La narrazione renziana e la sinistra PD

goofynomics

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Riletto il primo post, mi pare che in termini economici da aggiungere ci sia poco, e anche per questo sto accusando una certa stanchezza, e sono diviso sempre più profondamente fra l’atteggiamento un po’ aristocratico di Sergio Cesaratto al #goofy3 (sintesi: chi oggi non ha ancora capito è inutile) e le esortazioni di tanti che mi dicono come continuare a spiegare le cose inutile non sia.

L’utilità di uno sforzo, tuttavia, si misura rispetto a un obiettivo, però, e l’obiettivo qual è?

Se le élite che ostentano di voler difendere la democrazia non hanno capito che questa difesa oggi non è un problema politico, cioè un problema di regole (visto che i rapporti di forze sono chiaramente definiti), ma un problema culturale, un problema di categorie interpretative della realtà (che se sovvertite potrebbero sovvertire i rapporti di forze), se nemmeno questo obiettivo condividiamo, definire il rapporto mezzi/obiettivi diventa veramente arduo!

Non pretendo che questa ottica sia giusta, e soprattutto non pretendo che, posto che lo sia, i potenziali interlocutori lo capiscano. Non sono certo stupidi, ma hanno il diritto, come tutti, di essere vittime della shock economy, il cui principale scopo è frastornare i cittadini per prevenire, appunto, la maturazione di una coscienza civile. Magari sarebbe gradita, nel caso il mio argomento fosse sbagliato, una pacata e argomentata confutazione, che mi aiuterebbe a rivedere la mia strategia.

Tuttavia, se la frase che sopra ho evidenziato ha un senso, allora è del tutto evidente che Biasco et id genus omne (Rodano, Realfonzo, e via terroristeggiando e sognoeuropeggiando) sono molto più pericolosi per la democrazia di Renzi, in quanto forniscono alimento a una visione del mondo funzionale alle logiche del potere che ci opprime, e fanno pertanto terra bruciata intorno a chiunque voglia portare avanti una diversa Weltanschauung (mi dispiace se torno sul solito argomento, ma ci tornerò fino alla morte – metaforica – dell’interlocutore).

Intendiamoci: non sto dicendo che non ci si debba opporre all’Italicum, per carità! La cagnara sull’Italicum ha un senso, ma anche no. Una riforma liberticida può backfire, come dicono quelli che se ne intendono. Un amico che in pubblico mi dice una cosa e in privato un’altra, essendo esperto, mi ha fatto notare che il Mattarellum era nato per salvare la Democrazia Cristiana, e servì invece a smantellarla. Io ve la vendo come l’ho comprata, se dovessi spiegarla ar Palla non saprei da dove cominciare, anzi, se me la spiegate ve ne sarò grato – invoco qui i sempre graditi Buffagni, Kthrcds, Porter, ecc.. Se dovessi spiegare il concetto di backfire ar Palla farei l’esempio più classico, l’esempio di Quisling, quello che venne meritatamente (si può dire?) fucilato in base alla legge sulla pena capitale da lui ripristinata per compiacere agli occupanti nazisti. I norvegesi, a quella legge, erano contrari, ma già che c’erano prima la usarono per ringraziare il collaborazionista – e poi, subito dopo, l’abolirono.

Trasposto ai nostri giorni, è ovvio che lo scopo del simpatico giostraio è blindare il potere che occupa con la sua minoranza, ed è quindi ovvio che lasciarglielo fare apre a derive pericolosissime, ma insomma, Dio santo, mica è da ieri che questo succede! Mi fate il sacratissimo favore di leggervi La fabbrica del falso, se non l’avete fatto? Per invogliarvi, e per farvi capire, ecco pagina 66:

Sono anni che siamo avviati su un percorso di svuotamento della democrazia, e questo Vladimiro lo espone con una chiarezza encomiabile. È una bella cosa? Direi di no. Del resto, la voleva l’esecrando Gelli (e l’ha realizzata il santino laico Segni!). Ma il punto è che, in linea del tutto astratta, una legge che blinda la minoranza potrebbe anche rivelarsi controproducente per chi la propone, se nel frattempo i cittadini cominciassero a intravedere le effettive priorità.

Una legge nata per blindare il PUDE potrebbe finire per blindare un partito che difenda gli interessi del paese, who knows? Il vero problema quindi, dal mio punto di vista, rimane quello di portare il paese a conoscere i propri interessi.

Non sento una particolare ansia in tal senso da parte di chi si oppone strenuamente e giustamente alla riforma liberticida. Il problema è chiaro, e risulta molto bene da questo a suo modo strepitoso intervento di D’Attorre:

 

Tutto giusto e bene esposto, contrastando con garbo l’atteggiamento della Sardoni (taccuino).

Molti hanno insistito sulla parte finale dell’intervento, quella nella quale D’Attorre mette in evidenza che il DEF sconta una disoccupazione strutturale attorno al 12% (o quel che l’è, il numero conta poco). In parole povere, i nostri governanti assumono che con una disoccupazione a una cifra la nostra inflazione ripartirebbe, rendendo i prodotti italiani poco convenienti sui mercati esteri, e quindi si sono dati l’obiettivo – camuffato da un bellatinorum tecnocratico – di tenere la disoccupazione a due cifre ancora per un po’. Sì, va bene, questo è scandaloso, il modo in cui il prodotto potenziale e il NAIRU vengono calcolati è criticabile, ecc. Roba che qui sappiamo da anni, tutto noto e tutto già detto. Attenzione: non dai politici: quindi fa bene D’Attorre a ribadirlo.

Bravo.

Ma per me la chiave di volta dell’intervento di D’Attorre è al minuto 1:50: “La narrazione di quello che avvenne fra 2011 e il 2012 io credo che andrebbe rifatta”.

E certo che andrebbe rifatta!

Ma c’è un problema, purtroppo: questa narrazione l’avete fatta voi!

Un esempio? E che cce vò, qui se lo ricordano tutti: la famosa scena dell’esorcismo, nella quale chiesi a Stefano di liberarsi, dicendo la verità. Perché a quella data (e si era al 2 marzo 2013) gli argomenti erano ancora: “Nel 2011 eravamo sull’orlo della bancarotta” (le parole esatte me le cercate voi? Io ho Internet lentissimo. Qualcuno mi sbobina lo scambio di battute fra me e Fassina? Grazie…). Ma ci sono anche cose più di nicchia, che a molti erano sfuggite…

Vladimiro mi ha chiesto di eliminare da questo post una potenziale ambiguità, perché secondo lui io suggerisco surrettiziamente che Fassina avrebbe votato il Fiscal compact, quando, come tutti sappiamo, gli era tecnicamente impossibile farlo. Vedo che continuiamo a non capirci. Se la frase sopra evidenziata (la difesa della democrazia è un problema culturale) ha un senso, avvalorare la “narraFFione” del “fate presto” a marzo 2013 è molto, ma molto più grave che non votare il Fiscal compact a luglio 2012 (cosa che Fassina non ha fatto). Ma se Fassina non ha votato per il Fiscal compact, è perché non era in Parlamento. Tuttavia, che lui all’epoca fosse un autentico falco pro-austerità lo sappiamo, è consegnato agli atti!

Anche lui (e sapete quanto gli voglia bene: Rockapasso è perfino gelosa!) ha detto quello che pensava al Financial Times, esattamente come quello al quale voglio meno bene. La precisazione di Vladimiro quindi è apprezzabile, ma qual è la sua portata effettiva? Sappiamo tutti che se fosse stato in Parlamento Fassina avrebbe votato il Fiscal compact, e anzi, perdonatemi ma qui bene amat bene castigat, sappiamo che se è finito in Parlamento, è proprio perché all’epoca era perfettamente chiaro che se avesse potuto avrebbe votato dieci cento mille Fiscal compact, che era un supporter (forse non sfegatato, ma pur sempre supporter) del montismo e del fateprestismo (che infatti ribadiva a marzo 2013, quando la Commissione Europea lo aveva sbugiardato a settembre 2012, chiarendo che l’Italia non aveva mai avuto un problema di sostenibilità fiscale di breve periodo (p. 35), ed era messa piuttosto bene nel lungo (p. 42), meglio della Germania, per gli ovvi motivi legati alle dinamiche demografiche qui più volte evidenziati.

La narrazione del fate presto era falsa, e l’attuale sinistra PD continuava a proporcela sei mesi dopo che la Commissione Europea, essendo andata all’incasso di quello che i grandi creditori suoi mandanti desideravano, poteva tranquillamente sconfessarla!

Orsù, direbbe qualcuno!

Ora, intendiamoci, qui ci sono due problemi, uno metodologico e uno politico.

Quello metodologico si riassume nella frase che il solito coglione di turno potrebbe essere tentato di profferire: “La storia non si fa coi se”. Infatti. La storia si fa coi sé. Possiamo andare avanti?

Il problema politico è più interessante.

Capisco che agli occhi delle anime belle passerò per un Maramaldo, per uno che si accanisce sulla parte perdente, e questo, per di più, nel momento in cui sta combattendo una battaglia “giusta”. Sarà così. Ma vedete, cerchiamo di capirci: io non sono un genio della politica, né dell’economia. Come ho spiegato al mio attuale editore, ambisco solo a diventare una nota a piè pagina nella storia della letteratura italiana (e lo diventerò). Punto. Da ciò consegue che la memoria che ho io, la hanno anche altri, e che le conclusioni che traggo io, le traggono anche altri, e prima e peggio di me.

Allora, attenzione, perché non solo le riforme, ma anche l’opposizione a esse potrebbe backfire!

Cosa voglio dire? Una cosa molto semplice, quella che ci ricordava Keynes: he who will the end will the means! Chi ha voluto l’euro (il fine), e per questo motivo ha voluto l’austerità (uno dei mezzi), ha grosse difficoltà oggi nel dissociarsi da un altro dei mezzi, ovvero la repressione della democrazia. Siamo sicuri che l’Italicum sia la linea del Piave giusta?

Per carità, come diceva giustamente Vladimiro ieri su Twitter, ormai sono arretrati fino a qui, cosa vuoi che facciano?

Faccio due considerazioni, una retrospettiva e l’altra prospettiva.

Quella retrospettiva è che attestarsi sul Jobs act forse (dico forse) avrebbe avuto più senso. Sì, capisco: all’interno del PD, che anche per colpa vostra è diventato un partito di ispirazione fortemente liberista, l’opposizione a una riforma di stampo mercatista forse sarebbe stata capita meno dell’opposizione a una riforma più “politica”. È chiaro che se volete parlare al cuore degli addetti ai lavori (e secondo me dovete farlo) l’opposizione all’Italicum ha più senso di quella al Jobs act, no?

D’altra parte, però, ci sono due downside risks: il primo è che così non parlate al partito di maggioranza, quello degli astensionisti, che si sono rotti i coglioni di tecnicismi elettorali; il secondo è che chi ancora vota penserà: “Ora si sono inalberati perché quello che è in gioco non è il mio posto di lavoro, ma il loro, e quindi che se ne vadano al diavolo!”. La battaglia per una legge meno liberticida sembra, ahimè, pur non essendolo, una battaglia che certe minoranze politiche combattono nel proprio interesse. Quella sul Jobs act un rischio simile lo correva di meno, e se è vero che da un lato avrebbe potuto essere strumentalizzata da Renzi come “Guardate questi “vecchi” come Bersani, Prodi e i loro cuccioli che mi impediscono di modernizzare il paese!”, dall’altra avrebbe almeno portato l’attenzione sul punto cruciale del disegno liberista del quale l’euro è testata d’angolo: il tentativo (finora riuscito) di estirpare il diritto al lavoro dalla costituzione, per riportarlo nel codice civile.

Quindi, pur prestandosi a un ovvio contrasto da parte del giostraio, la battaglia sul Jobs act avrebbe avuto un valore di signalling maggiore. Già oggi, come al solito dopo essere passate all’incasso, le élite internazionali sconfessano il fondamento ideologico in base al quale hanno chiesto certe riforme. Il capitale politico costruito opponendosi pagherebbe quindi già oggi i primi interessi (che nel video proposto D’Attorre riscuote abilmente, ma in proporzione al capitale investito: poco!).

Certo, voi mi direte: “Ma Alberto, tu la fai facile! Certe cose è già difficile farle capire a un parlamentare, figuriamoci a un elettore! Qui occorrono messaggi chiari, ecc. ecc.”.

Ah, io non discuto.

I professionisti, si sa, siete voi, e si vede.

Ma il punto però sempre quello è: siamo d’accordo o no che qui c’è bisogno di una rivoluzione culturale? E che chi più ha fatto per costruire il falso, ora più dovrebbe fare per prendere le distanze da esso?

Molto prudentemente qualcuno lo sta facendo. Vi propongo un altro Fassina, annata 2015. Anche qui, tutti si sono soffermati sulla proposta “shock” (la pacata considerazione che la Grecia non ha altra strada che l’uscita dall’euro), mentre secondo me le chiavi di volta dell’intervento erano altre due, che sono, ovviamente, passate inosservate: l’affermazione che il buon senso non è né di destra né di sinistra (al minuto 6), e la frase più significativa: “quelli che mettono in evidenza le conseguenze catastrofiche dell’uscita dall’euro devono rendersi conto, probabilmente lo sanno e non lo dicono, che la rotta sulla quale siamo porta al naufragio”.

Ecco.

Qui ci siamo.

Chi ha cooperato al progetto terroristico, ha mille e uno modi per rimediare al danno fatto.

Di tutti questi possibili modi a me, personalmente, la doverosa opposizione all’Italicum continua a sembrare il più inefficace: sposta il discorso su un piano del tutto diverso e offusca il fulcro del problema, che è e continua a essere quello che in questo blog e nei miei libri ho chiarito e sto chiarendo a tante persone: l’Italicum non salta fuori out of the blue sky perché Renzi è cattivo dentro! L’Italicum è la necessaria conseguenza del fatto che un sistema nato per distorcere la distribuzione del reddito a danno della maggioranza, se vuole sopravvivere, deve comprimere la democrazia. Vi ho documentato con una bella fotina che Giacché queste cose le diceva anni or sono: è così difficile farle capire à gauche?

Finché non si riuscirà a far capire questo agli elettori, la battaglia sull’Italicum, cari politici, temo sarà vista dalla maggioranza degli astensionisti e dei votanti come una battaglia a difesa delle vostre riverite terga. Ma per far capire questo bisogna andare con più decisione nel senso di Fassina (2015) (ortogonale a Fassina, 2013): opporsi decisamente alla narraFFione dei miei colleghi opportunisti e scientificamente impreparati, prendendo politicamente le distanze da essa in modo esplicito, e diffondere un resoconto dei fatti più coerente, più ancorato all’evidenza, più scientificamente fondato.

Sì, lo so, sono in conflitto di interessi.

In Italia questo resoconto è consegnato ai libri miei e di due miei amici: Vladimiro eLuciano, e basta. Punto. Il resto o è roba che si arrampica sugli specchi per difendere l’euroFogno, o non ha fondamenta scientifiche solide, o non c’è.

E allora che vogliamo fare?

È colpa nostra?

Siamo noi che dobbiamo vergognarci per aver detto la verità, o è qualcun altro che dovrebbe vergognarsi per aver mentito, e soprattutto per continuare a farlo?

Vogliamo lasciare la narraFFione giusta nelle mani sbagliate, o vogliamo farne il catalizzatore di una rivoluzione culturale che diventi movimento politico?

Ne vogliamo parlare, oppure preferiamo continuare a fomentare la melma tsipriota eurobelloausteritàbrutta che, se pure non è a libro paga della Bce – e potrebbe anche esserlo, who knows? – è ormai chiaro che non porta da nessuna parte?

Vogliamo, come sto chiedendo da mesi, lanciare messaggi non solo agli addetti ai lavori “politici”, ma anche agli “economisti”, facendogli capire che la verità potrebbe in un domani non lontano avere copertura politica, e spezzando così quel circolo vizioso che vi impedisce di parlare ai vostri “perché Bagnai è leghista” e che a me impedisce di coinvolgere più colleghi “perché la minoranza è perdente”!

E poi, scusate, la verità mica l’ho detta solo io? Vi ho fatto vedere almeno altre due persone cui potete far riferimento per cominciare a distanziarvi pacatamente, ma fermamente e sistematicamente, dagli economisti che propalano teorie funzionali a un disegno conservatore! Va detto e ripetuto che chi dice certe fregnacce (“gli aerei sequestrat a Berlino!”) esagera e non ci crede nemmeno lui. Ogni finestra di opportunità mediatica va usata per opporre al terrorismo elementi fattuali. Nel momento in cui cominciaste a prendere le distanze, i potenziali riferimenti intellettuali “critici” aumenterebbero. Gli accademici sono autoreferenziali e gregari per natura. La letteratura scientifica internazionale ha già condannato l’eurozona da tre o quattro anni (i miei lettori sanno), quindi fra un po’ anche qui i miei colleghi verranno a spiegarmi che l’euro non può funzionare! Se vedeste che bel dibbbattito si sta sviluppando a Roma 3 grazie a Cesaratto, ad esempio! Ricevo certe letterine che se le ricevesse l’ultimo dei miei lettori si sganascerebbe dalle risate.

Ci stanno arrivando, gli illustri colleghi, ma la battaglia culturale (culturale, non politica) deve partire da voi. Ve la sentite? O dobbiamo ricordarvi montiani?

Ecco, per me le domande sono queste.

E, visto che, come dire, io sono un professore, quindi oltre alle lezioni devo anche tenere esercitazioni, segue esercitazione: mi sono lievemente rotto i coglioni di sentirvi citare la qualunque, perfino papa Francesco (che, porello, se si è trovato a essere di sinistra è essenzialmente per colpa vostra!), pur di non citare L’Italia può farcela, Anschluss, o Euro e (o) democrazia costituzionale.

Non sto cercando piazzisti, non aspiro a vedervi fare quello che, con una certa astuzia politica, ha fatto Salvini, non sia mai!

Sto solo rimarcando che state facendo molto meno per portare laggente al discorso giusto, di quanto avete fatto per portarla a quello sbagliato. E se lo rimarcassi solo io, questo non sarebbe un problema. Ma non lo rimarco solo io. Quindi, che ci crediate o no, è un problema. Magari piccolo. Diciamo che è un problemino. Ma in ogni caso è vostro e non mio. Non volete diffondere la narrazione giusta? Non c’è problema: almeno nel mio caso, si diffonde tranquillamente da sé. I miei libri, come i prodotti della ricerca di a/simmetrie, non hanno colore: sono resi pubblici perché chi lo desidera se ne serva. Non mi pare che portino sfiga a chi decide di approfittarne, sicuramente meno sfiga di altri discorsi, a giudicare dai risultati.

Ma almeno, e questo ve lo suggerisco toto corde nell’interesse vostro e del paese, trovate il modo di spiegare perché, come e quando avete capito che quello che difendevate non aveva senso, che la narrazione che avete propugnato era sbagliata. Documentando il vostro percorso (senza far nomi, per carità, altrimenti i colleghi si ingelosiscono!) eviterete di fare la figura dei voltagabbana, e soprattutto aiuterete quelli che a voi interessano tatticamente, cioè gli insider, a fare un percorso simile, o quanto meno a porsi delle domande. Come siete passati dal fateprestismo montiano alla percezione scientificamente fondata che il sistema è insostenibile? Lo volete spiegare ai vostri compagni? Non è che dobbiate fargli una lezioncina: ci sono mille e uno modi per farsi capire! Gli esperti siete voi…

Tanto vi dovevo (contento, Vlad, della disambiguazione?).

Dieu et mon droit.

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I am a sardinian patriot
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