Caso Regeni: entra in scena “l’Anonimo egiziano”de la Repubblica. Perché ora?

 

Il quotidiano La Repubblica è storicamente uno dei principali strumenti dall’establishment atlantico per influenzare la vita politica italiana: nel caso Regeni il giornale di Carlo De Benedetti ha svolto, spalleggiato da Amnesty International, il ruolo di caporione della campagna mediatica contro il presidente Abd Al-Sisi e gli interessi italiani in Egitto. Gli ultimi colpi di scena, “l’Anonimo egiziano” che accusa lo stesso ex-feldmaresciallo della morte del giovane italiano, sfiorano il ridicolo. Discreditare ed isolare il governo egiziano è diventata una priorità per gli angloamericani: il fragile esecutivo libico di Faiez Al-Serraj, primo passo verso la spartizione dell’ex-colonia italiana, è appeso infatti infatti alla volontà del generale Khalifa Haftar, a sua volta appoggiato dal presidente Abd Al-Sisi.

Quando gli aguzzini sono i paladini della verità

Per appurare la verità su un omicidio è prassi comune studiare il contesto in cui il delitto matura e le evoluzioni successive; anzi, spesso è proprio quanto accade dopo il delitto che consente agli investigatori di risalire ai colpevoli. Il caso di Giulio Regeni rientra in questa casistica: la campagna politico-mediatica che segue il suo assassinio è più utile a stabilire mandanti e complicità della ricostruzione dei fatti che intercorrono tra la sua scomparsa (25 gennaio) ed il ritrovamento del cadavere (3 febbraio).

Fin dai primi giorni una serie di indizi (il precedente dell‘autobomba al consolato dell’11 luglio 2015, la scomparsa di Regeni in occasione dell’anniversario della “rivoluzione di piazza Tahir”, la sua frequentazione dell’American University of Cairo, l’immediato prodigarsi de Il Manifesto e del giornalista Giuseppe Acconcia per dare un connotato politico all’omicidio, il ritrovamento del cadavere in concomitanza alla delegazione economica del ministro Federica Guidi, la pronta evocazione da parte di Repubblica del contratto dell’ENIper lo sviluppo del giacimento Zohr e la richiesta di sospenderlo) avevano indotto a pensare che dietro la scomparsa e la brutale uccisione del giovane friulano si celasse la classica operazione clandestina, mirata al deragliamento della collaborazione tra Italia ed Egitto.

In base a questa ricostruzione elaborata a caldo, la morte Giulio Regeni era riconducibile agli ambienti angloamericani ruotanti attorno all’Università di Cambridge e dell‘American University of Cairo che, “sacrificando” il ricercatore italiano (ricorrendo per l’esecuzione materiale del delitto alla criminalità comune oppure a qualche affiliato della Fratellanza Mussulmana) perseguivano diversi obbiettivi: sabotare l’attività dell’ENI, infliggere un ulteriore colpo alla stabilità dell’Egitto ed alla già debilitata industria turistica, rompere la collaborazione tra Roma ed il Cairo sul dossier libico.

A riprova di quanto stesse a cuore il caso Regeni agli anglomericani, l’8 febbraio Barack Obama, incontrando a Washington il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, assicurava piena “collaborazione” per la ricerca della verità (sinistro presagio dei successivi sviluppi); in contemporanea negli ambienti accademici anglossassoni diventava “virale” la lettera “Egypt must look into all reports of torture, not just the death of Giulio Regeni”1 che, cogliendo al balzo la morte del giovane ricercatore,  sferrava un violento attacco contro l’Egitto di Al-Sisi, reo di centinaia di casi di“sparizioni, torture e morti in cella” ogni anno. Era un documento dal forte contenuto politico, che bene si inquadrava nella diffusa tendenza dei più blasonati atenei angloamericani a mischiare ricerca scientifica e politica estera: emergeva infatti poco dopo che la referente a Cambridge di Giulio Regeni, Anne Alexander, fosse una convinta oppositrice del presidente egiziano Al-Sisi, come testimoniato dalle riprese del comizio dove la docente etichettava, davanti alla bandiere sventolanti della Fratellanza Mussulmana, l’ex-feldmaresciallo come “assassino”2.

L’affaire Regeni passava allo stadio successivo: si acquisivano nuove informazioni sul giovane ricercatore e la cornice politica-mediatica di accompagnamento corroborava le prime supposizioni che dietro l’omicidio si nascondesse la mano angloamericana. Il quotidiano La Stampa scopriva che la vicinanza di Regeni ai servizi atlantici fosse stata più sostanziale di quanto apparso in principio, figurando nel suo curriculum una trascorsa collaborazione con la società Oxford Analytica. Nel frattempo, l’ong Amnesty International, coadiuvata da uno stuolo di politici ed intellettuali uniti dalla passata militanza in Lotta Continua, si faceva carico di tenere il caso sotto i riflettori con la campagna “Verità per Giulio Regeni”. Notavamo come Amnesty International fosse una semplice filiazione del Dipartimento di Stato Americano e come gli ex-LC fossero nati come “cavallo di Troia” angloamericano insinuato nella sinistra italiana: le richieste di ritirare l’ambasciatore al Cairo e sospendere le attività dell’ENI in Egitto rispondevano perciò ad una precisa agenda, quella angloamericana, e portavano ulteriore acqua al mulino dell’operazione clandestina condotta da Londra e Washington “immolando” una pedina (Giulio Regeni) scelta unicamente per il suo passaporto italiano.

All’operazione, un vero colpo al cuore alla politica mediterranea dell’Italia ed agli interessi nazionali in Egitto, si prestava (come già accaduto durante il suicida intervento militare in Libia del 2011), tutta quella schiera di politici che, per debiti da saldare od ambizioni da inseguire, deve omaggiare i poteri atlantici. Spiccavano tra i tanti l’aspirante presidente della Repubblica Pier Ferdinando Casini, ora presidente della commissione Esteri al Senato (“senza delle risposte vere, richiamare l’ambasciatore3), l’onorevole Francesco Boccia, già ricercatore alla London School of Economics, (“per rispetto alla famiglia Regeni l’unica cosa che l’Egitto può fare è ammettere l’errore e chiedere scusa4) ed il segretario del Copasir Felice Casson, che per conto degli USA gestì lo scoppio della “bolla” Gladio (“l’Italia non può accettare di farsi mettere in piedi in testa con un atteggiamento inaccettabile5).

A questo punto, sfortunatamente per Londra e Washington, si poneva un problema.

Un po’ per via del fatto che in Italia non si è ancora del tutto ebeti e si è perfettamente a conoscenza di chi si nasconda dietro l’omicidio Regeni (vedi la lettera di Luigi Bisignani al Tempo: “il ricercatore Giulio Regeni non era una spia e non si occupava di petrolio ma è stato torturato e ucciso come segnale per colpire Matteo Renzi e l’Eni, considerati troppo attivi nel nuovo corso egiziano. Il presidente Al Sisi rappresenta ormai per l’Italia di Renzi quello che l’ultimo Gheddafi era per Berlusconi: uno strategico interlocutore politico e una grande opportunità per le nostre aziende. (…) A Thames House, sede operativa del MI6, l’intelligence inglese segue con molta accuratezza il caso Regeni, forse perché «attenzionato» a sua insaputa.6) un po’ perché l’agenda atlantica di questi mesi è fitta (vedi l’attentato del 22 marzo di Bruxelles), diventa difficile mantenere il caso Regeni al centro dei riflettori, così da svilupparne tutto il potenziale: si è visto con la morte di Fausto Piano e Salvatore Failla, i due dipendenti della Bonatti uccisi in Libia in circostanze non ancora chiarite, che casi analoghi, se non debitamente alimentati, scompaiono dai radar nel volgere di una settimana.

Si passa così al terzo stadio dell’affaire Regeni, quello in svolgimento: più la partita si allunga però, più emergono le forzature e più diventa facile coglirere i veri interessi e le vere responsabilità dietro l’omicidiodel giovane ricercatore. L’assassino torna più volte sul luogo del delitto, indugia maniacalmente sul luogo dove ha consumato il crimine ed esponendosi in prima persona con gli investigatori per indirizzare le indagini in un certo senso, finisce col tradirsi. Così capita ad Amnesty International ed alla Repubblica di Carlo De Benedetti.

Il 29 marzo, ospite di casa Luigi Manconi (già responsabile del servizio d’ordine di Lotta Continua e intimo dei poteri atlantici che si nascondevano dietro la sinistra extra-parlamentare) si tiene nella Sala Nassiryia del Senato la conferenza stampa cui intervengono i genitori di Giulio Regeni ed il portavoce di Amnesty International Italia, Riccardo Noury.

L’avvenimento cade a distanza di cinque giorni dall’eliminazione da parte delle forze di sicurezza egiziane della presunta banda di sequestratori responsabili della morte di Regeni: in un appartamento collegato ai presunti rapitori sono rinvenuti i documenti del ricercatore. La stessa dinamica (ritrovamento di una carta d’identità e morte violenta dei presunti responsabili) che i media si bevono per l’attentato a Charlie Hebdo del 7 gennaio, diventa, se avanzata dal Cairo, una “messa in scena”, “una grande bugia”, “un balletto”, “un depistaggio”: i genitori di Regeni (manipolati da qualcuno?) non ci stanno. Esula dalla nostra analisi stabilire in che misura la famiglia del ricercatore sia stata inconsapevolmente strumentalizzata ed in che misuracondivida le finalità della campagna in atto (senza afferrare che, attaccando Al-Sisi, fiancheggia in ultima analisi gli aguzzini del figlio): ci è sufficiente dire che se gli intenti dei genitori di Regeni differissero da quelli angloamericani, difficilmente riceverebbero un simile spazio mediatico.

Scopo della conferenza del 29 marzo è “chiedere al governo italiano una “risposta forte” alle purtroppoprevedibili nuove manovre diversive degli egiziani7: per qualche misterioso motivo, infatti, i responsabili del “martirio” di Regeni non possono essere né criminali né polizioti dai ranghi. Ci deve essere necessariamentelo zampino del “regime di Al-Sisi, cui è accostato evocativamente l’aggettivo “nazifascista”. Se da parte del governo italiano non giungesse l’agognata “risposta forte” all’Egitto (e qui sorge il dubbio che i famigliari di Regeni siano più interessati alla politica che alla ricerca della verità) i genitori si riservano di mostrare al pubblico la foto del corpo martoriato del figlio. Interviene a quel punto il senatori Luigi Manconi che, dopo aver già chiesto la sospensione dei contratti dell’ENI, torna alla carica invocando il richiamo dell’ambasciatore e l’inserimento dell’Egitto nella lista dei “Paesi non sicuri” stilata dalla Farnesina, così da azzerare i flussi turistici8.

La palla ora è in campo e spetta alla Repubblica farla girare: il giorno successivo appare sul giornale di Carlo De Benedetti l’articolo “Caso Regeni, l’Italia pensa a sanzioni e black list verso l’Egitto9 che, falsificandoclamorosamente il contenuto della conferenza stampa del giorno prima ed agganciandosi all’appello lanciato ai primi di marzo da Amnesty International (“d’accordo con la famiglia di Giulio”), batte nuovamente sul tema delle attività dell’ENI in Egitto e sulla necessità di bloccarle. Si legge nell’articolo:

“Cinque miliardi di investimenti, dal maxi giacimento di gas di Zohr al business sull’edilizia e l’energia attorno a Suez. Tanto vale la partita diplomatica che si muove attorno all’omicidio di Giulio Regeni. Una storia che riguarda l’Italia, secondo partner europeo del Cairo dopo la Germania, ma evidentemente tutta la comunità internazionale che, come dimostrano anche le campagne che i giornali americani hanno lanciato in questi giorni sul caso Regeni, ha acceso le luci sul governo di Al Sisi e sui suoi metodi, così come denunciato dalle Ong internazionali. (…) Ma la famiglia Regeni chiede anche la sospensione degli accordi già in essere, a partire proprio dall’affare dell’Eni che, già ai primi di febbraio, si era mossa per chiedere al governo del Cairo risposte credibili e in tempi brevi. L’invito, evidentemente, è stato disatteso(…)”.

L’articolo, firmato da Giuliano Foschini (lo stesso che ha qualche settimana prima firmato il pezzo sull’“appello di Amnesty e della famiglia del ricercatore ucciso al Cairo al colosso del petrolio10) è un vero e proprio bluff: minaccia nel titolo fantomatiche “sanzioni all’Egitto” ricamando sulle esternazioni di Luigi Manconi e rispolvera arbitrariamente la sospensione dei contratti dell’ENI fingendo che i genitori di Regeni ne abbiano parlato nella conferenza stampa. La pulsione a tirare in ballo l’ENI nell’affaire Regeni è talmente forte che alla Repubblica non si esita a falsificare la realtà, tradendo i veri interessi dietro l’omicidio del giovane ricercatore.

Il meglio di sé, però, il giornale di Carlo De Benedetti deve ancora darlo.

Chi avesse aperto il sito di la Repubblica il 6 aprile, sarebbe incappato in una vera e propria “perla”: un pugno allo stomaco alla deontologia della professione giornalistica, certo, ma allo stesso tempo un perfetto esempio di disinformazione ascrivibile alla guerra psicologica. Entra infatti in scena “l’Anonimo egiziano” (con la “a” rigorosamente capitale per conferirgli autorevolezza) e lo fa attraverso l’articolo, firmato questa volta da Carlo Bonini, intitolato “Ecco chi ha ucciso Giulio: l’accusa anonima ai vertici con tre dettagli segreti”.

Secondo la ricostruzione, una violentissima accusa all’establishment egiziano, il disgraziato Giulio Regeni è rapito dietro ordine del capo della Polizia criminale e del Dipartimento investigativo di Giza, Khaled Shalabi;nella caserma locale è pestato da chi “vuole conoscere la rete dei suoi contatti con i leader dei lavoratori egiziani e quali iniziative stessero preparando”; quindi “per ordine del Ministero dell’Interno Magdy Abdel Ghaffar, Regeni viene trasferito in una sede della Sicurezza Nazionale a Nasr City” e “viene avvertito il capo della Sicurezza Nazionale, Mohamed Sharawy, che chiede e ottiene direttive dal ministro dell’Interno su come sciogliergli la lingua”; “tre giorni di torture non vincono la resistenza di Giulio. Ed è allora che il ministro dell’Interno decide di investire della questione il consigliere del Presidente, il generale Ahmad Jamal ad-Din, che, informato Al Sisi, dispone l’ordine di trasferimento dello studente in una sede dei Servizi segreti militari, anche questa a Nasr city, perché venga interrogato da loro. È una decisione che segna la sorte di Giulio”.

Gran finale col botto11:

“La decisione viene presa in una riunione tra Al Sisi, il ministro dell’Interno, i capi dei due Servizi segreti, il capo di gabinetto della Presidenza e la consigliera per la sicurezza nazionale Fayza Abu al Naja “, nelle stesse ore in cui il ministro Guidi arriva al Cairo chiedendo conto della scomparsa di Regeni. “Nella riunione venne deciso di far apparire la questione come un reato a scopo di rapina a sfondo omosessuale e di gettare il corpo sul ciglio di una strada denudandone la parte inferiore. Il corpo fu quindi trasferito di notte dall’ospedale militare di Kobri a bordo di un’ambulanza scortata dai Servizi segreti e lasciato lungo la strada Cairo-Alessandria”.

Ora, qualsiasi giornalista che rispetti la deontologia della professione, ed ancora di più se lavora per una testata “blasonata”, prima di pubblicare un simile articolo (messo per di più in primo piano) avrebbe attivato qualsiasi canale per appurare l’attendibilità della fonte e, nel dubbio, non non avrebbe pubblicato: si accusano infatti i vertici di un Paese alleato di essere responsabili di un omicidio, con il rischio (ma nel caso di Repubblica è l’intento) di scatenare una tempesta diplomatica. Carlo Bonini, invece, scrive l’articolo basandosi sulle rivelazioni dell’Anonimo che “scrive a Repubblica da qualche giorno da un account mail Yahoo, alternando, nei testi, l’inglese, qualche parola di italiano, e la sua lingua, l’arabo. Si dice della polizia segreta egiziana. Lascia intendere di essere collettore e veicolo di informazioni di chi non può esporsi in prima persona, se non a rischio della vita”.

Il giornale di Carlo De Benedetti getta quindi fango a piene mani sul governo egiziano, dall’alto delleconfessioni di un anonimo che, usando un account di posta privata, afferma di essere un agente segreto e “collettore” di spiate di terzi, a loro volta senza nome. Bé si dirà: se Carlo Bonini si presta all’operazione, avrà qualche solido motivo, ed infatti:

“L’Anonimo svela almeno tre dettagli delle torture inflitte a Giulio Regeni mai resi pubblici e conosciuti solo dagli inquirenti italiani, perché corroborati dall’autopsia effettuata sul cadavere di Giulio nell’Istituto di medicina legale di Roma”.

Se i tre dettagli non sono mai stati resi pubblici, come fa Carlo Bonini, che inquirente non è, ad esserne a conoscenza? Si direbbe che la cerchia delle persone a conoscenza dei tre particolari non è poi tanto ristretta; nulla vieta poi che “l’Anonimo” sia a conoscenza dei macabri particolari perché presente al momento dell’omicidio. Si scivola, insomma, nel ridicolo, tanto che la testata gemella di Repubblica,l’Huffington Post, è costretta a distanza di poche ore dalla pubblicazione ad abiurare il pezzo12:

“Gli inquirenti italiani, tuttavia, fanno sapere di “non prendere in considerazione la mail anonima“. “Si tratta di un anonimo, uno dei tanti in casi, come questo, di forte risonanza mediatica. Non ha nessuna rilevanza giudiziaria“, è il commento di fonti giudiziarie sulla ricostruzione pubblicata su Repubblica.”

La spericolata mossa di Repubblica, giocata poche ore prima dell’arrivo a Roma della delegazione degli inquirenti egiziani per conferire gli sviluppi del caso Regeni, ha il chiaro obbiettivo di scavare un solco incombabile tra i due Paesi. Ma è sempre e solo il giacimento metanifero Zohr nel mirino? No, perché come abbiamo sottolineato sin dalle prime analisi, agli angloamericani preme anche affossare della cooperazione tra Italia ed Egitto sul dossier libico.

All’orizzonte si staglia la Libia…

Man mano che si acquisiscono nuovi elementi, le nostre prime previsioni, elaborate pochi giorni dopo l’accordo del 17 dicembre la nascita di un governo d’unità nazionale libico, trovano conferma: Washington e Londra non hanno mai pianificato di riappacificare la Libia e preservarne l’unità ma, piuttosto, attuando quei piani apparsi sulla stampa anglosassone sin dal 2013, puntano alla sua balcanizzazione e suddivisione in tre (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan) o più entità (contando anche le città-Stato come Misurata e Derna). Il premier designato Faiez Al-Serraj si incastra in questa strategia: scelto formalmente per riconciliare il Paese e sanare la frattura tra il governo islamita di Tripoli (sostenuto da angloamericani, turchi e qatarioti) e quello nazionalista-laico di Tobruk (l’unico riconosciuto a livello internazionale ed appoggiato da Egitto e Russia), Al-Serraj mostra giorno dopo di essere in grado, al massimo, di ritagliarsi un feudo in Tripolitania, puntellato dalla NATO.

Dopo diversi tentativi di atterrare a Tripoli, puntualmente respinti dalle milizie locali, Faiez Al-Serraj sbarca via mare a Tripoli il 30 marzo, adibendo la base navale a “quartier generale” del governo in attesa di guadagnare la città. Tripoli, si ricordi, è dominata dagli islamisti di Alba della Libia (una variante locale della Fratellanza Mussulmana) che non si liquefano di certo all’arrivo dell’inerme Al-Serraj: le teste calde si trasferiscono a Misurata, gli intransigenti diffidano chiunque dall’intrattenere rapporti con il nuovo governo “illegittimo” e la minoranza più malleabile, ammansita da qualche promessa di facile guadagno, converge verso Al-Serraj13.

Seppur appoggiato dagli unici organismi superstiti della vecchia Libia, la banca centrale e l’ente petrolifero nazionale14 (entrambi strettamente connessi alla finanza anglosassone), il premier designato si trova così in una posizione fragilissima: è ormai chiaro che i celebri 5.000 soldati italiani da inviare a Tripoli, sarebbero incaricati di puntellare il suo modesto potentato, sancendo così la fine dell’integrità del Paese.

Prima che l’Italia si imbarcasse, dietro pressione angloamericana, nell’avventura del governo d’unità nazionale, le nostre fortune erano però riposte nel generale Khalifa Haftar e nel governo laico di Tobruk, a sua volta sponsorizzato dal presidente egiziano Abd Al-Sisi: Renzi in Egitto, patto con Al Sisi sulla Libia: fermiamo l’Isis prima che dilaghi” titolava la Stampa il 13 marzo 201515.

In questi giorni Haftar, completata la riconquista di Bengasi, ha spostato i combattimenti a Sirte16, attuale roccaforte dell’ISIS, dando nuova linfa alle supposizioni di chi lo vorrebbe pronto ad avanzare sino a Tripolied a riconquistare la capitale, in accordo con le principali tribù del Paese. Haftar così, lungi dall’essere il “principale ostacolo” al governo d’unità nazionale di Faiez Al-Serraj, privo di qualsiasi forza militare e prestigio politico, si imporrebbe come il solo uomo capace di garantire l’integrità e la laicità della Libia, conla benedizione egiziana.

Rientra ancora una volta in campo l’omicidio di Giulio Regeni: sabotare il patto tra Roma ed il Cairo sulla Libia fa comodo a quelle potenze che premono per la balcanizzazione della ex-colonia italiana e vedono nell’evanescente esecutivo di Faiez Al-Serraj il primo passo verso la sua spartizione.

carlobonini

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