IL TRILEMMA DI RODRIK: L’ECONOMIA MONDIALE NON LO PUÒ EVITARE

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Non è consueto, per noi, tradurre un articolo pubblicato nove anni fa, ma il citatissimo “trilemma di Rodrik”, più che mai attuale, merita di essere letto nella sua proposizione originale sul blog dell’autore, ora che la cronaca – e quanto abbiamo raccontato qui  ne è solo un esempio – ci mostra ogni giorno di più (a nostre spese) quanto democrazia, sovranità dello Stato e globalizzazione dei mercati siano tra di loro incompatibili. “Fingere che possiamo avere tutte e tre contemporaneamente ci abbandona in una insicura terra di nessuno”. 

di Dani Rodrik, 27 giugno 2007

A volte le idee semplici e coraggiose ci aiutano a vedere più chiaramente una realtà complessa che richiede approcci sfumati.

Ho un “teorema dell’impossibilità” per l’economia globale che è così. Mostra che democrazia, sovranità nazionale e integrazione economica globale sono reciprocamente incompatibili: possiamo combinare due a scelta delle tre, ma mai avere tutte e tre contemporaneamente nella loro pienezza.

Ecco come si presenta il teorema in un’immagine.

Per capire perché tutto questo ha senso, si noti che una profonda integrazione economica richiede che eliminiamo tutti i costi di transazione previsti per commerci e scambi finanziari attraverso le frontiere. Gli stati nazione sono una fonte fondamentale di questi costi di transazione: generano il rischio sovrano, creano discontinuità regolatorie ai confini, impediscono una regolamentazione e supervisione globale degli intermediari finanziari e rendono un prestatore globale di ultima istanza un sogno senza speranza.

Il malfunzionamento del sistema finanziario globale è intimamente legato a questi specifici costi di transazione.

Quindi, che cosa possiamo fare?

Una possibilità è andare verso il federalismo globale, allineando l’obiettivo della politica (democratica) a quello dei mercati globali. Realisticamente, però, questo è qualcosa che non può essere fatto su scala globale. È già abbastanza difficile da raggiungere anche tra un paesi relativamente simili e che la pensano in maniera simile, come l’esperienza della UE dimostra.

Un’altra opzione è il mantenimento dello stato nazione, ma in modo che risponda solo alle esigenze dell’economia internazionale. Avremmo così uno stato che persegue l’integrazione economica globale a scapito degli obiettivi nazionali. Il gold standard del XIX secolo ci fornisce un esempio storico di questo tipo di stato. Il crollo dell’esperimento di convertibilità argentino degli anni ’90 ci fornisce un’illustrazione contemporanea della sua incompatibilità intrinseca con la democrazia. (E quanto sta avvenendo oggi in UE ce ne fornisce un esempio doloroso, NdVdE).

Infine, possiamo ridurre le nostre ambizioni sulla quantità di integrazione economica internazionale che possiamo (o dobbiamo) raggiungere. Quindi rivolgerci a una versione limitata della globalizzazione, più o meno come il regime di Bretton Woods del dopoguerra (con i suoi controlli sui capitali e una limitata liberalizzazione degli scambi). Sfortunatamente questo è diventato vittima del suo stesso successo. Abbiamo dimenticato i compromessi incorporati in questo sistema, che erano la fonte del suo successo.

Insomma, io sostengo che qualsiasi riforma del sistema economico internazionale deve affrontare questo trilemma.

Se vogliamo più globalizzazione, dobbiamo o rinunciare a una parte della democrazia o a una parte della sovranità nazionale. Fingere che possiamo avere tutte e tre simultaneamente ci abbandona in una insicura terra di nessuno.

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