“Fake news”, censura, Darwin e la democrazia

lantidiplomatico
Fake news, censura, Darwin e la democrazia
di Tyler Durden – ZeroHedge

La censura non è utile alla democrazia – piuttosto, essa rappresenta la morte della democrazia stessa.

I media “mainstream” sono pieni di titoli sensazionalistici sulle “fake news” (lett.: “notizie false”).

Come possiamo dare un senso a questa improvvisa ossessione mediatica?

Forse possiamo iniziare con il separare le notizie dalle analisi e queste dai commenti.

Una “news”, una notizia, è una comunicazione in cui si dice che “(Tizio) ha detto questo, (questa persona) ha fatto questa cosa, è accaduto (questo fatto)”.

Un’analisi invece cerca di dare un senso a tendenze che sono evidenti solo se si guardano le notizie nella loro successione a lungo termine – per esempio, fare analisi significa tentare di rispondere a domande come: “perché ha vinto Trump?”, “L’economia è attualmente in salute o no?” ecc..
I commenti invece sono tutte le opinioni che fissano un punto di vista sulle cose e lo difendono dalle critiche mosse dai sostenitori dei punti di vista contrapposti.

Tutti e tre questi tipi di comunicazione sono costantemente portati avanti o manipolati per sostenere agende o narrazioni specifiche. Ora ci viene detto che alcuni di questi flussi di notizie sono falsi o fuorvianti e che il loro intento è quello di distruggere la democrazia.

Vorrei sostenere, al contrario, che la censura non è utile alla democrazia – piuttosto, essa rappresenta la morte della democrazia. È fin troppo evidente che nell’isteria dei media “mainstream” circa le “fake news”, la narrazione è spinta verso il seguente punto di conclusione: “qualsiasi critica mossa ad Hillary Clinton o domande sulla sua salute, sulla sua Fondazione ecc. sono PER DEFINIZIONE ‘propaganda russa’”.

Non importa che pochi o che nessun elettore abbia cambiato tendenze elettorali a causa della “pirateria russa” (cioè le famose e-mail di John Podesta); gli elettori erano già talmente polarizzati sulle rispettive scelte che il contenuto dei messaggi di posta elettronica non ha influenzato la loro decisione, che si basava su fondamenti più profondi delle notizie trapelate.

La paura di chi vuole preservare la democrazia è che, con la scusa di “eliminare la propaganda russa”, i difensori dello status quo limiteranno la libertà di espressione di tutti coloro che sfidano sconvenientemente lo status quo stesso con analisi basate su dati.

Uno dei problemi di fondo sottesi alla narrazione basata sulla teoria delle “fake news” è: Internet è un “new media”. Esso consente la navigazione senza interruzione tra una gamma infinita di temi e immagini, arricchisce coloro che inventano ‘titoli ad effetto’ (il cosiddetto ‘click-baiting’) che catturano la nostra attenzione, consente l’accesso a materiale “proibito” come la pornografia e consente la partecipazione nella creazione di contenuti: il “postare” testi e foto tramite Facebook, Twitter, ecc., l’aggiunta di commenti ai post degli altri, e la costruzione di feed, siti web e blog.

Il filosofo mass-mediologo Marshall McLuhan ha proposto di porsi quattro domande di fronte a qualsiasi nuovo mezzo di comunicazione, intendendo per esso supporti come film, TV, testi a stampa, fumetti, ecc.:

quali miglioramenti o innovazioni apporta questo mezzo di comunicazione?

Quali altri mezzi di comunicazione questo nuovo rende obsoleto?

Quali aspetti il nuovo mezzo di comunicazione recupera tra quelli che prima della sua comparsa erano diventati obsolescenti?

Che cosa il “medium” genera quando viene spinto agli estremi?

Se poniamo queste domande al World Wide Web/Internet, come rispondiamo?

Quali conseguenze questo nuovo mezzo di comunicazione determina? Una possibile risposta è il disordine da “deficit di attenzione”, poiché il web permette e addirittura incoraggia una pratica di navigazione tra i contenuti che scombina la nostra attenzione e la nostra capacità di pensare criticamente il flusso di contenuti nel quale stiamo navigando.

Ma una seconda potenziale risposta è che il web migliora l’accesso alla vera vasta gamma di conoscenze umane e a una miniera di informazioni.

Che cosa questo “medium” rende obsoleto? Una risposta possibile è “i tradizionali e centralizzati ‘centri di produzione di notizie”, che curano, modificano e inviano i flussi di “news” a supporto di specifiche narrazioni.

Un’altra risposta possibile è che esso determina “un apprendimento profondo”, con la ‘tentazione’ di saltare da una piattaforma di apprendimento all’altra, il che sconvolge la tradizionale disciplina e concentrazione necessari per padroneggiare difficoltà e sfumature di significato nei contenuti via via incontrati.

Quali contenuti il nuovo “medium” permette di recuperare e che precedentemente erano stati resi obsoleti? Una risposta potrebbe essere “la creazione di contenuti decentralizzati e di  opinioni correlate”. Non appena i nuovi mezzi di comunicazione rappresentati dai giornali, dalle radio e dalle TV si sono espansi in ogni angolo e fessura della Nazione o del mondo, la creazione, la cura, l’editing e l’invio dei contenuti e delle opinioni sono stati nello stesso momento intensamente centralizzati.

Questo accentramento ha portato ad una omogeneizzazione dei contenuti: non importa su quale dei tre Network si stava guardando il modo in cui la guerra del Vietnam stava infuriando; le notizie, ??il contenuto e le opinioni trasmesse erano fondamentalmente gli stessi.

La centralizzazione delle “news” e delle opinioni ha permesso allo Stato centrale di spingere per una narrazione che ha reso i suoi interessi diffusi coincidenti con quelli di un’élite autoreferenziale piuttosto che una produzione che dipendeva del consenso dei governati (i cittadini) – un consenso che è stato prodotto, secondo l’espressione usata da Noam Chomsky, per sostenere le narrazioni dello “status quo” e quindi la difesa della ricchezza e del potere dello “status quo” medesimo.

Ma c’è un problema con questo accentramento nella prodizione di contenuti opinioni: ciò non ha infatti spiegato nel lungo termine gli avvenimenti o le tendenze che erano visibili attraverso il flusso costante delle “news”.

Se il governo federale e i media mainstream erano nel giusto raccontando che stavamo “vincendo la guerra in Vietnam” e che c’era “luce alla fine del tunnel”, come potremmo spiegare quello che in realtà sembrava essere un vero e proprio pantano?

Quando l’unico mezzo a disposizione dei dissidenti e di coloro che sfidavano le narrazioni dello “status quo” erano i mezzi a  stampa (ciclostile, stampanti offset ecc.) o adunate (incontri, dimostrazioni, conferenze ecc.), lo Stato centrale poteva limitare o impedire/interrompere le narrazioni del dissenso in maniera abbastanza facile.

Questo era l’impulso che stava dietro il programma della CIA denominato “CHAOS”, un programma di sorveglianza/interruzione del dissenso, o programmi come “COINTELPRO” dell’F.B.I. che prevedevano l’infiltrazione e il disturbo dei gruppi di dissenzienti.

Limitare il dissenso nell’era della creazione decentrata dei contenuti è molto più difficile. Lo Stato centrale cinese presumibilmente paga centinaia di migliaia di persone per mantenere il suo “Grande Firewall”, ma nonostante questa enorme profusione di denaro e sforzi, le idee non gradite viaggiano ancora attraverso la Cina tramite Internet stessa.

Duecento anni fa la gente stampava opuscoli e si riuniva in piccoli assembramenti agli angoli delle strade. Il caos decentrato è stato sostituito da “news” prodotte in maniera centralizzata e con stile e contenuti omogenei.

Ora il web permette di diffondere milioni di opuscoli e creare piccole riunioni, e il Potere Costituito tende “giustamente” ad aumentare la propria capacità di controllo sul flusso di notizie e di narrazioni per sostenere le élite al governo, la cui capacità di controllo si sta irrevocabilmente erodendo – e di conseguenza, in preda al panico, aumentano le loro richieste di avere più potere nello sradicare la piaga delle cosiddette “fake news” (le “notizie false”), cioè di gettare il famoso bambino, rappresentato dal legittimo dissenso, con l’acqua sporca, rappresentata dai siti che fanno una politica spinta di ‘click-baiting’ e dalla cosiddetta “propaganda straniera”.

Che cosa significa infine che il “medium” capovolge i propri fini quando il suo utilizzo viene spinto all’estremo? Questa è la domanda del momento. Che cosa accade ad Internet cioè quando viene imbrigliato nella “censura centralizzata” rappresentata dal “Grande Firewall” cinese, dove solo le decisioni approvate dall’élite di governo diventano “notizie” da diffondere e verità ufficiali, o quando Internet precipita in un “Far West” perenne dove è permesso dare sfogo alle peggiori pulsioni dell’essere umano.

Questo caos è stato descritto come una condizione di “fallimento”, e questa scelta delle parole è molto interessante. Questa considerazione sottintende che Internet dovrebbe essere considerato da alcuni come un ordinato e centralizzato “Stato digitale” molto simile agli Stati dotati di un territorio fisico.

Probabilmentre ciò che è fallito è la narrazione secondo la quale qualsiasi cosa termina o viene messa da parte se non è curata e diffusa da un potere centrale, una narrazione che porta inevitabilmente all’uso della censura con il pretesto di “proteggere voi (gli utenti), pecore facilmente confondibili, da questi lupi cattivi (i “padroni” dell’informazione autogestita)”.

La censura consente invece di ottenere un altro effetto, frutto di organizzazione e centralizzazione, e cioè di consentire ad un “gregge di lupi” (le classi dirigenti) di depredare le pecore obbedienti ai loro comandi senza timore di ottenere eventuali dirompenti racconti di dissenso.

Ciò che le élite politiche al comando e i loro media che gli fanno da spalla determinano è la creazione di uno spazio completamente aperto, caotico e molto darwiniano di concorrenza tra concetti e idee diverse.

Essi temono ciò molto profondamente perché sanno, da qualche parte nei loro cuori e nelle menti, che la loro narrazione è in crisi, e questo spiega la catastrofe del mondo che ci circonda. In questo hanno fallito, e questo fallimento è ormai evidente a tutti.

I media mainstream hanno fedelmente promosso una narrazione keynesiana neo-liberista e neo-conservatrice che non è riuscita a produrre i risultati attesi. Non c’è da stupirsi che la fiducia nei media mainstream sia diminuita drasticamente negli ultimi anni. Perché dovremmo fidarci di un’istituzione centralizzata che ha ripetuto “a pappagallo” le politiche e le narrazioni che non hanno prodotto la diffusa sicurezza tanto decantata o la prosperità che i suoi sostenitori avevano promesso?

Gli “esperti” dei media mainstream che denunciano il populismo imperante vorrebbero dare la colpa alla “propaganda straniera” piuttosto che esaminare il motivo della nascita e dell’ascesa del cosiddetto ”populismo”: le istituzioni politiche, finanziarie e sociali tradizionali non sono riuscite a dare quello che hanno promesso, implicitamente o esplicitamente.

Questo fallimento sta alimentando la ricerca di nuovi modi per capire il nostro mondo, e questo è un fatto positivo. Il processo è disordinato e pieno di “bad ideas”, di “fake news”, di “agende nascoste”, di propaganda, e ogni tanto, di qua e di là, di nuove potenti idee e narrazioni.

Le classi dirigenti e i loro grandi “media” tradizionali vorrebbero disperatamente puntellare la loro narrazione censurando la creazione, la redazione e la distribuzione di idee e narrazioni concorrenti.

La censura non è utile alla democrazia – piuttosto, è la morte della democrazia stessa. Dobbiamo riflettere sul fatto che la tendenza dei “media” è quella di invocare sempre più la censura sia nell’etere che sulla carta stampata.

Purtroppo per le classi dirigenti e per i “media” che gli fanno da spalla, non si può ricacciare il “genio di Internet” nella bottiglia senza distruggere l’economia e la democrazia contemporanee.

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Link originale:  http://www.zerohedge.com/news/2016-12-14/fake-news-censorship-darwin-and-democracy
(Traduzione di Giuseppe DiBello)

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