LA SENTENZA DELL’ALTA CORTE SULL’ARTICOLO 50 METTE IN EVIDENZA IL DIVARIO TRA IL PAESE E L’ELITE

Un articolo del Telegraph sottolinea come la sentenza dell’Alta corte inglese che su ricorso di un gruppo di attivisti pro-Ue mette i bastoni tra le ruote al governo sulla via della Brexit,  ben lungi dall’essere una autentica questione di legittimità costituzionale,  rappresenta un chiaro tentativo di rovesciare l’esito del referendum.  Del resto, come in Francia, in Olanda, in Danimarca, in Irlanda… si tratta di una vecchia abitudine da parte dell’oligarchia finanziaria europeista, ben decisa a tenersi stretto il potere al riparo dal processo democratico.  Ma nel Regno Unito funzionerà?

di Daniel Hannan, 3 novembre 2016

Nel corso della campagna referendaria, il governo ha speso 9,3 milioni di £ per distribuire ad ogni famiglia britannica un opuscolo in cui spiegava i motivi che giustificavano la scelta di rimanere nella Ue. Quella pubblicazione ufficiale conteneva una chiara dichiarazione: “Questa è la vostra decisione. Il governo attuerà ciò che voi deciderete“.

I Remainers hanno difeso il volantino sulla base dell’argomento che non era semplicemente uno strumento di propaganda, ma una dichiarazione formale sulla politica del governo.

Nessun attivista per il Remain, per quanto io ne sappia, ha contestato la frase che ho appena citato. Sicuri che avrebbero vinto, erano felici di considerare il referendum come un atto definitivo e vincolante.

Ed è proprio questo ora che rende così assurda tutta questa retorica sulla legittimità costituzionale.

Gli attivisti pro-UE, dopo aver vinto il primo round della loro battaglia legale per impedire il disimpegno del governo senza un altro voto parlamentare, ora stanno sostenendo che tutto ciò che vogliono è solo un giusto procedimento. Non è la loro ipocrisia che sgomenta; è la loro assoluta sfrontatezza.

Qualcuno crede davvero che le società che hanno finanziato la causa in tribunale siano interessate esclusivamente alle sottigliezze costituzionali? Qualcuno crede forse che i sopravissuti dello Stronger In avrebbero seguito la stessa linea se ci fosse stato un voto 52-48 per il Remain?

In realtà, le persone che ora stanno protestando per la sovranità del Parlamento, in molti casi hanno trascorso gli ultimi 43 anni ad indebolirlo.

Ora, nel più repentino salto mortale da quando i comunisti occidentali hanno sostenuto il patto Molotov-Ribbentrop, sono passati dal disprezzo della supremazia parlamentare considerata come come un complesso vittoriano ad atteggiarsi a suoi difensori.

Non si tratta veramente della sovranità del Parlamento. Tutti concordano sul fatto che il Parlamento ha il potere ultimo di uscire dalla UE.

Ma questo particolare Parlamento ha votato – con un rapporto di sei a uno nella Camera dei Comuni – per sottoporre la questione dell’adesione all’UE agli elettori. Non ha posto alcuna riserva dicendo che si riservava di pensarci di nuovo se gli elettori avessero votato a sorpresa.

Chiaramente i parlamentari alla fine voteranno se abrogare lo European Communities Act del 1972 – la legge che pone il primato del diritto europeo sul diritto britannico.

Ma il processo che porta fino a quel punto, per il governo di adesso, è proprio come era la rinegoziazione per David Cameron.

No, la ragione per cui i Remainers hanno investito tempo e denaro in questa sfida è che il loro obiettivo è di rovesciare il referendum. Dopo aver perso nel Paese, vogliono spostare la questione su due apparati molto più favorevoli alla UE: il legislativo e il giudiziario.

I nostri parlamentari, come i loro equivalenti in ogni altro stato UE, sono di gran lunga molto più europeisti rispetto alla popolazione in generale: se loro soltanto avessero votato, il referendum sarebbe andato a tre-a-uno per il Remain.

I nostri giuristi, allo stesso modo, tendono ad essere in gran parte pro-Bruxelles, sia per convinzione sia per le lucrose opportunità offerte dalla legislazione europea.

Una settimana dopo il referendum, più di mille avvocati hanno scritto una lettera in cui più o meno suggerivano al governo di ignorare l’elettorato.

Il piano, come ammette pubblicamente Tony Blair, è quello di mandare le cose per le lunghe nella speranza che la decisione possa in qualche modo essere rovesciata. Forse una elezione generale potrebbe alterare la maggioranza alla Camera dei Comuni, o forse, come dice la Baronessa pro-UE Wheatcroft, il Brexit può essere bloccato alla Camera dei Lord.

A Bruxelles, il verdetto è stato ampiamente interpretato come il primo passo verso l’annullamento del plebiscito della Gran Bretagna. Non sarebbe la prima volta che l’UE calpesta il risultato di un referendum. Lo ha fatto in Francia, nei Paesi Bassi e due volte in Danimarca e in Irlanda.

E’ difficile pensare che una cosa del genere qui possa funzionare, però. Per quel che vale, dal 23 giugno l’opinione pubblica si è compattata. Il British Election Survey ha mostrato che sono più i Remainers che i Leavers ad essersi pentiti del loro voto, presumibilmente perché le minacce terroristiche non si sono manifestate.

La recessione prevista dal Ministero del Tesoro e dalla Banca d’Inghilterra non si è concretizzata; la disoccupazione è scesa invece di aumentare; le start-up avviate dal momento del voto sono più di prima; le difficoltà del bilancio pubblico sono state dimenticate; i nostri funzionari dell’immigrazione sono ancora a Calais; e le merci britannici in Europa stanno andando benissimo. Oh, e stiamo ancora aspettando la terza guerra mondiale.

Quello che stiamo vedendo, ancora una volta, è la frattura tra il paese e i suoi governanti, tra quello che gli italiani chiamano il paese reale e il paese legale, tra le classi lavoratrici e le classi che hanno un posto al sole. Nel corso della campagna, i Leavers hanno sostenuto che l’UE è una oligarchia, una mafia antidemocratica. Si può ancora dubitarne?

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I am a sardinian patriot
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