Ormai è un dato di fatto inoppugnabile: negli ultimi, pochissimi anni abbiamo inquinato il nostro pianeta più di quanto abbiamo fatto nei due milioni di anni precedenti

Ormai è un dato di fatto inoppugnabile: negli ultimi, pochissimi anni abbiamo inquinato il nostro pianeta più di quanto abbiamo fatto nei due milioni di anni precedenti

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Di seguito uno di cinque articoli della dott.ssa Antonietta Gatti, responsabile del Laboratorio dei Biomateriali – Dipartimento di Neuroscienze Università di Modena e Reggio Emilia. Gli articoli erano stati pubblicati sul sito Internet della senatrice Franca Rame

Antonietta M. Gatti 

Siamo ogni giorno in guerra e pochi lo sanno. Il nostro corpo, sì: il nostro corpo lo sa e ci avverte, prima gentilmente, con segnali magari appena percettibili, poi via via più forti, fino ad essere tali da farci forzatamente ammettere che siamo malati. Così si va dal medico, gli si elencano i sintomi e quello non ne ricava nulla. Ci prescrive un po’ di tutto, una bella ricetta lunga, un farmaco per ogni sintomo, ma di diagnosi vera nemmeno l’ombra. Malattie psicosomatiche: stiamo diventando tutti matti. Questa è la diagnosi più comoda. Di fatto, oggi l’incidenza delle varie malattie non è quella di una tempo, e non parlo di secoli: qualche anno appena. Chi ha mai visto tante allergie, tante intolleranze alimentari come la malattia celiaca, tanto per non fare che un esempio, tanti casi di asma? I bambini di oggi sono incomparabilmente più soggetti a queste malattie rispetto a quelli di appena una generazione fa. Ci sono addirittura malattie o, meglio, sindromi, vale a dire collezioni di sintomi, per le quali ci si è dovuti inventare un nome, e basti citare le cosiddette Sindromi del Golfo e dei Balcani. Perché? Che cosa è cambiato così radicalmente in un tempo tanto breve? Noi siamo addestrati ad omologare il concetto generale di progresso con quello qualificato di progresso tecnologico. Non è questa la sede per dibattere una questione del genere, ma, dal punto di vista dell’oggettività, è impossibile negare che l’introduzione massiccia di tecnologie abbia introdotto qualcosa nell’ambiente che prima non c’era. Lo so, il concetto, la parola stessa fanno storcere il naso a molti, ma quel qualcosa si chiama inquinamento. Prendiamo ad esempio la polvere cittadina. Trovarci Cerio o Platino dieci anni fa sarebbe stata un’evenienza rara quando non impossibile.

Oggi questi metalli ci sono, stanno sospesi in aria a livello del naso, sono in forma di granelli minutissimi di polvere visibili solo a fortissimi ingrandimenti e derivano principalmente dai filtri antiparticolato, i cosiddetti FAP, e dalle marmitte catalitiche. Nei fatti, una pezza che potrebbe essere peggiore del buco, come si dice da qualche parte, e peggiore perché queste polveri sono più fini di quelle che si propongono di eliminare, tentando questo in contrasto con le leggi elementari della fisica. Dunque, quando sono inevitabilmente respirate finiscono altrettanto inevitabilmente nelle parti più profonde dell’organismo da cui, poi, non escono più e dove fanno guai. Piaccia o no, questo concetto è ormai inoppugnabile e lo si trova addirittura sui periodici dell’ARPA (Agenzia per l’Ambiente).

Noi di utilizzare o finanche di eliminare, questa roba non siamo capaci: il nostro organismo gradisce solo Ossigeno e questo gas è in diminuzione percentuale nell’atmosfera, mentre una miriade d’inquinanti d’ogni specie, tra cui una varietà quasi infinita di nuove polveri, molti dei quali ci sono poco conosciuti o del tutto ignoti, entrano giornalmente nella nostra “dieta gassosa”. Diamo un’occhiata al numero 21 del 31 maggio dell’Espresso e all’articolo sul cancro, tutto sommato “buonista”, con tanto di mappe geografiche dei luoghi più incriminati. I dati epidemiologici indicano che nel nostro Paese, in circa 20 anni, c’è stato un incremento “tra il e il 20 % di linfomi e leucemie, + del 37% di aumento di mesoteliomi nelle donne. +27% di tumore della mammella, + 8-10% di tumori al cervello e+14-20% di tumori al fegato.”

Ma la cosa più agghiacciante sono i tumori nei bambini “+ 1.3 % anno per tutti i tumori anche se l’aumento maggiore riguarda il neuroblastoma in Piemonte.” Ma occorre fare molta attenzione a questi dati epidemiologici. Per eseguire una ricerca di questo tipo occorrono di norma tempi lunghi, spesso anche ben superiori al decennio, e in questo lasso di tempo occorrerebbe godere di condizioni stabili. Ciò che accade, invece, è che l’inquinamento progredisce a velocità crescente e le condizioni d’inizio ricerca sono lontanissime da quelle di fine ricerca, privando così di una parte di significatività i dati ricavati.

Inoltre, esistono malattie che non vengono tradizionalmente legate all’inquinamento e di queste poco o nulla si tiene conto in queste disamine. Tra queste, molte affezioni come il Morbo di Parkinson o il Morbo di Alzheimer la cui relazione con “avvelenamenti” ambientali è sempre più sospetta. Ma con loro, diverse altre patologie neurologiche, della sfera riproduttiva, di quella endocrina, per non dire di quelle cardiovascolari, dagl’infarti alle tromboembolie polmonari. Inutile, ingenuo e, soprattutto, deleterio negarlo: “I tumori con forte componente ambientale superano il 50% del totale,” afferma il prof. Lorenzo Tomatis, monumento dell’oncologia internazionale, sempre che vogliamo limitarci a considerare solo queste patologie. E queste patologie, tutte, progrediscono, e a livello di mondo globale, assolutamente in parallelo con il grado d’industrializzazione, un fenomeno che porta con sé non solo fumi con polveri nocive da respirare ma comporta pure una contaminazione forse ancor più subdola dell’ambiente, ad esempio dell’erba che gli animali mangiano e del grano, della frutta e della verdura che ci mangiamo anche noi. E industrializzazione vuol dire anche scarichi di composizione più o meno rivelata che finiscono ovunque, il che significa spesso nelle falde acquifere e in quell’acqua che va nei fiumi e poi al mare. Lì, nei fiumi e nel mare, quegli scarichi avvelenano alghe, molluschi e pesci che noi mangiamo. Ma forse fanno anche di peggio, pur se la cosa non è immediatamente vistosa: avvelenano il plancton, che è ai piedi della catena alimentare, una catena della quale noi, gli uomini, stiamo al vertice e, minandone le basi, attentiamo efficacemente a noi stessi.

Un concetto basilare e ineludibile dell’ecologia è che un essere vivente che distrugge il proprio habitat è inevitabilmente destinato ad estinguersi. Noi uomini siamo l’unico animale inquinante e l’inquinamento che produciamo non siamo capaci di distruggerlo ma solo, e perché l’universo è concepito in questa maniera e noi non ci possiamo fare nulla, al massimo di trasformarlo, vedi ciò che combinano gl’inceneritori. Nascondiamo pure tutto sotto il tappeto: alla fine, quel tutto ce lo ritroveremo da qualche parte dove non dovrebbe esserci. Magari dentro di noi. Di questi meccanismi ne cominciano, e con apparente sorpresa, a sapere qualcosa i paesi in via di sviluppo, ad esempio la Cina, che hanno visto crescere esponenzialmente patologie letali là dove è arrivata l’industrializzazione senza accanto la consapevolezza di ciò che produce questa varietà di progresso.

Un esempio per tutti: esiste un luogo, restando in Cina, dove vengono portati i computer di tutto il mondo. Là, operai estraggono tutto quanto abbia un valore commerciale, come piccoli pezzi d’Oro o di metalli pregiati che poi sono rivenduti per qualche dollaro, tanto da permettere loro di mangiare. Questi pezzi vengono dissaldati con piccole combustioni (dissaldature) senza nessuna protezione per l’operatore. In tempi brevi, questi uomini si ammalano di patologie polmonari fino al cancro. E l’India non è da meno: laggiù ci sono bambini che recuperano il Piombo dalle batterie e non sanno che insieme al pane che mangiano senza alcuna consapevolezza e fuori da ogni igiene ne ricavano anche una contaminazione interna che li porta alla morte precocemente. L’ho detto: l’organismo prima protesta con educazione, poi reagisce come sa: con la malattia.

Le polveri sottili che noi generiamo, ben più sottili di quelle che anche la Natura genera in modesta quantità ad esempio con i vulcani, sono capaci di penetrare nelle parti più profonde del nostro corpo, interagiscono con le cellule e addirittura con il nostro patrimonio genetico, alterandolo in maniera irreversibile. I vari tipi di cancro dei tessuti, duri e molli, sono l’espressione di quello scontro. Il tutto avviene senza clamore, mentre noi siamo a goderci il progresso. Distogliere lo sguardo, coprirsi gli occhi come troppo spesso facciamo non serve: basta solo dare un’occhiata nella giusta direzione e si trova traccia, testimonianza di questi scontri.

E’ guerra, ma per ora è una guerra in cui il genere umano è destinato a perdere. I farmaci che stiamo mettendo in campo sono rozzi e talvolta molto più insidiosi di questa polvere nuova e inaspettata, di tutti questi inquinanti di cui così poco sappiamo. Alcuni medici, anche di grido, sono immersi fino al collo in questo disastro e non se ne accorgono. Continuano grottescamente a cercare la spiegazione di queste malattie in molecole del basilico o ipotizzano altre facezie, magari tessendo invece le lodi di centrali elettriche al carbone di cui non capiscono neanche il meccanismo ingegneristico o pretendendo d’ignorare le leggi universali della conservazione della materia.

Nel ’56 a Londra ci fu una strage da smog. La gente respirava polvere di carbone, la nebbia che i londinesi di allora chiamavano affettuosamente “zuppa di piselli” e che era quasi un’attrazione turistica. Si capì che uccideva. Si disse basta al carbone. Purtroppo la storia insegna solo a chi è in grado di capire e recepire. Per gli altri, la storia è solo la più fastidiosa e inascoltata delle maestre. Ci sono medici che vedono che nella loro città queste patologie crescono e tuttavia non arrivano al ragionamento logico di causa-effetto, pretendendo pigramente “prove sicure”, studi epidemiologici lunghi, costosi e, di solito, mal confezionati, prima di dare il loro autorevole parere. Gli studi epidemiologici sono fatti da medici e basta, e questi sono troppo poco esperti di ambiente, del comportamento in atmosfera degl’inquinanti, di chimica, di processi industriali, di biocompatibilità chimica o fisica delle polveri. Il risultato è che pertanto nello studio non entrerà la causa vera della patologia o, al massimo, entrerà solo qualche ingrediente della ricetta. E un rischio, non certo il solo, è quello di eseguire confronti insensati con altre popolazioni. Se, ad esempio, si farà ciò che si progetta in Emilia Romagna, cioè si valuterà una varietà di patologie entro un raggio di 4 km da un inceneritore e si confronteranno quei dati con patologie sopravvenute entro raggi di poco superiori, il risultato sarà che non ci sono differenze e questo sarà un alibi eccellente per assolvere l’inceneritore. In realtà, le polveri veramente patogeniche, ben inferiori alle PM10, che escono da quegl’impianti si distribuiscono su territori vasti e, dunque, 4 km o 10 farà poca differenza.

Tener conto, poi, solo di alcune malattie trascurandone altre è un ulteriore elemento di confusione. Ma questo si fa più o meno ovunque perché le ricerche epidemiologiche sono spesso messe in atto perché diano un risultato prestabilito. E allora si strombazzeranno risultati non solo inutili, ma, in quei casi, fuorvianti. Più interessante e molto meno rischioso, se non altro perché meno manipolabile, sarebbe solo il dato censorio, statistico dell’incidenza di tali patologie. Ciò che più è triste è che la guerra per la nostra sopravvivenza non ha alleati. L’Espresso mostra una mappa dell’Italia dove ci sono fabbriche con tanto di nome e cognome e intorno cui c’è una grande incidenza di malattie tumorali. Malattie che, chiedo scusa se mi ripeto, sono tutt’altro che le sole da considerare. Ci si aspetterebbe che vi fossero in atto misure di contenimento, di prevenzione. Nossignore: niente di tutto questo. Chi si alza a denunciare la situazione viene zittito, viene tacciato addirittura di “terrorismo” come se terrorista fosse non chi mette le bombe ma chi tenta di disinnescarle, perché la logica degl’interessi economici è forte e prevale su qualche bara, anche se la bara è bianca. Esiste poi la lobby del farmaco. Cancro vuol dire medicine, cioè business, quindi fare prevenzione primaria, quella che evita di ammalarsi, vuol dire perdita di guadagno. Non ha molta importanza se alcune medicine sono più letali della malattia stessa, l’importante è vendere. Con il tasso d’incremento del cancro, le multinazionali del farmaco diventano sempre più ricche. Questo guadagno è in minima parte condiviso con scienziati o, tristemente, pseudo-tali, non certo per studiare come prevenire il cancro, ma come prolungare la vita al paziente. Più questo vive, più farmaci consuma. Allora, è una guerra persa in partenza. Ci siamo tutti, ma chi paga il conto più salato di questa industrializzazione sconsiderata e frettolosa, senza che ci si prenda il tempo di controllarne sul serio gli effetti, e di tutto ciò che ne consegue, sono i bambini ed i vecchi. E’ la strage degl’innocenti.

FONTE http://www.stefanomontanari.net/sito/images/pdf/sindrome.pdf

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