Immunoterapia oncologica: l’arma contro il cancro che ha salvato Jimmy Carter

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  • Immunoterapia oncologica: l’arma contro il cancro che ha salvato Jimmy Carter
  • È efficace contro tutti i tipi di tumore, allunga il tempo di vita e può sconfiggere anche quelli più aggressivi

    Angelo Piemontese

    Panorama

    L’ex presidente Usa Jimmy Carter ha annunciato pubblicamente di essere guarito da una forma di tumore molto aggressiva, grazie all’immunoterapia. Ecco un post pubblicato pochi mesi fa, che spiega di che cosa si tratta

    È iniziato a Siena il primo studio al mondo per l’utilizzo dell’immunoterapia nella cura del glioblastoma, una grave forma di tumore al cervello, difficilmente aggredibile chirurgicamente e per il quale le terapie standard non sono in grado di migliorare la sopravvivenza dei pazienti.

    A gennaio sono stati avviati al trattamento i primi quattro pazienti, seguiti dell’équipe diretta da dottor Michele Maio, direttore UOC dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese, dove è presente l’unico reparto interamente dedicato all’immunoterapia oncologica della sanità pubblica italiana.

    Abbiamo incontrato il professor Maio per farci spiegare come funziona questa nuova opzione terapeutica contro il cancro.

    Professore, innanzitutto cos’è l’immunoterapia e come funziona?

    È la quarta terapia (dopo chirurgia, chemio e radioterapia) contro il cancro, ma funziona con un meccanismo d’azione completamente diverso rispetto alle ultime due perché utilizza farmaci che non vanno a colpire direttamente le cellule tumorali ma agisce sul sistema immunitario: lo attiva per aggredire e combattere il tumore tramite gli anticorpi normalmente presenti nel nostro organismo.

    Quanto è diffusa questa nuova pratica?

    C’è stata un’esplosione negli ultimi cinque anni, da quando cioè si sono capite le interazioni tra sistema immunitario e tumore. È iniziato tutto con gli ottimi risultati raggiunti per il melanoma usando un anticorpo che blocca il CTLA-4, una molecola che invia segnali per “frenare” i linfociti, le cellule del sistema immunitario presenti nel sangue: togliendo questo freno, i linfociti vanno ad attaccare le cellule cancerogene, rallentando o stabilizzando la crescita tumorale. Si è così riusciti a raddoppiare la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi.

    Contro quali tumori si può usare?

    Le molecole alla base dei farmaci impiegati nell’immunoterapia sono in grado di ripristinare la naturale capacità del sistema immunitario di riconoscere e colpire le cellule tumorali, perché bloccano in modo selettivo un particolare recettore (PD-1) del nostro apparato di difesa attivando così le cellule che attaccano il cancro. A Siena si stanno testando anticorpi diretti contro PD-1 per ogni tipo di tumore.

    Anche quelli più aggressivi e letali?

    Soprattutto per quelli, proprio perché in moltissimi casi le altre opzioni di trattamento oncologico non funzionano. Fra pochi mesi le molecole contro PD-1 saranno disponibili per la sperimentazione contro il cancro al polmone in oltre venti centri di ricerca sparsi per il mondo.

    Vuol dire che si è trovata una cura per il carcinoma polmonare?

    Intendo evidenziare il fatto che l’immunoterapia è superiore alla chemio per il trattamento del cancro al polmone in termini di riduzione della massa tumorale: il sistema immunitario, una volta attivato, riesce a contenere la crescita del tumore.

    Anche in quelli già in fase avanzata?

    Gli studi sull’immunoterapia sono partiti proprio dai tumori inoperabili e con prognosi infausta, come il carcinoma polmonare a cellule squamose, che quando diagnosticato spesso ha già colpito i linfonodi.

    E quando saranno disponibili questi farmaci per il tumore al polmone?

    Già nel 2016 saranno messi in commercio farmaci contro PD-1. In Italia forse dovremo aspettare un altro anno, perché i tempi sono generalmente più lunghi dall’approvazione dell’EMA (l’Agenzia europea per i medicinali che effettua la valutazione dei farmaci) alla disponibilità sul mercato.

    Parliamo del glioblastoma

    Di solito le neoplasie del cervello sono metastasi provocate da tumori insorti in altre parti del corpo: il glioblastoma è invece una forma di cancro a tutti gli effetti che va a colpire l’encefalo e di cui non conosciamo ancora le cause scatenanti. La sopravvivenza media è di sei mesi perché i farmaci normalmente impiegati nelle terapie standard non riescono a superare la barriera ematoencefalica, la struttura che regola il passaggio di sostanze chimiche dal sangue al cervello e quindi ad intervenire sul tumore. Anche la chirurgia è inefficace, perché il glioblastoma è recidivo, si ripresenta cioè anche dopo l’asportazione. Con l’immunoterapia si è osservato che si può rallentare la crescita delle metastasi cerebrali causate da numerosi tipi di cancro e allora abbiamo iniziato lo studio per trattare uno dei tumori propri del cervello, il glioblastoma.

    Perché avete scelto proprio quello?

    È una patologia rara (l’incidenza è di due casi ogni centomila abitanti all’anno, circa milleduecento nuovi casi in Italia ogni dodici mesi) e, come detto prima, con una progressione molto rapida e letale. Se riusciamo a dimostrare l’efficacia dell’immunoterapia in una patologia con queste caratteristiche, difficilissima da trattare, allora sarà possibile intervenire anche sulle altre forme tumorali.

    Quando si avranno i primi risultati?

    Lo studio congiunto tra centri oncologici europei e statunitensi ha arruolato circa duecento pazienti ed è già in fase clinica III. Entro il 2016 avremo i dati: purtroppo però i pazienti muoiono molto velocemente. Lo studio ci darà inoltre informazioni su quanto l’immunoterapia sia efficace sul sistema nervoso centrale nel suo complesso.

    Quali sono gli effetti collaterali dell’immunoterapia oncologica?

    Sono completamente diversi da quelli della chemio. Si possono scatenare reazioni legate proprio al meccanismo d’azione: è possibile che l’iperattività del sistema immunitario attacchi anche cellule normali non riconosciute più come tali. Un po’ come accade nella colite ulcerosa e nella malattia di Crohn. Infatti gli effetti indesiderati più frequenti sono appunto coliti.

    E le sfide del futuro?

    Sostanzialmente sono due: iniziare l’immunoterapia nelle fasi iniziali del cancro e migliorarne l’efficacia, coordinandola con altre strategie terapeutiche che consentirebbe di raddoppiare i vantaggi.

    Senta, perché si parla poco di immunoterapia: non sarebbe vantaggioso presentare questa opzione terapeutica ai pazienti e informare maggiormente?

    Purtroppo gli oncologi della mia generazione, tranne qualche eccezione, non hanno avuto la possibilità di conoscere a fondo questa tecnica perché si è diffusa solo nell’ultimo decennio. E i medici più giovani si sono spesso formati con la “vecchia scuola” proprio perché hanno avuto quegli specialisti come maestri. Ecco perché stiamo facendo molta attività di educazione verso gli oncologi per far loro usare l’immunoterapia. Ci sono dei master pratici finalizzati a questo scopo e a livello interdisciplinare: possono essere cioè seguiti da medici specializzati in ogni ambito per apprendere i benefici dell’immunoterapia.

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