamo) all’ulteriore cessione di sovranità nazionale. Si invoca la nascita di un Tesoro Europeo, primo e decisivo passo verso gli Stati Uniti d’Europa (si legga a questo proposito l’articolo “Dalla crisi dell’euro nasceranno gli Stati Uniti d’Europa à la Hamilton4 apparso nel 2012 a firma dello storico americano Niall Ferguson).

Ne esce un articolo che è un conciso e prezioso compendio delle ambizioni delle oligarchie finanziarie anglofone: superamento delle nazioni, dissolvimento degli Stati in organismi sovranazionali, meticciato delle genti e delle culture e, dulcis in fundo, una moneta mondiale.

Sono le classiche idee che i personaggi come Scalfari ascoltano nelle esclusive cene riservati ai “formatori di opinione pubblica” ed “illuminati” vari e poi si prodigano a diffondere attraverso i media. Scalfari è in buona compagnia ed un altro personaggio cooptato da questi circoli deve essere, ad esempio, Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, che nell’aprile del 2015 se ne uscì con l’enigmatica affermazione:“il mio orizzonte è la società multiculturale, che procura problemi che vanno risolti. A me piace l’Europa, la moneta unica. Io vorrei una moneta unica mondiale.5

Prima di analizzare l’editoriale, soffermiamoci un attimo sulla figura di Eugenio Scalfari. Chi è il celebre “Fondatore” di La Repubblica?

Classe 1924, intellettuale di spicco già sotto il Regime, tanto da duellare nel dicembre 1942 dalle colonne di “Roma Fascista” nientemeno che con il ras Roberto Farinacci, per un battibecco sull’andazzo preso dal partito, Scalfari è uno dei tanti intellettuali ingaggiati dagli angloamericani nell’immediato dopoguerra, per arginare lo strapotere intellettuale dei comunisti e contenerne l’influenza politica.

Nel 1950 diventa collaboratore del settimanale Il Mondo di Mario Pannunzio (membro insieme ad Ignazio Silone, Nicola Chiaramonte e Adriano Olivetti del Congress for Cultural Freedom, finanziato dalla CIA6) e nel 1955 partecipa alla fondazione del Partito Radicale, insieme ad altri illustri liberali, come Marco Pannella, tutti rigorosamente anglofili.

Sempre nel 1955, grazie al decisivo supporto finanziario di Adriano Olivetti (collaboratore dei servizi segreti inglesi già durante la guerra), Eugenio Scalfari si lancia nell’avventura del settimane l’Espresso, affiancato presto da Carlo Caracciolo, rampollo di un altro casato intimo dei migliori salotti di Londra e della East Coast. La politica de l’Espresso è, non a caso, plasmata secondo gli interessi angloamericani e, come Indro Montanelli ed il Corriere delle Sera erano stati strenui oppositori di Enrico Mattei e della sua spregiudicata (e vincente) politica terzomondista, così il nuovo settimanale di Scalfari è un inflessibile censore del colosso petrolifero italiano, guidato ora da Eugenio Cefis e protagonista, dalla Libia all’Indonesia, di un aggressivo attivismo che disturba Londra e Washington.

Nel 1976, lo stesso anno delle elezioni che sanciscono il sostanziale pareggio tra la DC ed il PCI, Eugenio Scalfari fonda La Repubblica, coll’obbiettivo di creare una testata giornalistica per incalzare i comunisti “da sinistra” e traghettarli dai porti sovietici a quelli angloamericani: il successo è tale che il quotidiano diventa col tempo una vera e propria testata-partito che, dallo scandalo Enimont per cancellare la Prima Repubblica allo scandalo Ruby per spodestare Silvio Berlusconi, agisce sempre in ossequio agli interessi di Londra e Washington.

Man mano la quota de La Repubblica in mano a Scalfari si assottiglia e, già negli anni ’80, l’azionista di maggioranza diventa l’ingegnere Carlo De Benedetti che, dallo smantellamento dell’Olivetti (in un certo momento all’avanguardia mondiale dell’informatica) alle privatizzazione degli anni ’90, ha anch’egli sempre avuto come stella polare gli interessi atlantici. Nell’attuale momento di crisi nera dell’editoria, si ventila un matrimonio tra lo storico quotidiano di Scalfari e La Stampa della famiglia Agnelli-Elkann (primi azionisti de The Economist), sigillando così un’alleanza tra due testate di stretta osservanza anglosassone.

Eugenio Scalfari è, in sostanza, un intellettuale di punta delle oligarchie anglofone e, coltivato sin dall’immediato dopoguerra, ha sempre combattuto tutte le battaglie sotto le loro insegne: la lotta al comunismo, la lotta all’ENI, la lotta alla DC dopo la fine della Guerra Fredda e la lotta al berlusconismo negli anni 2000.

A novant’anni Scalfari è ancora in campo e difende a spada tratta l’ultima, pericolante, conquista delle élite massonico-finanziarie: l’Unione Europea.

Il bignami dell’europeismo massonico

Il ghiotto compendio dell’europeismo di matrice massonico-finanziaria merita di essere vivisezionato e commentato passo per passo: è una vera summa dei disegni delle oligarchie anglofone, un capolavoro raggiungibile solo all’apice di un’epoca, seguita a ruota dalla decadenza e dalla dissoluzione della stessa, proprio come le summae di San Tommaso d’Aquino coincidono con la fine del Medio Evo.

Cominciamo l’analisi di “Ma Renzi vuole un ministro del Tesoro europeo”.

“Alcuni amici che hanno letto la mia intervista di venerdì con la presidente della Camera, Laura Boldrini, si sono stupiti (positivamente) della fiducia da lei riposta nella politica monetaria di Mario Draghi e di molte previste ripercussioni che potrà avere sull’auspicabile rafforzamento dell’unità dell’Europa. Ho avuto modo di parlare telefonicamente l’altro ieri con Draghi, siamo vecchi amici e di tanto in tanto ci sentiamo”.

Qui Scalfari allude all’intervista della settimana precedente a Laura Boldrini, dove la Presidente della Camera propugnava per l’ennesima volta la nascita dei massonici Stati Uniti d’Europa. Il Fondatore ci tiene a sottolineare che, lui, il venerabile Mario Draghi lo sente per telefono: fa ancora parte del giro che conta, sottolinea Scalfari.

“Del resto, a questo punto della situazione in Europa e nel resto del mondo, anche Draghi non ne fa più mistero. E la situazione è questa: non c’è più tempo, se si vuole impedire che la crisi economica in corso ormai da otto anni, cui si è aggiunta da oltre un anno una drammatica caduta della domanda nei paesi emergenti, bisogna agire con immediatezza.

La frase è monca (una svista nell’impaginazione), ma è una spia dell’apprensione per il rallentamento globale dell’economia, la deflazione strisciante e la debolezza strutturale dell’euro: sopravviverà la moneta unica alla prossima recessione, anticipata dal crollo delle borse? La risposta è lasciata in sospeso. Ci si sposta invece sul piano Kalergi, studiato per la sostituzione delle nazioni europee con popolazioni allogene, così da facilitarne l’assimilazione in entità sovranazionali:

“Il tasso demografico europeo è in netta diminuzione, particolarmente in Italia dove a metà del secolo in corso la “gens italica” sarà molto meno numerosa degli attuali 60 milioni di persone e più vecchia. La mobilità dei popoli da un continente all’altro: sembra un’emergenza dovuta alle guerre in corso e alla povertà insopportabile di alcune zone del mondo. Così sembra, ma non lo è, non passerà tra due o tre anni come molti sperano: è un movimento di interi popoli, che durerà a dir poco mezzo secolo e produrrà inevitabilmente un’integrazione di culture, di religioni e di sangue; un meticciato graduale ma inevitabile.”

Se l’ultima guerra mondiale l’avesse vinta l’Asse, Eugenio Scalfari scriverebbe oggi, a novant’anni suonati, sulla necessità di difendere la “razza italica” e le fertili famiglie con quattro o cinque figli: avendola vinta gli angloamericani, discetta invece sull’inevitabilità del meticciato di popoli e culturale, uno dei principi cardine dell’universalismo massonico. Come sempre i flussi migratori, generati dall’effetto congiunto di Primavere Arabe, guerre condotte da angloamericani ed israeliani contro Paesi arabi (Libia e Siria) e l’oculata diffusione dello Stato Islamico, sono presentati come “epocali” ed “inevitabili”. Le cause non si indagano: capitano e basta. Occorre preparasi a 20-50 anni di immigrazioni di massa, come se si fosse alle porte di un’ineluttabile era glaciale.

A questo punto, Scalfari fa un’altra virata e torna a discettare di finanza: occorre una moneta mondiale, come il “bancor” ideato negli anni ’40 dall’economista inglese John Maynard Keynes. Di Keynes è sufficiente dire che, anziché suggerire l’uscita dalla Grande Depressione con l’emissione di biglietti di Stato, così da finanziare opere pubbliche senza debiti per lo Stato, propose la spesa in deficit finanziata dall’emissione di obbligazioni, così da salvaguardare lo strozzinaggio della finanza privata ai danni della comunità:

“Questa riforma fu studiata dalla Commissione di Bretton Woods e sostenuta da Keynes, ma fu impedita dall’America che ravvisò nel dollaro la doppia funzione di moneta circolante e di punto di riferimento nei tassi di cambio di tutte le altre monete. Ma la società globale ormai in atto esige una appropriata riconsiderazione del “bancor” proposta più di settant’anni fa da Keynes.”

Nel passaggio successivo, il focus si sposta sull’impellente necessità, pena la disintegrazione dell’euro, di giungere all’unione fiscale dell’eurozona: un Tesoro comune che prelevi il gettito dalle zone più ricche (Germania e dintorni) e lo dirotti verso la periferia, in piena desertificazione demografica ed economica (Italia e dintorni). Si noti che nel discorso di Scalfari elettori, consultazioni democratiche ed eventuali referendum, non sono neppure citati: il metodo “Monnet” o “Schuman” prevede infatti che l’integrazione europea sia condotta da una ristretta oligarchia massonico-finanziaria a colpi di continue crisi, seguite a ruota da progressive sottrazioni di sovranità:

“Delle cause che hanno impedito il completo risultato desiderato, soprattutto per quanto riguarda il tasso di inflazione, abbiamo già riferito il pensiero di Draghi; ma la proposta essenziale e vorrei dire rivoluzionaria Draghi l’ha detta a Francoforte: ritiene indispensabile e quindi vuole la creazione d’un ministro del Tesoro unico, che sia l’interlocutore politico della Bce da lui guidata.

Si sottolinea come, un‘idea su cui battono spesso le oligarchie massoniche, la condivisione del debito sia il primo passo per la federazione dell’Europa: il modello è sempre il segretario del Tesoro Alexander Hamilton (1755-1804) che, consolidando i debiti dei singoli Stati confederati dopo la guerra d’indipendenza del 1776, pose le basi di un governo federale affiancato da una banca centrale. C’è un nutrita letteratura secondo cui Hamilton fosse un agente dei banchieri londinesi, interessati a mantenere lo stresso controllo sull’ex-colonia americana.

“Per rinnovare e rafforzare l’Europa come Renzi dice motivando in questo modo i suoi dissensi con Bruxelles, questa del Tesoro unico sarebbe la novità- principe anche perché apre la strada ad un’Europa federata e non più soltanto confederata”.

Scalfari ci ricorda che si può fare affidamento per la creazione del Tesoro unico europeo, non sulla classe dirigente tedesca, contro la quale si è stata scagliata la bomba dello scandalo Volkswagen e dell’immigrazione incontrollata, bensì sulla cancelliera Angela Merkel che, come abbiamo sottolineato nel nostro recente lavoro, è un alfiere delle oligarchie euro-atlantiche:

“Ma c’è un’ipotesi che mi permetto di formulare, può sembrare paradossale ma secondo me non lo è: forse non sarebbe ostacolato dalla Merkel. Tutti sappiamo che un’Europa federata si farà soltanto se la Germania si dichiarerà favorevole. È altrettanto chiaro che in un’Europa federata la Germania sarà la nazione di maggior rilievo, non per sempre ma certamente per un lungo periodo iniziale”.

Si è già abbondato l’agganciamento alla realtà per lanciarsi in voli pindarici: Scalfari, aedo delle oligarchie anglofone, sta già sognando ad occhi aperti. Non solo dimentica che l’establishment tedesco si oppone a qualsiasi condivisione del debito (vedi i “nein” agli eurobond ed alla garanzia comune sui depositi), ma sorvola pure sul fatto che Angela Merkel è in caduta libera nei sondaggi e la sua posizione all’interno della CDU/CSU è sempre più debole: colpa dell’azzardata mossa della politica delle porte aperte agli immigrati.

A questo punto, Scalfari invia un pizzino a Renzi: smetta di ribellarsi alla Troika ed ingoi l’amara pillola dell’austerità, altrimenti la sua parabola politica può dirsi conclusa. Renzi non è forte a sufficienza per ribellarsi alle oligarchie finanziarie:

Un Renzi laico ed europeista vincerà a mani basse il referendum. Ma se così non sarà, se continuerà ad essere contro l’Europa e con sulle spalle una riforma costituzionale che a molti non piace affatto, allora non è sicuro che il referendum confermativo passerà a larga maggioranza; potrebbe arrivare un testa a testa con esiti imprevedibili. Noi speriamo che se la cavi, alle condizioni sopra indicate perché quello è l’interesse del paese. Diversamente non speriamo niente.

Si chiude con un mellifluo elogio del primo papa gesuita della Chiesa di Roma, tanto amato dalle élite del pensiero unico quanto inviso ai cattolici praticanti (si veda il clamoroso fallimento del Giubileo e la partecipazione in costante calo ai riti domenicali). Si ricordi che i gesuiti sono stati a lungo “il servizio segreto” della Chiesa cattolica, collaborando gomito a gomito durante la Guerra Fredda con i servizi angloamericani nella lotta al comunismo:

“Anzi: da laici (leggi massoni, NDR) non credenti (personalmente parlando) indichiamo in papa Francesco un simbolo che rappresenta più e meglio di ogni altro l’epoca globale in cui viviamo. Incontrerà tra pochi giorni a Cuba il Patriarca degli ortodossi di Russia per un futuro avvicinamento che probabilmente finirà con un sostanziale affratellamento tra quelle due Chiese cristiane. (…) E noi balbettiamo sull’unità dell’Europa? E non smettiamo di riaffermare la nostra isolata autonomia? Ognuno per sé e Dio per tutti?”

Scalfari (il cui italiano, ci sia concesso, dà segnali di cedimento strutturale), viaggia ormai in un mondo onirico: man mano che il sistema di potere concepito dalle oligarchie anglofone si sgretola, c’è la pulsione a fuggire dalla realtà per rifugiarsi nei sogni.

E così, il fondatore di Repubblica immagina un papa gesuita che, incontrandosi su un’isola caraibica con il patriarca di tutte le Russie, ricucia lo scisma d’Oriente. Fallita l’Opa, più o meno ostile, di papa Giovanni Paolo II sulla chiesa ortodossa, negli anni successivi al collasso dell’URSS, è quanto mai improbabile “l’affratellamento” tra una Chiesa romana sempre più “laica” (alias massonica) ed una Chiesa ortodossa che rimane fedele alle origini: più probabile, invece, è che i rapporti di forza tra le due siano riequilibrati dai nuovi assetti internazionali, e a tutto svantaggio della Chiesa cattolica.

I sogni di Eugenio Scalfari si dissolvono e si ritorna alla realtà di un’Unione Europea in dissoluzione, propaggine di un impero angloamericano che si sgretola a sua volta, tra sinistri venti di guerra. L’articolo di Scalfari è il frutto maturo di una pianta, quella delle oligarchie massonico-finanziarie, ormai appassita.

 

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6Gli intellettuali e la CIA, Frances Sanders, Fazi Editore, 2007

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I am a sardinian patriot
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