SAPIR: DONALD TRUMP E IL PROTEZIONISMO

Sul suo blog Russeurope il prof. Jacques Sapir analizza la questione del protezionismo, tornata alla ribalta dopo che il neoeletto Presidente Trump ha annunciato le sue politiche di difesa della produzione nazionale introducendo dei dazi per le imprese che delocalizzano.  Sia in Francia che in Italia  il protezionismo è presentato come un pericolo per l’economia, perché ridurrebbe la crescita, al contrario del liberismo che fa espandere il commercio mondiale. Ma è veramente così? Qui Sapir fa osservare che in realtà il liberismo aumenta i profitti, più che il reddito complessivo, e che il  verbo liberista per cui i profitti sono il motore della crescita non ha effettivo riscontro nella realtà.  Per quel che riguarda il dibattito in Italia, raccomandiamo l’ascolto della trasmissione di  Radio anch’io in cui si commentano le politiche protezionistiche di Trump e in cui è intervenuto il prof. Alberto Bagnai (dal minuto 00:47:20 del podcast) 

di Jacques Sapir • 10 gennaio 2017

Traduzione di Paolo di Remigio su Appello al Popolo

Le dichiarazioni recenti di Donald Trump hanno messo in piena luce la questione del protezionismo. Com’è noto, il presidente americano appena eletto ha esortato le grandi imprese a «rilocalizzare» le loro produzioni nel territorio degli Stati Uniti. E i primi risultati ottenuti, quando l’insediamento di Donald Trump non ha ancora avuto luogo, sono effettivamente incoraggianti. Un certo numero di imprese, come Ford, Chrysler, ma anche General Motors, Samsung o LVMH, hanno annunciato la loro decisione di tornare negli Stati Uniti. Questo invita a porre due questioni: se sia un buon risultato a medio e lungo termine, e con che mezzo si possano obbligare le imprese a «rilocalizzare» le loro produzioni.

I metodi protezionisti hanno una fama piuttosto cattiva. Su questo argomento è sufficiente vedere la reazione di Lionel Fontagné, ex direttore del CEPIL, al telegiornale delle 20.00 di France-2. Ma è una reazione giustificata? L’argomento che Fontagné vuole «decisivo» è il seguente: le produzioni rilocalizzate saranno più care delle produzioni importate; dunque, i posti di lavoro guadagnati con queste rilocalizzazioni saranno compensati dalle perdite di posti di lavoro generate dalle perdite di reddito delle famiglie generate da questi sovraccosti. Tuttavia, con il suo furore antiprotezionista, il signor Fontagné dimentica un punto essenziale: il reddito delle famiglie sarà accresciuto dall’assunzione di lavoratori supplementari, che riceveranno un salario anziché ricevere delle indennità di disoccupazione. E si sa che nell’industria il livello medio dei salari è largamente superiore al livello di queste indennità. Se il signor Fontagné avesse voluto presentare onestamente la questione del protezionismo, avrebbe confrontato la perdita di potere d’acquisto con il guadagno generato dal ritorno al posto di lavoro. Del resto, non è molto difficile. In Francia negli anni ’80 la produzione di vetture era di circa 4 milioni di esemplari l’anno. Attualmente è caduta a 2 milioni. Supponiamo che con diversi metodi protezionisti si arrivi a produrre 500 000 veicoli di più all’anno, che queste vetture siano nel segmento «medio-basso» a un prezzo di 10 000 euro, e che il sovraccosto sia del 10%, il che spiega perché le vetture di questo segmento siano largamente prodotte all’estero. La perdita di reddito si stabilisce a 500 000 x (10 000 x 0,10) = 500 milioni di euro. Ma queste vetture dovranno essere prodotte. Bisognerà costruire una nuova linea di montaggio di circa 7000 lavoratori, bisognerà accrescere la produzione dei sub-fornitori, accrescere il consumo di elettricità, in breve si può stimare che circa un 40% del prezzo di vendita sarà reintrodotto nell’economia francese (supponendo che quasi il 60% serva a pagare beni e servizi importati). Abbiamo dunque 500 000 x 11000 (prezzo in Francia) x 0.4 = 2200 milioni di euro. Dunque abbiamo una sottrazione di 500 milioni di euro dovuta al rialzo del prezzo e un’aggiunta di 2200 milioni di euro; questo significa un accrescimento netto di 1700 milioni di euro iniettati nell’economia francese.

In effetti, si può pensare che se saranno prese misure protezioniste tutta la produzione di automobili in Francia sarà colpita dai rialzi di prezzo. Ma questo rialzo generalizzato sarà meno importante del 10%, perché le vetture già prodotte in Francia hanno una parte dei loro componenti prodotti sul territorio francese. D’altra parte, se si prendono queste misure, la parte di componenti prodotti in Francia aumenterà. È dunque certo che il sovraccosto sarà nettamente più elevato dei 500 milioni calcolati inizialmente; ma anche il guadagno generato dall’iniezione di moneta nell’economia francese legato all’accrescimento della parte di produzione nazionale aumenterà…

Si vede dunque fino a che punto la presentazione fatta da Lionel Fontagné sia stata tendenziosa. Ma questo pone un’altra questione: se il protezionismo sia condizione della crescita. La questione può sembrare strampalata. Dopo tutto, la crescita di questi ultimi 20 anni non è imputabile, giustamente, alla liberalizzazione del commercio internazionale? Proprio qui si situa un errore fondamentale della teoria economica. I partigiani del libero-scambio riprendono, forse senza saperlo, la vecchia teoria mercantilista che fa del commercio la causa della produzione. Ma in realtà se si commercia è perché si è prodotto. La produzione viene prima, lo scambio dopo.

Storicamente, i grandi periodi di crescita delle economie hanno coinciso con periodi di protezionismo, come in Europa dal 1945 agli anni ’80. Nei fatti, con l’apertura integrale delle economie si constata una diminuzione della crescita – diminuzione della crescita, certo, ma non diminuzione dei profitti. In realtà, il libero scambio permette di mantenere molto elevati i tassi di profitto mentre la crescita diminuisce. Sicuro, per certi autori questi profitti si devono trasformare in investimenti. Più profitti oggi è la garanzia di più investimenti domani e di più occupazione dopodomani. Ma questa «garanzia» è del tutto illusoria: i profitti di oggi possono dissiparsi in attività speculative, in spese suntuarie, che non hanno alcun impatto sull’investimento o sull’impiego. Di conseguenza, questo giustifica le politiche protezioniste, che passino per i diritti di dogana, per le misure di regolamentazione, per le norme sociali o ambientali, o ancora per un forte deprezzamento del tasso di cambio della moneta nazionale.

In realtà l’apertura delle economie alla concorrenza nazionale produce effetti benefici soltanto se questa concorrenza è «giusta», cioè se coinvolge progetti imprenditoriali e non meccanismi di dumping salariale, sociale o fiscale. Questa è dunque la lezione che la politica attuale di Donald Trump di ci ricorda. Ecco perché conviene prestarvi attenzione. D’altra parte,  che dicono i politici che oggi parlano del «made in France», se non di protezionismo? È assai strano che oggi si sviluppi un discorso tanto favorevole al «made in France» ma che il protezionismo continui a essere denunciato. Vi è una profonda incoerenza nel discorso.

Occorre dunque essere grati al nuovo presidente degli Stati Uniti per aver reso oggi visibile questa incoerenza con la sua azione.

 

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