‘Caos’, ‘errori’ e informazioni mancanti. Dove va l’Impero?

Offriamo alla vostra lettura un lucido saggio che rilegge in modo spregiudicato gli ultimi cinque anni della crisi sistemica e le premesse delle prossime mosse [Piotr]

NEWS_258399.jpg

megachip.globalist.it

di Piotr.

  1. Le vicende nel Vicino Oriente impongono di riflettere sulle modalità e le categorie con cui cerchiamo di interpretare la realtà.

Una di queste categorie, “caos“, tra quelle che devono essere maggiormente chiarite. Di questa necessità mi sento un po’ responsabile perché sono stato uno dei primi a farne uso

Questo termine viene sempre di più utilizzato per descrivere situazioni incomprensibili nei termini di una strategia razionale da parte dell’impero statunitense.

La vittoria alleata in Europa nel 1945 non ha prodotto caos. La “mission accomplished” (in Iraq) di Bush sulla portaerei Lincoln nel 2003 segnò invece l’inizio dell’impressionante caos mediorientale oggi sotto i nostri occhi. Parimenti, il rovesciamento violento di Gheddafi non ha portato a un cambio di governo favorevole all’Occidente, bensì ha gettato quello sventurato paese nel caos più orrendo. Lo stesso destino che attendeva la Siria se l’Esercito Arabo Siriano e le milizie curde, infine con l’aiuto della Russia, non si fossero eroicamente opposti all’aggressione jihadista diretta e sostenuta dagli USA e dai suoi alleati (fra cui l’Italia).

A distanza di cinque lustri, l’Afghanistan “de-talebanizzato” persiste ad essere in una situazione caotica.

Di fronte a questi risultati una reazione tipica è quella di pensare che essi siano frutto di “errori”.

Ma la categoria di “errore” è molto ambigua.

Sostanzialmente “errore” è una categoria accademica che poco ha a che fare con le dinamiche reali. Lo si vede a occhio nudo quando si parla di “errore” nelle politiche economiche (ad esempio l’introduzione dell’Euro o il quantitative easing): ci si dimentica dei rapporti sociali e delle contraddizioni tra le classi e tra gli agenti dell’accumulazione capitalistica, per sfoderare un linguaggio giocato tutto sulla dimensione concettuale (un linguaggio in fondo rispettoso, accomodante e a volte condiscendente).

Riguardo alle relazioni geopolitiche, per i sostenitori dell’imperoparlare di “errore” serve a descrivere scelte giuste e approvabili che però hanno avuto esiti sfortunati perché non correttamente attuate. Per i critici moderati dell’impero serve a descrivere una supposta ingenuità di quest’ultimo o la sua difficoltà a capire alcune situazioni specifiche (ad esempio la “vera” situazione “antropologica” in Medioriente), pur comunque in relazione a intenzioni giuste. Insomma, un caos dovuto a errori derivanti da decisioni o intendimenti condivisibili che però sono stati attuati male o senza sufficiente riflessione.

Per molti oppositori dell’impero invece il caos è una strategia deliberata: non potendo controllare tutto, meglio fare terra bruciata mentre ci si focalizza sugli obiettivi strategici.

Io stesso ho in alcune occasioni pensato che se non proprio una strategia diretta, il caos fosse un “piano B” delle strategie imperiali. Ma credo che sia meglio riflettere un po’ di più anche su questa concezione.

  1. Da diversi decenni siamo immersi in un crescente caos sistemico. Questo vuol dire che una configurazione globale dominata da un centro (nel nostro caso gli Stati Uniti) è scossa da fratture dovute all’indebolimento del centro, fratture che a loro volta contribuiscono a un ulteriore indebolimento.

In una situazione come questa ogni mossa del centro dominante, attuata per reggere alle scosse e rimarginare le fratture, deve fare i conti con interferenze e contromosse che prima, nei periodi di maggior stabilità, non vedevano la luce oppure avevano una forza molto più modesta.

Oggi diverse intenzioni si intersecano, si incrociano, interferiscono tra loro o a volte interagiscono, perché le fratture hanno liberato energie prima assopite e imposto obiettivi prima inesistenti.

Le variabili da calcolare sono molte di più di una volta e il sistema è “aperto”, cioè non è una scatola nera dove un input noto, ancorché complesso, produce un output prevedibile, ma nel corso dell’elaborazione l’ambiente interagisce o interferisce con cambiamenti di stato non previsti e che obbligano a continui ricalcoli.

Si sa cosa è successo nelle precedenti crisi sistemiche, alcuni“pattern” si ripresentano ma ogni crisi sistemica operando in situazioni nuove va verso l’ignoto. In definitiva opporsi ad essa aumenta il caos, mentre sarebbe meglio adeguarvisi per incanalarne le dinamiche verso esiti meno distruttivi. L’esatto contrario di ciò che sta avvenendo.

Che una mossa non vada più nella direzione in cui sarebbe andata una volta è dunque un’eventualità da prendere in considerazione fin dall’inizio. È come lanciare una boccia verso il pallino mentre decine di altre bocce sono in movimento col rischio di colpirla e far deviare il suo movimento. A volte invece è come lanciare una boccia senza nemmeno sapere dove sta il pallino.

Il caos è dunque una situazione poco sorprendente che richiede di essere gestita. Inoltre esistono diverse gradazioni di caos. Quello in Europa è differente da quello prodotto in Africa e nel Vicino Oriente.

  1. E’ impossibile capire qualcosa, se non si comprende la posizione relativa dei vari attori nella crisi sistemica.

Alcuni sostengono che c’è poco da capire: c’è il capitalismo da una parte e il lavoro (classi subalterne od oppresse) dall’altro. Una non-spiegazione che fa rigirare nervosamente nella tomba lo stesso Marx (per non parlare di Lenin). Una posizione comodissima per i difensori dell’impero al cui mulino queste estremizzazioni semplificanti hanno sempre portato acqua, anche di recente (si pensi solo alle dichiarazioni che cinque anni fa pronunciarono Rossana Rossanda e Pietro Ingrao sulla Libia).

Lo sforzo deve invece essere proteso alla comprensione delledivisioni che esistono nel campo avversario. Solo così è possibile anticiparne le mosse e se possibile inserirvi delle strategie di resistenza.

La crisi sistemica sta spingendo la Francia e la Gran Bretagna a riesumare le antiche politiche coloniali in Africa e Medio Oriente. Con le contraddizioni che si amplificano nella UE ogni potenza europea deve seguire i propri specifici interessi e chi può lo fa anche lungo una direzione tracciata dalla propria tradizione colonialista e dalle proprie antiche sfere d’influenza.

Ecco allora che Francia e Gran Bretagna fanno rivivere alle popolazioni locali un obbrobrioso déjà-vu. Per quanto riguarda laGermania, la sua tradizione la porta a Oriente e lungo i Balcani. Ma verso la Russia per ora c’è una barriera su cui sventolano le svastiche innalzate da Victoria Nuland e al termine dei Balcani oggi c’è un caos che spinge le sue disperate vittime a un’anabasi.

Gli USA sono mossi da interessi strategici ben più ampi. In essi devono tuttavia accomodare quelli sempre meno omogenei dei suoi alleati e il compito è progressivamente più difficile.

Sarebbe comodo per gli USA dire a Francia e Gran Bretagna: “Io devo iniziare questo famoso pivot to Asia perché la Cina inizia a impensierirmi troppo. Quindi voi copritemi le spalle in Nordafrica e Medioriente”. Ma per farlo ha bisogno di un controllore che si assicuri che i due non trasformino in un caos ingestibile un caos semi-gestibile e, soprattutto, non cambino i bilanci regionali di potere per seguire i propri interessi.

Nelle epoche di caos sistemico, non esistono alleati fedeli fino alla morte. Se ne è visto un piccolo anticipo quando tutti gli alleati degli USA hanno fatto orecchie da mercante di fronte ai tre trilioni di dollari spesi dalla superpotenza per invadere l’Iraq.

E quando Obama su The Atlantic bastona Cameron e gli altri alleati europei perché non alzano le spese militari e perché sono sostanzialmente dei vigliaccotti, si sta lamentando del fatto che essi mettono le loro preoccupazioni economiche e politiche davanti a quelle statunitensi e che questo non sta bene, è una mancanza di rispetto e segno di poca lungimiranza.

Obama sa benissimo che una nuova guerra con centinaia di soldati morti – e possibili attentati – non sarebbe certamente popolare in Europa (un conto sono i bombardamenti presentabili come videogiochi, ma quando i fanti tornano nelle bare la cosa cambia). Ma siccome sa che non lo sarebbe nemmeno negli USA, si toglie alcuni sassolini dalle scarpe e rinfaccia a Francia e UK che il caos libico è innanzitutto colpa loro, perché loro lo hanno voluto e non è responsabilità statunitense risolverlo.

Perché Obama tira le orecchie anche a noi?

L’Italia era in una situazione paradossale. La nostra tradizionale sfera d’influenza in Libia è stata minacciata dai nostri alleati. Incapaci di rintuzzare la minaccia (o meglio, impediti dall’ex presidente Napolitano), ci siamo trovati a essere subalterni al tentativo degli USA di cavalcare la creazione del caos decisa a Londra e a Parigi (e in alcuni ambienti di Washington) e ora l’inquilino della Casa Bianca ci vuole subalterni nella sua gestione. Ovverosia vorrebbe affidarci il compito di controllori, di curatori degli interessi USA in Nordafrica, in condominio conflittuale con Parigi e Londra, mentre Washington pensa ad altre gatte da pelare.

  1. Ma Matteo Renzi è terrorizzato da questa prospettiva. E fa molto bene ad esserlo, anche perché i suoi Servizi gli hanno fatto di sicuro capire cosa c’è dietro l’omicidio Regeni (che è diverso da quanto ha voluto capire il 99% della sinistra radicale). E quindi ha capito in che groviglio di vipere verremmo scaraventati. E i suoi generali gli hanno detto chiaro e tondo che il nostro intervento in Libia sarebbe un bagno di sangue, altro che Nassiriya, anche perché noi dovremmo sostenere una proxy war nella parte più incasinata e jihadista di quel paese, violentato e martoriato ma pur sempre popolato da persone fiere.

Il prerequisito della formazione del famoso governo di unità nazionale libico, serve a prendere tempo e a sperare di non andare proprio totalmente allo sbaraglio. Non solo. Serve anche a non andare contro il governo di Tobruk (che, detto incidentalmente, è il più decente) e quindi contro l’Egitto e gli interessi italo-egiziani.

Santa ENI, fai schifezze come tutti in giro per il mondo, ma per fortuna che adesso ci sei! Lo so che ho detto qualcosa di terribile, maè proprio complicato fare il cavaliere immacolato in questa orrenda congiuntura internazionale e chi insiste a volerlo fare rischia di combinare disastri e avere sulla coscienza, direttamente o per insipienza, un numero impressionante di morti (e non per laCommune de Paris ma per la Tour Total alla Défense, Paris).

Gli USA chiaramente si stanno innervosendo col governo italiano (a parte l’inqualificabile Pinotti che si prende rimbrotti e sberleffi anche da Gentiloni: “Dà i numeri”) e minacciano di scoprire le spalle a Renzi nei suoi litigi con Angela Merkel e con Jean-Claude Juncker, e quindi nel suo tentativo di avere maggiore libertà di manovra economica. In altri termini, gli USA minacciano di punire l’Italia sottraendole anche i già ridicoli aumenti di PIL previsti.

E minacciano direttamente la stabilità politica di Renzi. Onestamente, c’è da domandarsi se sia proprio un caso che Massimo D’Alema, cioè il Signor-Guerra-nel-Kosovo, si sia ridestato dal torpore e abbia di punto in bianco accusato Renzi di essere legato al Mossad, un’accusa che strizza un occhio a una certa sinistra, l’altro a una certa destra e insieme denuncia una certa slealtà atlantica.

E c’è da domandarsi se sia un caso che assieme a lui si siano destati dal letargo (sarà forse colpa di questo inverno paradossale) anche Bersani e Letta. Il primo prepara la base di prezzemolo della “democrazia interna” e il secondo aggiunge l’ingrediente principale della ricetta, cioè i calamari fritti della “necessità di porsi il problema dell’intervento bellico in Libia”, che in gergo democristiano significa: “Secondo me occorre andare in guerra”, cioè ubbidire agli USA. Così molti finiranno sottoterra perché qualcuno si è posto interessanti problemi.

Insomma l’opposizione di sinistra del PD si è riattivata per lavorare da destra il governo in carica. Un classico.

Per completare l’opera, colei che ricopre la carica di maggiordomo europeo di Victoria Nuland, cioè Federica Mogherini, ha fatto sapere a Renzi che non si illuda di dire la sua sulle sanzioni contro la Russia, perché lei e la sua combriccola a Bruxelles le hanno già blindate dietro 5 punti, di cui l’ultimo, totalmente stravagante, è la pretesa che la Russia faciliti l’intromissione nei suoi affari interni degli agenti propagandistici occidentali, tipo quelli ben noti istruiti (e talvolta diretti) dalla CIA e finanziati da Soros. Insomma, quelli che preparano le rivoluzioni colorate.

  1. Quando analizziamo questi scenari, una cosa che dobbiamo subito chiarire con il lettore è che mediamente per il 50% le nostre ipotesi sono sostenute da informazioni e il restante 50% da esercizi di logica, che ci sforziamo siano il più possibile accurati. Insomma dobbiamo chiarire che non siamo parte di quella genia di opinionisti che imperversano sui media mainstream, per i quali il mondo si modella sulle loro opinioni che quindi diventano per definizioneconoscenze esatte.

Anzi, in alcuni casi la percentuale delle nostre conoscenze si riduce, a volte di molto. E lo ammettiamo apertamente.

Cosa sappiamo ad esempio del contesto dell’annuncio del parziale ritiro della Russia dalla Siria?

Il rischiosissimo intervento russo (e l’abbattimento del suo bombardiere ha mostrato quanto sia stato rischioso militarmente e politicamente) è stato possibile perché la Russia ha manovrato su più tavoli diplomatici al momento di iniziare. E sicuramente lo ha fatto prima di ritirarsi.

Che cosa è successo a quei tavoli l’autunno scorso e poco prima di queste Idi di Marzo, un po’ si sa e moltissimo non si sa.

Lo vedremo probabilmente tra non molto.

Di sicuro Vladimir Putin non ha corso tutti questi rischi per lasciare al momento buono il presidente siriano Bashar Al-Assad da solo. Non ha senso pensarlo. Nemmeno si ritira perché a corto di soldi. Secondo noi lo ha fatto per un altro motivo che cercherò di spiegare.

Intanto va sottolineato che la “maggiore minaccia” alla pace mondiale e alla sicurezza del mondo occidentale, cioè la Russia come tutti sanno, non solo sta difendendo con le unghie e coi denti gli accordi di Minsk ma sta anche difendendo strenuamente la tregua in Siria. E della difesa di questi due accordi il parziale ritiro dalla Siria è parte integrante.

Contro tutto e contro tutti, la tregua in Siria, che nessuno pensava possibile, regge ed è iniziato a Ginevra il secondo round di negoziati.

Questa tregua e il disimpegno russo rovinano i sogni dei neocon, che speravano che Putin precipitasse in un “pantano siriano”. A loro scorno, oggi decine di negoziatori russi stanno con ogni probabilità trattando coi cosiddetti “ribelli moderati” per capire se vogliono veramente affrancarsi dall’abbraccio con Al-Nusra e con l’ISIS e convincerli dei vantaggi della negoziazione. Con ciò dimostrando ancora una volta a tutto il mondo che Putin preferisce una cattiva pace a una buona guerra e che i Russi hanno i mezzi, la capacità e soprattutto la determinazione per raggiungerla.

Questa linea riflette gli interessi economici e politici della Russia che derivano, come dicevamo, della posizione relativa di questo paese nella crisi sistemica, posizione che dipende da fattori storici, geografici e culturali, di cui abbiamo in parte discusso e che adesso non riprendo.

Qualche fan da curva sud di Putin dirà che questi stupefacenti successi militari e diplomatici sono il frutto del genio del gran giocatore di scacchi Vladimir.

Ma pur riconoscendo le qualità strategiche di Putin, c’è un motivo strutturale dei successi russi. Il motivo è questo: nonostante grandi avanzamenti, dal campo sanitario a quello militare, la Russia è ancora molto più debole degli Stati Uniti. Non può permettersi disastri come l’Iraq o l’Afghanistan. I dirigenti russi non possono permettersi mosse sbagliate. E questo aguzza il già raffinato ingegno di Putin e dei suoi consiglieri

Per contro, la recente intervista di Obama a The Atlantic dimostra che gli USA hanno proceduto a tentoni, con un solo obiettivo in testa, cioè mantenere la supremazia mondiale e ricattare militarmente e politicamente la Russia e la Cina (e anche l’Europa). Ma le mosse americane sono un disastro dopo l’altro e purtroppo costano sofferenze indicibili a milioni di persone. Per ora possono ancora permetterselo. Ma per quanto?

Non è difficile immaginarsi la bile dei neocon in questo momento: la Russia che miete un altro imprevisto successo con l’acquiescenza di Obama (nel loro gergo, “la debolezza di Obama”). Cercheranno la vendetta in tutti i modi.

Quali? Ecco che occorre riconoscere che moltissime informazioni ci sono precluse. Possiamo tentare allora con la logica.

I neocon cercheranno di utilizzare Israele? Non credo. Così come l’intervento russo in Siria è iniziato con la piena consapevolezza di Israele (vi ricordate il viaggio di Netanyahu e, cosa inconsueta, dei suoi generali a Mosca?), così anche il ritiro, posso immaginare, è avvenuto dopo accordi tra la Russia e Israele. Era sensato pensarlo, anche se nessuno ce l’aveva detto, ma ora da Israele iniziano a sfuggire interessanti affermazioni, probabilmente intese a umiliare un po’ Washington e metterla in difficoltà con i neocon: «Kerry deve smettere di far la commedia e dimostrarsi sorpreso dall’annuncio di Putin. Lo sapevamo noi e lo sapeva anche lui».

Noi non abbiamo mai dubitato che Israele e gli USA sapessero.

I neocon cercheranno di utilizzare la Turchia? Fratello Erdoğan è un disgraziato, ma vi ricordo che la NATO ha fatto sapere che non verrà trascinata dalla Turchia in una guerra contro la Russia e dieci giorni fa il suo ministro degli Esteri è andato a Teheran (cioè a Canossa). Infine la Turchia è sull’orlo di una guerra civile (e quindi di un possibile colpo di stato anti Erdoğan o di un suo impeachmentgiudiziario, basta che la situazione si deteriori solo di un poco e che i consensi si riducano). E non bisogna dimenticare che per ogni aereo ritirato dalla Russia a Sud ce ne sono cento pronti a decollare a Nord della Turchia.

Tramite i Sauditi? Questi sono mostruosi e lividi di rabbia, ma da soli non si azzarderebbero mai a entrare in Siria mentre gli Yemeniti li stanno umiliando a Sud e il Parlamento Europeo ha chiesto un embargo delle forniture militari a Riad. Anche in questo caso, posso immaginarmi che la diplomazia russa si sia assicurata che la Casa Saud, dove c’è aria di grosso intrigo, non abbia alzate d’ingegno.

Infine, c’è da supporre che prima di ritirarsi Mosca abbia stretto patti chiari con Teheran, che da sola può spaventare Turchia e Sauditi insieme.

  1. Un’altra cosa di cui sappiamo poco è cosa bolle in pentola dietro alle primarie statunitensi. Tutti dicono di sapere tutto, ma io confesso di non essere disposto a scommettere un decino su come andranno a finire le presidenziali. E non sono disposto perché Washington sembra in questa congiuntura storica un po’ la corte di re Duncan (lascio indovinare chi è Lady Macbeth).

Entro la fine dell’anno vedremo se prevarrà quella Realpolitikinvocata con sempre maggior forza da tutti gli ex pezzi grossi delle foreign relations e del Pentagono, a partire da Kissinger, o se lasceranno che Hillary Clinton, l’incantatrice-sacerdotessa deineocon, vada alla Casa Bianca e, soprattutto, ci vada con le idee che ha avuto finora (c’è sempre un’inchiesta dell’FBI che pende come una spada di Damocle sulla sua testa).

Qualcosa nel frattempo si muove. Obama pochissimi giorni fa ha nominato come numero due della NATO Rose Gottemoeller. Non aspettiamoci che questa Rose sia una gandhiana sfegatata, ma di sicuro è un argine ai neocon. Bloomberg inserisce questa nomina nella nuova politica di “reset” con la Russia di Obama. I guerrafondai repubblicani, con in testa Rubio, l’hanno capito e sono già passati all’attacco contro di lei.

Dato che rimarrà in carica quattro anni, è anche un’ipoteca sulle mene guerresche della Clinton.

Ma a proposito di questo mostro di cinismo e arroganza, anche lei parla di “reset con la Russia”, come dall’inizio della campagna elettorale fa il suo avversario Donald Trump. Le mosse di Pechino nel Mare Cinese Meridionale (e quelle nordcoreane più a settentrione) stanno sortendo effetti dirompenti. Molti parlano di una futura sfida militare tra Cina e Stati Uniti. Ma a parte il fatto che, a differenza degli USA, le sfide militari sono state raramente parte del corredo della politica estera della Cina in tutta la sua storia, c’è un pericolo più incombente: se Washington non affronta Pechino gli alleati o comunque amici degli USA nell’area (e alcuni, come l’India, sono decisamente di grosso calibro) si sentiranno mollati e finiranno per subire la discreta ma potente influenza cinese. Questo “pivot to Asia” (e, diciamo così, re-pivot nel cortile di casa sudamericano) deve dunque entrare nel vivo e pur con tutto il suo livore antirusso anche la Clinton mi sa che se ne sta rendendo conto.

Perché allora continuare a sbattere la testa contro un nemico che si è dimostrato molto più coriaceo di quanto si pensasse? E parlo non solo della Russia, ma anche della Siria, perché se un piccolo paese regge cinque anni di sanguinoso assalto di una gang criminale di una trentina di potenze, tra cui alcune delle maggiori e più ricche del mondo, vuol dire che so’ cazzi.

La Siria è un nuovo Vietnam, a tutti gli effetti. Non riesco proprio a capacitarmi che la sinistra cosiddetta “radicale” non lo abbia capito. La cosa veramente mi sconcerta.

Parlo anche del Donbass che ha eroicamente fatto vedere i sorci verdi agli ucronazisti, che adesso vengono abbandonati al loro destino, almeno stando alle dichiarazioni di Obama e di Junker (ma sembra che Cameron sia desideroso di riempire il vuoto).

Se le cose si sono messe in questo modo, sembra dunque voler dire l’America, perché continuare a sbattere il muso mentre l’altra metà del mondo, ne approfitta?

L’Europa è importante, il Medio Oriente anche, l’Africa pure, ma il punto più dolente è l’Oriente asiatico, là dove tra non molto possono essere smontati giocattoli imperiali come il Dollaro o là dove essi possono invece essere riparati, almeno momentaneamente, se si esercita una sufficiente pressione.

E qui si iniziano a vedere in concreto gli effetti di quello che gli studiosi chiamano “sovradimensionamento strategico degli imperi“.

Problemi crescenti per l’impero USA che non riuscirà a fronteggiarli tutti con pressioni, ricatti e proxy wars. Speriamo solo che la sua soluzione non sia allora quella di crepare con tutti i Filistei.

Informazioni su vaturu

I am a sardinian patriot
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...