E se gli alieni fossero già sulla terra?

E se gli alieni fossero già sulla terra?

 

Alessandro Cavazza

SAKER

SA DEFENZA

 

E se gli alieni fossero già sulla terra?

L’extraterrestre è tra i plinti dell’immaginario imperiale americano. Dal celebre scherzo radiofonico di Orson Welles fino ad Independence day, l’impero si colpisce ancora ed esorcizza la paura che non ha immaginandosi un nemico alla propria altezza.

Non liquidiamo il fenomeno come una cosa dappoco. C’è molto di più sotto al sole. Purtroppo per noi.

Dalla nascita vediamo pressoché solo film e serie tv americane. Nostro malgrado siamo naturalmente esperti del loro linguaggio, ma non siamo americani. Il che ci mette nella condizione di vedere con un relativo distacco quelle molto ben fatte produzioni e leggerle a modo nostro. Palesemente l’impero americano considera il resto del mondo nello stesso modo in cui rappresenta gli extraterrestri. Forse con meno stima.

Prendiamo il film “Indipendence Day” di Roland Emmerich campione di incassi nella prima settimana di proiezioni in quel lontano 1996. La trama è nota: degli extraterrestri ben organizzati, tecnologicamente avanzatissimi e senza scrupoli decidono di invadere la Terra e non per per insediarsi e poi vedere come va, ma per sterminare le uniche forme di vita intelligenti in grado di opporvisi, consumare ogni risorsa e poi spostarsi altrove, come le cavallette o la finanza apolide.

Ma fortunatamente gli USA trovano il punto debole dell’avversario e salvano il pianeta. E lo fanno nella loro più importante ricorrenza patriottica: l’independence day, appunto..

Poco prima dello scontro finale, nel film c’è una scena davvero rivelatrice: gli USA coordinano un attacco aereo mondiale e qui il regista mostra come gli altri popoli rispondano all’appello:

Nel medio oriente si notano dei piloti di varie nazionalità che ricevono questa notizia. Sono abbastanza bellocci, caucasici e parlano inglese. Sono israeliani o anglo americani? Non si capisce. Poi arriva un pilota dai tratti marcatamente arabi, non bellissimo, che dice qualche cosa nella sua lingua.

“What the hell is he saying” (che in italiano suona circa: “Che cazzo dice quello li?”) chiede uno dei piloti in teoria alleati ad un collega mostrando un certo fastidio di superiorità per quella specie di beduino.

Poi arrivano i russi, anche loro incomprensibili nel cirillico idioma, fuori dalla finestra lampi da film di Dracula, buio e vento, sussurri circospetti tra i militi perché, si sa, in Russia, per paura, tutti parlano sottovoce anche tra amici.

Ma ai russi va già bene. Quelle mammolette degli Europei nemmeno vengono menzionate.

Il regista, che è nato in Germania ma sembra essersi americanizzato in fretta, rappresenta il resto del mondo, quelli fuori dal limes, in sostanza come barbari.

Il che rimanda ad un altro film americano: il Gladiatore di Ridley Scott nel quale un valentissimo generale romano, protagonista della pellicola, appena reduce da una battaglia in Germania, dichiara:

Ho visto gran parte del resto del mondo: è brutale, crudele, oscuro. Roma è la luce.

Nel film siamo circa alla fine del II° secolo ma quasi cento anni prima lo storico Tacito aveva descritto alcune pratiche dei nemici Germani come un esempio di virtù che la decadente società imperiale romana avrebbe dovuto imitare o, meglio, recuperare. Giudizi simili esprimerà due secoli dopo le vicende narrate nel film il sacerdote Salviano di Marsiglia.

Forse i romani non avrebbero espresso giudizi così schematici nemmeno sui loro nemici (men che meno sugli alleati), pur non battendo ciglio all’ipotesi di fare tabula rasa delle loro armate e villaggi. Ma chiaramente dietro alla fantasiosa e un po’ pacchiana Roma di Ridley Scott fanno capolino gli USA democratici di oggi. Ed è abbastanza evidente dato che l’improbabile imperatore Marco Aurelio, sentendo vicina la fine, vuole ridare il potere al popolo… neanche fosse Jhon Lennon.

Si tratti di fantascienza o della Roma imperiale (trattate con la stessa leggerezza) sembra che gli americani abbiano una percezione del mondo che non potremmo né definire giusta né sbagliata ma davvero unica.

Quell’impertinente di Oscar Wilde disse del resto che:

L’America può essere unica nell’essere un paese che è saltato

dalla barbarie alla decadenza senza toccare la civiltà.

Ma senza essere così inclementi e spocchiosi come sanno essere solo gli inglesi, si può certamente affermare che gli Stati Uniti si sono formati in un modo che non ha paralleli nella storia. E questo è un fatto incontestabile.

Quanti popoli negli ultimi tremila anni si sono trovati a conquistare quasi senza colpo ferire terre ricche, vaste e protette da due oceani pressoché invalicabili? Quanti contadini europei hanno potuto ritagliarsi il lusso di erigere una semplice baracca di legno, cercare di arricchirsi e, se andava male, spostarsi di altri mille chilometri in un territorio forse migliore?

Tutte le civiltà del mondo si sono sempre prodigate nel ritagliarsi uno spazio angusto versando sudore spesso improduttivo e fiumi di sangue, generazione dopo generazione.

Gli immigrati europei e poi extraeuropei che si sono dati la denominazione di americani non hanno trovato invece mai ostacoli nella loro individuale conquista dell’America del nord. Non sono stati un intralcio né le barriere naturali, men che meno i nativi o le truppe coloniali inglesi. Gli USA sono stati il primo stato/continente pieno di risorse e senza nemici ai confini. Un vantaggio in grado di dispensare a tutti, in teoria, una abbondanza e una sicurezza mai sperimentate da alcuno.

Pare che nell’ottocento gli stessi schiavi negri delle piantagioni di cotone del sud mangiassero e vestissero infinitamente meglio dei liberi braccianti della pianura padana con le loro aringhe e pellagre. Almeno stando a quanto riporta la monumentale opera dello storico Luraghi sulla guerra civile americana.

Questa unicità ha di fatto spinto gli USA fuori dai confini mentali del resto dei popoli.

Popoli che al contrario hanno conosciuto ridefinizioni costanti e terribili del concetto di limite. Limite tra civiltà, tra religioni, tra etnie, tra imperi. In Italia addirittura tra città, altrove ancora tra villaggi. Noi, pronipoti di quei selvaggi che iniziarono a prendersi a clavate per controllare la pozzanghera in cui ci abbeveravamo e la caverna in cui non morivamo di freddo ma pur sempre morendo di paura ad ogni rumore. Quella caverna e quella pozzanghera che in seguito abbiamo iniziato a chiamare casa e poi patria.

L’americano al contrario ha goduto del raro lusso e della ancor più rara tragedia, di aver conosciuto solo la paura individuale, mai quella collettiva.

La reazione internamente ed esternamente apocalittica alla distruzione delle torri gemelle ne è una prova lampante. Superata solo dalla idiozia autolesionista con cui noi europei abbiamo risposto agli attacchi terroristici a forza di gessetti colorati, ma questa è un’altra storia.

Tuttavia è un fatto che, ad esempio un italiano contrariamente ad uno statunitense, abbia un diverso il concetto di morte e pericolo collettivi.

Il terrore da noi è quasi topografico. Io ad esempio posso raggiungere in tre ore di automobile il luogo nel quale il mio bisnonno ventenne combatté in trincea tornandone con i capelli bianchi per il terrore, in quarantacinque minuti di scooter raggiungo il villaggio di Marzabotto dove i tedeschi nel 1944 sterminarono centinaia di persone tra cui una parente di mia madre. Sulla facciata di una chiesa vicino alla mia vecchia abitazione intuisco ancora la scritta “opera dei liberatori” allusiva dei bombardamenti “alleati”. Gli stessi alleati che avevano atterrato la piccola palazzina nella quale trent’anni dopo sarei nato io o fatto un tirassegno mortale sullo zio di mio padre a guerra finita già da quattro giorni.

Se guardo un immigrato nordafricano, con buona pace dell’integralismo progressista dominante, una parte della mia mente ritorna inquieta ai Saraceni e ancor più indietro ai Punici.

Se guardo un francese rivedo in lui il soldato di Napoleone che nel 1796 entrò nella mia città da conquistatore e solo dopo da realizzatore.

O se penso all’islam (qualsiasi cosa esso sia) mi farà sempre venire in mente tanto civiltà ed eleganza quanto guerra, saccheggi ed ansia di conquista. E ciò, per reciprocità, varrà certo anche al contrario.

In Europa, Asia, Africa e Medioriente la palla della millenaria, sanguinosa partita è sempre lì a centro campo e in ben pochi osano toccarla con leggerezza.

Per un europeo la parola guerra significa città rase al suolo, cataste di soldati dilaniati e popolazioni civili decimate da saccheggi e pestilenze. Per un russo e un cinese essa assume addirittura il significato di genocidio, per un mediorientale purtroppo quotidianità. Si tratti del secondo conflitto mondiale, della guerra dei trent’anni o della rivolta dei Taiping, poco cambia.

Da Tokyo a Lisbona, i nostri muri sono ancora anneriti dal residuo degli incendi, le case piene di fantasmi e non sempre benevoli.

Per un americano guerra significa invece, nella peggiore delle ipotesi, una bara che torna con tutti gli onori da un fronte bellico lontano migliaia di chilometri. Le case degli americani bruciano solo per degli incendi casuali. I confini sembrano una astrazione burocratica, al peggio una questione di ordine pubblico.

E’ che di qua dall’oceano i confini connotano di benedetto terrore lo spazio mentale delle civiltà che li contengono. Ogni popolo ha avuto per secoli almeno un confine a spaventarlo e a connotarne la visione delle cose. Anche nel piccolo.

Anni fa mi trovai in Beluchistan a parlare con un soldato pakistano appartenente alla tribù guerriera degli Afridi. Mi raccontò di come gli abitanti del villaggio di fianco al suo fossero soliti saccheggiarli, rapire e violentare le loro donne. Probabilmente la cosa valeva anche al contrario. Quello era il confine che terrorizzava il suo villaggio. Quello il suo senso del limite che tuttavia lo aveva spinto a promettermi protezione tramite la sua famiglia se fossi andato dalle sue parti, oltre Peshawar. Mi scrisse un biglietto da consegnare ai suoi genitori. “Se non ti proteggono annunciagli che perderanno un figlio” mi disse. E per cosa? per ringraziarmi di un caffè che gli avevo preparato con la mia moca in camper mentre attendevo dei documenti dal consolato. Più o meno soffocanti e pressanti, tutti i popoli hanno avuto questo senso del limite ispiratore tanto del senso di pietà quanto di crudeltà. Sempre comunque del senso della misura.

Gli americani invece questo confine non lo hanno mai avuto e non li si può criticare per questo. Sono davvero un’altra cosa rispetto al resto del mondo, per tanti versi.

Il problema sorge però quando questa condizione pratica peculiare si è trasformata nel cosiddetto eccezionalismo americano. Da quando nel lontano 1630 i coloni inglesi, futuri americani, decisero di qualificarsi come “la città sopra la collina” giungendo fino ai già citati film nei quali gli USA si mostrano faro del mondo senza sentirsi ridicoli ed arroganti, per non parlare dei ben più preoccupanti Barak Obama che ha definito gli Stati Uniti come “l’unica nazione necessaria” o Bush che definì “impatteggiabile” lo stile di vita americano.

Potremmo fraintendere queste spacconate come un vezzo da popolo giovane e inesperto se non ci fosse di mezzo una enorme potenza militare, scientifica ed economica che sembra dare per scontato che tutto il mondo debba anche uniformarsi al proprio stile di vita alle proprie alleanze, interessi economici e visioni morali (tutti e quattro spesso indistinguibili l’uno dall’altro).

C’è da rimanere perplessi tra un volo di bombardiere Stealt e un film di Hollywood sul nuovo limite da superare, consuetudine o pregiudizio tradizionale da abbattere. Sembra quasi che tutti noi, con la nostra stessa esistenza, si metta in imbarazzo gli Stati Uniti e che ci si debba emendare dal peccato di non essere loro. Come i genitori proletari trattati da falliti dai figli perché finalmente assunti da una danarosa corporation dove si parla inglese tutto il giorno e si mangia sushi fatto da un cinese che si finge giapponese.

Non si tratta nemmeno del banale imperialismo dei tempi che furono. Il terribile Gengis Khan non mi risulta abbia mai chiesto altro che tributi e obbedienza ai popoli conquistati e in ogni caso non ha mai taciuto la propria natura di geniale predone. I patti erano chiarissimi tra conquistato e conquistatore.

L’esito di questa percezione eccezionalista americana temo invece non possa che essere catastrofico se vi saranno resistenze ed apocalittico se non vi saranno.

Oppure tutto scivolerà a caso sul piano malfermo e inaffidabile della storia e previsioni non se ne possono fare, per fortuna. Noi europei, asiatici, africani ma aggiungerei anche i sudamericani siamo inciampati mille e mille volte su quel piano insidioso e ci siamo sempre rialzati più acciaccati ed esperti di prima. Sventurato chi crede di poterne fare una tavola da surf. Misero che, parte del mondo, se ne crede al di fuori. E si ritorna agli extraterrestri iniziali con un dubbio atroce.

Chissà, forse sulla terra sono davvero atterrati degli alieni ben organizzati, tecnologicamente avanzatissimi e spesso senza scrupoli. Alieni che si pensano in un modo davvero diverso rispetto a come si vivono gli altri popoli del pianeta e che si sentono altro da loro. Alieni che fan di tutto per porsi al di fuori della umanità reclamandosi addirittura come gli unici davvero necessari. Converrebbe ricordar a questi giovani imperatori inebriati dai loro troppo recenti successi la massima del cardinal Mazzarino che di cose del mondo se ne intendeva:

All’inizio della carriera devi stare molto attento a non recar danno al tuo prestigio.

Tutto il corso successivo avrà un andamento analogo a quello iniziale.

Quasi tutti gli imperi del passato che ancora oggi ammiriamo, seguirono questa massima. Insuperbirono alla fine, non all’inizio. Ma va anche rilevato che erano solo imperi terrestri.

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