LA PROFEZIA DI ERDOGAN

La rivista Foreign Policy commenta le conseguenze del fallito colpo di stato contro Erdogan in Turchia. Il premier turco ha per più di dieci anni costantemente manifestato forti timori di un possibile colpo di stato contro di lui: e questo lo trasforma quasi in un profeta ora che l’evento si è materializzato. Il risultato: un enorme potere per trasformare le istituzioni dello Stato in senso non democratico. Anche se è inverosimile che – come si dice in giro – Erdogan stesso abbia orchestrato il tutto, di fatto il colpo di stato mancato lo ha reso ancora più forte.  

di Michael J. Koplow, 18 luglio 2016

È difficile esagerare, nel valutare quanto il timore di un colpo di stato militare abbia influenzato il comportamento politico del leader turco Recep Tayyip Erdogan. I Turchi conservatori e religiosi hanno vissuto per decenni all’ombra del colpo di stato del 1960, che depose e giustiziò il primo ministro Adnan Menderes, al quale Erdogan spesso si riferisce come a un eroe e martire, nonché monito per il futuro. Il colpo di stato “postmoderno” del 1997, che depose il mentore politico di Erdogan, il primo ministro Necmettin Erbakan, e portò alla successiva detenzione di Erdogan e alla sua sospensione dalla politica per incitamento religioso, ha rafforzato l’idea tra i turchi non appartenenti all’élite che il vecchio establishment secolare, di cui l’esercito è stato la pietra angolare, non avrebbe mai ceduto del tutto il potere.

Solo quando Erdogan e Abdullah Gül, cofondatore insieme a lui del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), nel 2007 vinsero il braccio di ferro con i militari per la candidatura di Gül alla presidenza (l’esercito si era opposto perché la moglie di Gül indossava il velo), Erdogan sembrò prendere il sopravvento ed essere in grado di capovolgere definitivamente il rapporto di potere con l’esercito.

Questo è il contesto dei recenti processi Ergenekon e Balyoz, in cui il governo ha accusato alcuni ufficiali turchi di avere pianificato una serie di colpi di stato e finti attacchi progettati per rovesciare il regime dell’AKP – processi che hanno decimato le file dei militari turchi e che in seguito sono stati annullati quando si è scoperto che diverse accuse erano basate su prove false.
È anche lo stesso contesto in cui nasce la feticizzazione delle elezioni da parte di Erdogan e la sua teoria di governo maggioritaria. Sia come primo ministro sia come presidente, Erdogan ha ripetuto più volte che le elezioni conferiscono un potere assoluto e permettono al governo di fare tutto quello che vuole. Benché fossero posizioni volte in gran parte a tenere fuori dai giochi gli inetti partiti di opposizione turchi, sono state anche l’estrema linea di difesa contro i militari. Erdogan non si è mai sentito al sicuro dalla longa manus dell’esercito e ha sempre temuto che il prossimo colpo di stato fosse dietro l’angolo. Ha sempre vissuto ogni sfida come una congiura, sia che venisse dai militari, sia dai suoi ex alleati del movimento di Gülen, perfino dai manifestanti disarmati di Gezi Park.

Erdogan si è convinto che avrebbe potuto sfuggire a questa situazione solo puntando a una vittoria schiacciante il giorno delle elezioni e mobilitando i suoi sostenitori in eclatanti manifestazioni di sostegno popolare. Questo avrebbe reso difficile per i militari continuare nella tradizione di intervento nella politica turca; rovesciare Erdogan e l’Akp avrebbe voluto dire attaccare un leader con una popolarità senza precedenti e un partito che aveva avuto un successo straordinario.

E quindi venerdì è stata una sorpresa vedere i carri armati per le strade di Istanbul, gli F-16 che volavano a bassa quota su Ankara, e una nuova entità autoproclamatasi “Consiglio per la Pace” che annunciava alla televisione di stato turca di aver preso il potere nel Paese. Improvvisamente, sembrava che i peggiori timori di Erdogan si fossero realizzati e che i suoi sforzi per mettere la Turchia al riparo dai colpi di stato avessero provocato esattamente quello che Erdogan aveva cercato di scongiurare. Il colpo di stato in corso apparentemente è stato accolto con soddisfazione da alcuni osservatori. Ma il fatto che Erdogan nel tempo sia diventato sempre più autocratico e che abbia sistematicamente svuotato lo Stato turco non significa che il colpo di stato sarebbe stato in alcun modo una vittoria per la democrazia. Un colpo di stato non è una rivoluzione popolare; è qualcosa di sostanzialmente illiberale e generalmente è disastroso per lo sviluppo politico a lungo termine di un paese. La Turchia non fa certo eccezione .
Un altro colpo di stato non sarebbe di certo stato un elisir magico per la democrazia turca. Nella migliore delle ipotesi, avrebbe semplicemente portato a un diverso tipo di autoritarismo rispetto a quello che c’è in Turchia ora. Nel peggiore dei casi, avrebbe scatenato una guerra civile. Che i partiti di opposizione in Turchia abbiano tutti preso posizione contro il colpo di stato ben prima che il risultato fosse chiaro (piuttosto che sostenerlo come opportunità per sbarazzarsi definitivamente di Erdogan e dell’Akp), basta a capire come la maggioranza dei turchi abbia respinto la bufala che un colpo di stato avrebbe rianimato la vita politica.

Questo però non vuol dire neanche che il fallimento del colpo di stato sia una vittoria per la democrazia. Erdogan ha passato più di dieci anni a paventare trame volte a rovesciare la volontà del popolo. I suoi avvertimenti costanti ora sembrano più profetici che paranoici. Ecco perché, secondo una teoria molto diffusa in Turchia, Erdogan avrebbe pianificato e orchestrato il colpo di stato fallito, come sistema per consolidare il suo potere. Una storia inverosimile – mantenere segreta un’operazione come questa sarebbe stato ben difficile e convincere centinaia di persone a morire per realizzarla ancora più difficile – ma è certo che Erdogan sarà comunque il principale beneficiario di questo tentativo.
D’ora in poi, Erdogan sarà non solo il presidente che ha resistito con successo a un tentativo di rovesciarlo: sarà anche colui che aveva avuto ragione di temere. Non importa che le sue passate purghe contro l’esercito e l’attuale guerra contro gli sgradevoli avversari Gülenisti abbiano di fatto reso la sua una profezia che si autoavvera; quando ora insiste per ottenere una nuova costituzione che sancisca l’ordinamento presidenziale ed elimini qualsiasi sistema di contrappeso e controllo significativo, giustificandolo con la necessità di portare alla supremazia del mondo civile su quello militare, rimarranno in ben pochi ad obiettare. Ma i continui riferimenti di Erdogan alla volontà del popolo non significano che il progetto in cui si sta imbarcando sarà democratico.
I golpisti maldestri e incompetenti hanno progettato di rifondare lo Stato turco, e le loro azioni riusciranno in effetti a farlo – ma non nel modo che avevano immaginato.
Esattamente come alcuni politici americani di entrambi gli schieramenti politici ancora ostentano la loro opposizione alla guerra in Iraq come prova del loro altissimo giudizio in politica estera in qualsiasi situazione, allo stesso modo Erdogan utilizzerà gli eventi dello scorso fine settimana (quello del tentato golpe, ndt) come pretesto per ottenere tutto ciò che vuole per il resto del suo regno politico. Questo include una nuova costituzione, un giro di vite e una purga sull’ opposizione (legati o meno al colpo di stato) e una incombente resa dei conti con gli Stati Uniti. Benché Erdogan fosse già prima ben saldo in sella, ora la sua posizione è ancora migliorata.

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