SAPIR: L’EURO E LA CRISI DELL’UNIONE EUROPEA

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Jacques Sapir riflette sulla crisi dell’euro e su come stia distruggendo l’Europa, non solo dal punto di vista economico ma anche da quello politico, ad esempio con la presa del potere da parte di organismi informali come l’Eurogruppo. Mentre i sondaggi mostrano una disaffezione crescente dei popoli europei alle istituzioni,  si  tenta di porre rimedio alla “incompletezza” dell’Eurozona – alla quale viene ricondotta la crisi – con la proposta di una struttura federale. In realtà, Sapir riafferma quanto i nostri lettori già sapevano, e cioè che l’entità dei trasferimenti che si renderebbero necessari per una costruzione federale rende assolutamente insostenibile questo progetto.

di Jacques Sapir – 31 gennaio 2016

Traduzione di @Rododak

(Questo articolo sarà pubblicato in inglese alla fine del primo semestre sulla rivista egiziana Cairo Review of Global Affairs and Public Policy della American University del Cairo)

L’euro sta distruggendo l’Europa; questa constatazione ormai si impone, dopo la crisi esplosa tra governo greco e autorità europee nella prima metà del 2015. La distruzione non è dovuta principalmente alla crisi di debito pubblico che si è verificata nell’eurozona a partire dal 2010. Anche se la crisi è ancora in corso, per il momento è tenuta a bada dall’azione della Banca centrale europea.

La distruzione deriva dal quadro economico e sociale di insieme che l’euro incentiva o impone nei diversi paesi membri. Ma deriva anche dal quadro politico implicito che si instaura insieme all’euro nei paesi dell’eurozona. Gli esempi migliori di questo sono la presa di potere da parte dell’Eurogruppo, una istituzione di fatto che non esiste in alcun trattato, ma che ha giocato un ruolo fondamentale nella crisi greca del 2015, così come la presa di potere da parte della Banca Centrale Europea.

Un sondaggio realizzato da Gallup International sui 15 paesi dell’Unione europea (sondaggio realizzato tra il 30 novembre e il 3 dicembre 2015 su 14.500 persone [1]) rivela cambiamenti significativi sulla percezione dell’Europa e dell’Euro. Mostra che per quanto riguarda le istituzioni europee siamo entrati in un periodo di grande instabilità, come si può constatare con la decisione dell’Austria di sospendere l’applicazione degli accordi di Schengen.

Il montare di un sentimento contrario all’Unione europea

Una delle caratteristiche della situazione attuale è il disincanto nei confronti del “sogno” europeo. L’Europa, in particolare nella sua forma di Unione europea, non fa più sognare. Causa inquietudine e perfino paura. E l’euro ha una responsabilità indubbia in questa svolta.

Da quando è stato instaurato l’euro, la crescita dei paesi nell’eurozona è stata significativamente inferiore a quella dei paesi che non hanno aderito alla moneta unica (Gran Bretagna, Norvegia, Svezia), ma anche a quella delle grandi potenze internazionali come Stati Uniti o Canada [2]. Questo fatto gioca un ruolo importante nella delusione provocata dall’Unione europea. Appare come la negazione delle altisonanti promesse di crescita fatte al momento della nascita dell’euro [3].
Jacques Delors e Romano Prodi avevano fatto balenare davanti agli occhi dei popoli europei radiose prospettive di progresso economico e sociale, nonché di piena occupazione. Oggi la maggioranza degli europei è consapevole degli effetti negativi per l’economia dovuti alla moneta unica, che durano da anni: crescita debole e impennata della disoccupazione. La crisi dell’eurozona è ormai un’evidenza, anche per gli ideologi più ottusi. Nessuno dei problemi di fondo posti all’origine è stato risolto, e i loro effetti ormai si accumulano. Le soluzioni parziali che sono state proposte, presentate come storici passi avanti verso un’Europa federale, in realtà pongono molti più problemi di quelli che risolvono. L’eurozona non sembra avere altra scelta che obbligarsi a una politica di deflazione, le cui conseguenze totali porteranno a risultati temibili per le popolazioni dei paesi coinvolti, o scomparire.

Lo studio dell’evoluzione delle opinioni è particolarmente interessante quando si tratta di vicinanza o allontanamento dall’Unione. Si può osservare la presenza di tre gruppi di paesi.

Un primo gruppo è caratterizzato da un rilevante aumento delle persone che dichiarano di essere “più lontane” dall’Europa. Il gruppo è guidato dalla Grecia, con uno scarto di 48 punti rispetto a quelli che dichiarano di sentirsi “più vicini” all’Europa, ma ci si ritrovano anche Gran Bretagna, Olanda, Belgio e Italia. Questo mostra la forte crescita di un sentimento euroscettico all’interno dell’Unione europea.

Tabella 1

Vicinanza o allontanamento rispetto all’Unione Europea

Più vicino all’Europa

Più lontano dall’Europa

Non si pronuncia

Scarto

GRECIA

12%

60%

28%

48%

BELGIO

9%

38%

53%

29%

GRAN BRETAGNA

13%

38%

49%

25%

PAESI BASSI

11%

35%

44%

24%

ITALIA

16%

39%

45%

23%

FRANCIA

15%

31%

54%

16%

IRLANDA

18%

25%

57%

7%

BULGARIA

8%

15%

77%

7%

GERMANIA

19%

25%

56%

6%

SVEZIA

15%

20%

65%

5%

SPAGNA

21%

25%

54%

4%

FINLANDIA

25%

23%

42%

-2%

ISLANDA

16%

8%

76%

-8%

ROMANIA

26%

16%

58%

-10%

DANIMARCA

26%

15%

59%

-11%

MEDIA

17%

28%

11%

Fonte: http://www.gallup-international.bg/en/Publications/2015/255-International-Survey-on-EU-Prospects

 

Un secondo gruppo è formato dai paesi nei quali il sentimento di allontanamento dall’Europa è aumentato, ma nei quali lo scarto rispetto al sentimento di vicinanza è piccolo. Infine, il terzo gruppo è costituito dai paesi dove il sentimento di vicinanza è maggiore di quello di lontananza dall’Europa.

Il punto importante qui è che alcuni Paesi che fanno parte del “nucleo storico” dell’Unione europea sono ormai sensibili al clima euroscettico.

La perdita di attrattività dell’euro

Il sondaggio mostra anche la forte perdita di attrattività da parte dell’euro. Si può constatare così che tra i paesi dell’Unione europea non membri dell’Eurozona l’immagine dell’euro si è fortemente degradata e che in due paesi dell’Eurozona, Italia e Grecia, la maggioranza delle persone sono favorevoli a lasciare l’euro.

Tabella 2

Preferisce l’euro o la sua moneta nazionale?

EURO

Moneta nazionale

Indeciso

GRAN BRETAGNA

6%

83%

11%

BULGARIA

9%

74%

17%

SVEZIA

12%

80%

8%

DANIMARCA

13%

76%

10%

ROMANIA

26%

56%

19%

GRECIA

43%

44%

12%

PAESI BASSI

43%

41%

16%

ITALIA

45%

47%

8%

FRANCIA

54%

31%

15%

GERMANIA

55%

38%

7%

BELGIO

56%

28%

15%

SPAGNA

58%

32%

10%

IRLANDA

60%

28%

12%

FINLANDIA

62%

25%

13%

MEDIA

41%

47%

12%

Fonte:  http://www.gallup-international.bg/en/Publications/2015/255-International-Survey-on-EU-Prospects

 

La posizione contro l’euro sembra molto netta in Gran Bretagna e in Svezia, ma anche in Danimarca e in Bulgaria. Questo non può sorprendere, visto che nessuno di questi paesi fa parte dell’Eurozona. Di più, i risultati di differenti sondaggi mostrano che oggi c’è una maggioranza assoluta di elettori che, in Gran Bretagna, sono disposti a lasciare l’Unione europea.

Ma quello che appare, anche, in questo sondaggio – ed è più inatteso – è che in due paesi dell’Eurozona, Grecia e Italia, la preferenza per la moneta nazionale prevale.

Nel caso della Grecia, è un capovolgimento importante rispetto all’estate scorsa, quando la minaccia della “Grexit” aveva potuto costringere il governo a piegarsi di fronte alle minacce delle istituzioni europee. La posizione dei Greci, in effetti, fino a oggi era largamente a favore dell’euro. Ormai sembra che la prospettiva di una Grexit non li spaventi più. La crisi provocata dall’euro in Grecia è stata tragica [4]. Inoltre è stata aggravata da una cruciale frattura politica tra istituzioni europee e governo democraticamente eletto in Grecia, crisi che ha giocato un ruolo evidente nello spostamento progressivo dell’opinione pubblica [5].

Anche il caso dell’Italia sembra emblematico. L’Italia è un paese che fa parte del “cuore” storico dell’UE e dell’Eurozona. Eppure, la preferenza per un ritorno alla moneta nazionale è ormai chiaramente maggioritaria. Si assiste a una forte polarizzazione della popolazione, che non fa che rispecchiare la situazione di grave degrado economico e sociale del paese. Ora, in Italia, almeno due partiti (il M5S di Beppe Grillo e la Lega Nord) hanno espresso ripetutamente e in pubblico dubbi sull’opportunità di mantenere il paese nell’Eurozona.

Ma anche altri paesi sono interessati. Si può constatare così che, come nei Paesi Bassi, i favorevoli all’euro sono una maggioranza risicata. Anche nei Paesi Bassi si può notare la presenza di un dibattito importante e si può constatare che in questi paesi chi è a favore dell’euro prevale di pochissimo su chi è a favore del ritorno alla moneta nazionale.

Una delle conclusioni che si possono trarre da questo sondaggio, che – è bene sottolinearlo – è solo un sondaggio, è che quando c’è un autentico dibattito sulla questione dell’euro, come è stato il caso in Italia, in Grecia e anche nei Paesi Bassi, le reticenze dell’opinione pubblica nei confronti di una uscita dall’euro finiscono col cadere. Si tratta di una lezione importante, che bisogna tenere in mente. Un dibattito autenticamente democratico gioca contro l’euro.

L’attrattività non soltanto dell’euro, ma anche dell’Unione europea, sta sparendo. La colpa va alle politiche di austerità che sono state applicate dichiaratamente per “salvare” l’euro, cioè per risolvere la crisi dei debiti sovrani. Queste politiche hanno sprofondato i paesi che le hanno applicate in una grave recessione [6]. Bisogna che chi governa i diversi paesi ne prenda rapidamente atto e scelga tra trovare altri argomenti in grado di rifondare l’attrattività di euro ed UE oppure comprendere che non si può far vivere a lungo le istituzioni contro la volontà dei popoli.

La soluzione federale?

Di fronte a questa situazione, talvolta si evoca la possibilità di passare a una forma di Eurozona “federale”. Questa è presentata come “la” soluzione alla crisi dell’euro, mentre le alternative sono un drammatico impoverimento dei paesi del “sud” dell’Eurozona o la sua dissoluzione [7]. Alcuni non esitano ad aggiungere che la forma federale era già presente in nuce nelle imperfezioni oggi riconosciute della zona euro [8]. Il ministro francese dell’Economia, Emmanuel Macron, alla fine dell’agosto 2015 ha rilasciato a un giornale tedesco, la Süddeutsche Zeitung,  alcune dichiarazioni importanti sull’euro. Ha espresso in modo dettagliato le sue proposte, stabilite in comune con il ministro tedesco dell’economia, M. Sygmar Gabriel (SPD). Queste dichiarazioni sono state in gran parte riprese dal settimanale francese Le Point [9]. Non sono novità. Ma, dato che seguono la crisi conosciuta dall’Eurozona con la Grecia all’inizio dell’estate 2015, acquistano un significato particolare. Tornano infatti ad ammettere la natura politica dell’euro e a indicare che quest’ultimo deve fungere da cornice alla gestione economica.

Il ragionamento che vorrebbe instaurare una struttura federale a livello dell’Eurozona in realtà è antico. Non si limita certo alle dichiarazioni di ministri. Michel Aglietta e Nicolas Leron sono tornati a questa idea di “federalismo” nella zona euro in un articolo (in inglese) dell’11 settembre 2015 [10]. Gli autori insistono su quella che definiscono “l’incompletezza” dell’Eurozona, e sottolineano come questa sia stata messa in evidenza dalla crisi greca di fine giugno-inizio luglio. Ricordando che la moneta può anche essere analizzata come un bene pubblico, aggiungono che “un bene pubblico per eccellenza, come la moneta, non può funzionare senza un legame organico con il potere politico. La moneta richiede un sovrano” [11]. E andando oltre insistono, precisando che l’euro è incompleto (e non può funzionare, il che genera crisi a ripetizione) perché non fa riferimento a un debito sociale comune. Tutto questo è perfettamente giusto.

Tuttavia, non sembra che i due autori abbiano una reale comprensione di ciò che implica la costruzione di una “Federazione europea”, in particolare dal punto di vista del flusso dei trasferimenti. Al contrario, si comincia a percepirne le costrizioni, in particolare in riferimento all’abbandono della sovranità sul proprio bilancio. La volontà della Germania di sottomettere i bilanci degli altri paesi a una decisione preliminare di Bruxelles va, evidentemente, in questo senso [12]. In effetti, passare al “federalismo” implica che le politiche di bilancio degli Stati membri della federazione siano controllate dal governo “federale”, ovvero nella situazione di oggi dalla Commissione Europea. Ma il “federalismo” implica anche trasferimenti fiscali massicci, quelli che sono presenti d’altra parte negli Stati federali, che si tratti della Germania, degli Stati Uniti, del Brasile o della Russia. Il presidente russo Vladimir Putin ha del resto posto correttamente il problema, segnalando che il passaggio a una moneta unica tra paesi fortemente eterogenei implica un notevole flusso di trasferimenti [13].

Il totale dei trasferimenti netti ammonterebbe a 258 miliardi di euro all’anno. E questo non sarebbe nemmeno il totale di tutti i trasferimenti (altri paesi hanno altre necessità), e non include i contributi comunitari (che per paesi come Germania e Francia costituiscono un costo netto), ma copre solo le necessità immediate per consentire all’Eurozona di sopravvivere, esclusi i bisogni finanziari immediati, che già implicano un contributo non trascurabile di Germania e Francia. Chi pagherà tutto questo?

La Francia non potrà portare il suo contributo, visto che deve già sostenere un taglio di bilancio dell’ordine del 1,5-2% del Pil. Il finanziamento dei trasferimenti sarebbe dunque a carico di Germania, Finlandia, Austria e Paesi Bassi. Si può dunque concludere che la Germania sosterrebbe il 90% del finanziamento del totale dei trasferimenti netti, ovvero tra 220 e 232 miliardi di euro all’anno, pari all’8-9% del suo Pil. Secondo altre stime [14], realizzate da ricercatori che lavorano per il sistema bancario, le cifre sarebbero ancora più elevate, fino a toccare il 12,7% del Pil. Noi riteniamo le nostre stime più realistiche. E tuttavia resta un livello di finanziamento impossibile da sostenere per la Germania, che lo voglia o meno. E quindi si può capire la strategia della Merkel, che cerca di ottenere il diritto di avere un controllo sul bilancio degli altri paesi, ma si rifiuta di prendere in considerazione una “unione dei trasferimenti fiscali”, l’unica forma logica, d’altra parte, che può prendere una struttura federale nell’Eurozona.

E dunque, bisogna trarre le conseguenze fino in fondo: il federalismo non è possibile ed è inutile discutere se sarebbe una soluzione buona o cattiva.
Non restano dunque che due possibilità: o un rapido impoverimento dei paesi del “sud” dell’Eurozona, con le conseguenze politiche estremamente spiacevoli che si possono prevedere, in particolare nel contesto della crisi dei rifugiati, e che porterebbero comunque a rimettere in discussione la stessa Unione europea; oppure lo scioglimento dell’euro, per consentire i riequilibri necessari senza bisogno di enormi trasferimenti fiscali e permettere in questo modo di salvare quello che può ancora significare appartenere all’Unione europea.

[1] http://www.gallup-international.bg/en/Publications/2015/255-International-Survey-on-EU-Prospects

[2] Sapir J. (2012), Faut-il sortir de l’Euro ?, Paris, le Seuil.

[3] vedi J. Bibow, (2007), ‘Global Imbalances, Bretton Woods II and Euroland’s Role in All This’, in J. Bibow e A. Terzi (dir.), Euroland and the World Economy: Global Player or Global Drag?, New York (N. Y.), Palgrave Macmillan, 2007

[4] Matsaganis M. e C. Leventi, (2011), « Inequality, Poverty and the Crisis in Greece », ETUI Policy Brief, n° 5, Bruxelles, ETUI.

[5] Kouvelakis S., (2015), « L’Heure de la Rupture », inhttps://www.ensemble-fdg.org/content/grece-lheure-de-la-rupture

[6] Baum A., Marcos Poplawski-Ribeiro, e Anke Weber, (2012), « Fiscal Multipliers and the State of the Economy », IMF Working papers, WP/12/86, FMI, Washington DC. Blanchard O. e D. Leigh, (2013), « Growth Forecast Errors and Fiscal Multipliers », IMF Working Paper, WP/13/1, FMI, Washington D.C..

[7] Artus P., (2012), Trois possibilités seulement pour la zone euro, NATIXIS, Flash-Économie, n°729, 25 octobre 2012

[8] Aglietta M., (2012), Zone Euro : éclatement ou fédération, Michalon, Paris.

[9] Apologia di Macron per un “governo della zona euro” in Le Point, 31 agosto 2015, http://www.lepoint.fr/economie/le-plaidoyer-de-macron-pour-un-gouvernement-de-la-zone-euro-31-08-2015-1960710_28.php

[10] Aglietta M. e Leron Nicolas, The Eurozone: Looking For The Sovereign, post dell’ 11 settembre 2015 sul blog SocialEurope,http://www.socialeurope.eu/2015/09/eurozone-looking-sovereign/

[11]Idem, « A public good par excellence, a currency cannot function without an organic link to political power: it requires a sovereign »

[12] Vedi la dichiarazione della signora Merkel il 7 novembre 2015, les Echos, URL : http://bourse.lesechos.fr/infos-conseils-boursiers/actus-des-marches/infos-marches/merkel-veut-des-mesures-ambitieuses-pour-la-zone-euro-82425

[13] Sapir J, (2012), “La diplomatie russe, entre Asie et Euro(pe)”, post sul blog Russeurope le 27/10/2012, URL: http://russeurope.hypotheses.org/390

[14] Artus P. (2012), « La solidarité avec les autres pays de la zone euro est-elle incompatible avec la stratégie fondamentale de l’Allemagne : rester compétitive au niveau mondial ? La réponse est oui », NATIXIS, Flash-Économie, n°508.

la Süddeutsche Zeitung,

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