IL SEME DEGLI DEI

Articolo di Paolo Brega

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Un intervento ‘esterno’ fu il punto di partenza dell’incredibile storia del genere umano

Man mano che il progresso scientifico avanza e nuove scoperte vengono fatte divulgate, più si va a delineare un quadro che noi appassionati di ufologia e paleoarcheologia abbiamo da sempre teorizzato: un intervento ‘esterno’ quale punto di partenza dell’incredibile storia del genere umano.
Ma partiamo dall’alba della comparsa dell’Homo Sapiens, circa 300.000 anni fa in Africa, secondo le teorie antropologiche tradizionali. A quel tempo il precedente esemplare, l’Homo Erectus, è presente sul pianeta già da più di un milione e mezzo di anni e possiede una capacità cranica maggiore rispetto all’Homo Habilis. L’Homo Erectus avrebbe avuto una notevole somiglianza con gli esseri umani moderni, ma aveva un cervello di dimensioni corrispondenti a circa il 75% di quello dell’Homo Sapiens. Il modello paleoantropologico dominante descrive l’Homo Erectus inoltre come capace di usare rudimentali strumenti.
A un certo punto avviene qualcosa di rivoluzionario, la massa cerebrale aumenta del 30%, acquisisce capacità di articolare un linguaggio, modifica la propria biologia ormonale, … insomma l’Erectus si evolve in Homo Sapiens e poi successivamente circa 30.000 anni fa in Sapiens Sapiens e come descritto in figura, attraverso una serie di fasi migratorie i Sapiens vanno a popolare l’intero pianeta.

Ciò rappresenta una singolare unicità nel modello evolutivo descritto nel volume “L’origine delle specie” di Darwin nel 1859 in quanto nessuna altra specie animale presente sul pianeta ha seguito un percorso evolutivo così rapido ed eccezionale.
Per esempio il cavallo in 55 milioni di anni ha modificato leggermente (e sottolineo leggermente) la propria struttura fisica, il proprio volume cerebrale e di conseguenza le proprie ‘abilità’, come può l’uomo in un periodo dieci volte inferiore aver modificato drasticamente la propria struttura, aumentato notevolmente il proprio volume cerebrale e di conseguenza le proprie capacità di modificare l’ambiente esterno a proprio favore? Così come il cavallo pensiamo a tutti gli altri primati, uguali a loro stessi da milioni di anni – tutti eccetto l’uomo.
Precisiamo che qui non si vuole smentire o disarticolare i postulati della teoria evolutiva Darwiniana ovvero:

1. tutti gli organismi viventi si riproducono con un ritmo tale che, in breve tempo, il numero di individui di ogni specie potrebbe non essere più in equilibrio con le risorse alimentari e l’ambiente messo loro a disposizione.

2. tra gli individui della stessa specie esiste un’ampia variabilità dei caratteri; ve ne sono di più lenti e di più veloci, di più chiari e di più scuri, e così via.

3. esiste una lotta continua per la sopravvivenza all’interno della stessa specie e anche all’esterno. Nella lotta sopravvivono gli individui più favoriti, cioè quelli meglio strutturati per giungere alle risorse naturali messe loro a disposizione, ottenendo un vantaggio riproduttivo sugli individui meno adatti.

Infatti ritengo la stessa perfettamente idonea a illustrare l’evoluzione del 99,99% delle specie viventi sul pianeta (e non solo sul pianeta), dai più piccoli batteri ai più grandi vertebrati. Solo non è sufficiente da sola a spiegare il cammino evolutivo di quell’unica razza ‘anomala’ del pianeta: la razza umana.
La risposta ai dubbi che l’antropologia non è in grado di fornire ci arrivano forse dalle più recenti ricerche sui gruppi sanguigni e sulle altrettanto importanti scoperte in ambito genetico.
Il confronto tra il nostro genoma e quello degli scimpanzè sta rivelando quali sono le sequenze del DNA che sono esclusive degli esseri umani. Da un articolo di Katherine S. Pollard “Che cosa ci rende umani”, scritto per la rivista Le Scienze dell’agosto 2009.
Lo scimpanzè è il nostro parente vivente più prossimo, con cui condividiamo quasi il 99 per cento del DNA. Gli studi per identificare le regioni del genoma umano che sono cambiate di più da quando gli scimpanzè e gli esseri umani si sono separati da un antenato comune hanno contribuito a mettere in evidenza le sequenze del DNA che ci rendono umani. I risultati hanno anche fornito importantissime conoscenze sulle profonde differenze che separano umani e scimpanzè, nonostante il progetto del DNA sia quasi identico. Per capire quali sono le caratteristiche genetiche specifiche del DNA umano rispetto a quello dello scimpanzè e degli altri primati, i ricercatori hanno decodificato il genoma di primati molto simili all’uomo, come scimpanzé e babbuino.
La bioinformatica ha poi completato il quadro con uno studio elegantissimo: sono state analizzate nei tre genomi (uomo, scimpanzé e babbuino) tutte le regioni del DNA che presentano un’elevata similitudine nei mammiferi; tra queste aree, sono state identificate quelle che differivano maggiormente tra le tre specie.
In pratica, una regione del DNA è importante se è presente nel maggior numero di animali; se però la sequenza del DNA di questa regione cambia in maniera significativa tra due specie molto simili ci sono ottime probabilità che questo cambiamento sia una delle cause della differenza tra le specie analizzate.
Al momento dell’analisi dei dati i gruppi americani responsabili della scoperta hanno trovato qualcosa di sorprendente: ciò che ci rende umani non sono nuovi geni comparsi nella nostra specie ma, al contrario, l’assenza di alcune sequenze del DNA che servono a regolare l’attività genica.
I tratti di DNA che variano maggiormente nella nostra specie sono nelle vicinanze di geni coinvolti con le funzioni del sistema nervoso centrale: la loro assenza quindi provoca variazioni nelle funzioni cerebrali. L’altro gruppo di geni che mostra variazioni significative è coinvolto nella segnalazione ormonale ed, in particolare, con la funzione sessuale che evidentemente varia in maniera significativa tra l’uomo e gli altri primati.
La variazione più interessante però è la delezione di una sequenza di DNA vicina al gene GADD45G: questa regione è stata già da tempo correlata con l’espansione di particolari zone del cervello. L’assenza di questa sequenza di DNA è probabilmente la causa dell’ingrandimento di alcune aree del cervello e quindi della comparsa di nuove funzioni neurologiche.
L’evoluzione ‘stile Darwin’ aggiunge sequenze e cromosomi a quelle già esistenti per meglio adattare la specie all’ambiente. Una delezione è già di per sè inspiegabile senza voler prendere in considerazione la possibilità di un intervento ‘esterno’.
Ma vediamo quali sono le sequenze principali che differiscono per via di modificazioni o, appunto, di inspiegabili delezioni di materiale genetico:

Sequenza HAR1
Il gene HAR1 (da “Human Accelerated Region 1”), è una sequenza di 118 basi nel DNA umano, scoperta nel 2004-2005, che si trova nelcromosoma 20.
Il gene HAR1 non codifica per alcuna proteina nota, ma per un nuovo tipo di RNA (simile al RNA messaggero). HAR1 è il primo esempio noto di sequenza codificante l’RNA dove si è avuta una selezione positiva. Il gene HAR1 viene espresso durante lo sviluppo embrionale e produce una migrazione neuronale indispensabile allo sviluppo di un cervello veramente umano. Alcuni sostengono che la sua velocissima evoluzione nell’essere umano (il pollo e lo scimpanzé differiscono per due basi, l’uomo e lo scimpanzé per 18 basi) contrasti con la teoria dell’evoluzione.

Sequenza HAR2
La sequenza HAR2 (nota anche come HACNS1), è un introne (potenziatore genico) presente nel cromosoma 2, e costituisce il secondo sito genomico con la più accelerata velocità di cambiamento rispetto a quella nei primati non umani. Induce lo sviluppo dei muscoli nell’eminenza tenar (muscolo opponente del pollice), che consente di afferrare e manipolare oggetti anche molto piccoli, oltre a quella grande e complessa quantità di ossicini, muscoli e tendini, presenti tra la mano e l’avambraccio, che dona alla mano una grande quantità di gradi libertà, oltre ad una buona precisione nei movimenti.

Sequenza AMY1
Il gene AMY1 codifica per una enzima, l’amilasi salivare, che permette una migliore digestione dell’amido. Si ipotizza l’aumento della sua prevalenza nelle popolazioni che cominciarono a praticare l’agricoltura (avena, farro, frumento, mais, patate, riso, segale, ecc.), e che in questo modo riuscirono a sfruttare meglio non soltanto la terra arata, ma anche gli specifici alimenti (graminacee) che essa produceva.

Sequenza MAD1L1
La sequenza MAD1L1, nota anche come “Mad1” (oppure come HAR3, per il suo accelerato tasso di cambiamento rispetto al DNA delle scimmie) agisce su proteine che permettono una più ordinata divisione del fuso mitotico, permettendo un minor tasso di errori nella divisione cellulare, dunque una migliore efficienza delle mitosi e delle meiosi, minore quantità di cellule da mandare in apoptosi ed infine una maggiore durata della vita, con meno tumori e in migliore salute.

Sequenza WNK1
Il gene WNK1 (noto anche come HAR5, presente nel braccio corto del cromosoma 12) codifica per un enzima, una tirosinasi del rene, che permette una migliore eliminazione del potassio da parte del rene, e allo stesso tempo, per meccanismi correlati al potenziale della membrana del neurone, consente una maggiore sensibilità e accuratezza di localizzazione da parte dei nervi sensitivi. Questo enzima, migliorando il “feed back” sensitivo, può avere contribuito ad aumentare la perizia nella fabbricazione di attrezzature, oggetti, vestiti, armi, ecc. Inoltre può aver favorito la destrezza nell’andatura, nella lotta e la grazia nella danza.

Sequenza FOXP2
Nel 2001 venne osservato all’Università di Oxford che persone con mutazioni del gene FOXP2 (altra sequenza genetica a cambiamento accelerato) sono incapaci di fare movimenti facciali fini e ad alta velocità che sono tipici del linguaggio umano. Questi pazienti mantengono inalterata la capacità di comprendere il linguaggio, dunque il deficit è puramente nervoso-motorio, nella fase di estrinsecazione del linguaggio. La mutazione del gene FOXP2 è condivisa dal Homo sapiens e dall’uomo di Neanderthal, ed in base a reperti paleontologici e ai dati di deriva genetica si può calcolare che questa mutazione sia avvenuta circa 500.000 anni fa. Dunque non è la sola ragione del grande sviluppo.

Sulla sequenza FOXP2 e sulla possibilità di un intervento alieno di manipolazione genetica della stessa in un lontano passato esiste un ulteriore prova riscontrata nell’esame del DNA del teschio dello ‘Starchild’ che come molti già sanno è un reperto ritrovato intorno al 1930 da una ragazzina di circa 13-15 anni in Messico, nel tunnel di una miniera a circa 160 km a sud-ovest da Chihuahua e successivamente affidato allo scienziato scrittore Lloyd Pye il quale da subito avanzò ipotesi controcorrenti sulla natura dello stesso avanzando una possibile origine aliena.

Le notizie più recenti che arrivano da Oltreoceano sembrano però aprire un capitolo nuovo e clamoroso. Un genetista del Progetto Starchild sarebbe riuscito ad estrarre dall’osso un frammento del gene FOXP2. Secondo le ultime teorie, questo gene contiene le istruzioni per sintetizzare una proteina fondamentale per la coordinazione tra i movimenti della bocca, gli organi di fonazione (come laringe e corde vocali) e gli impulsi elettrici inviati dal nostro cervello. Insomma, FOXP2 è indispensabile per lo sviluppo del linguaggio. E la sequenza trovata in Starchild non è uguale alla nostra.
Il risultato non è ancora definitivo e deve essere ancora confermato in un laboratorio indipendente. Ma se fosse proprio così, allora sarebbe la scoperta più dirompente della Storia, perchè saremmo di fronte alla dimostrazione che quella creatura non era del tutto umana o forse, non lo era per nulla. Una prova concreta, questa volta, e non confutabile: perchè il DNA è scienza, non opinione. Sembra che in Starchild il gene FOXP2 si differenzi dal nostro per ben 56 coppie di base.

Tornando alle delezioni cromosomiche certamente le delezioni genetiche possono avvenire anche in natura per: esposizione a radiazioni, attività retro-virali, errori di trascrittura del DNA, ma in questo caso certamente non forniscono vantaggi competitivi, anzi il più delle volte generano deficit, sindromi e malattie genetiche.
Per questo a mio parere sono inspiegabili se le osserviamo dal punto di vista evolutivo. A titolo esemplificativo la medicina oggi riconosce le seguenti sindromi causate da delezioni di specifiche sequenze genetiche:

– delezione cromosoma 4 = sindrome di Wolf-Hirschhorn
– delezione cromosoma 7 = sindrome di Williams
– delezione cromosoma 18 = ritardo mentale

e purtroppo non rappresentano miglioramenti evolutivi, così come non sono noti casi di delezioni cromosomiche che consentano vantaggi alla specie umana così come invece viene citato dagli studi citati da K.Pollard.
Non dimentichiamoci poi della delezione del cromosoma y nella cui presenza il maschio portatore risulta impossibilitato a procreare. L’impossibilità di procreare è una caratteristica collegata all’ambito delle ibridazioni. Sappiamo per certo che il risultato di incroci tra razze, come ad esempio il mulo, frutto di un incrocio tra un cavallo e un asino non è in grado di generare una propria discendenza.
Potrebbe essere la delezione del cromosoma y e la conseguente incapacità di procreare un retaggio derivante dalla nostra condizione originale di sapiens, quale risultato di una ibridazione tra il dna dell’homo erectus opportunamente modificato attraverso delezioni di particolari sequenze cromosomiche, magari con l’ausilio di tecnologia retrovirale, e DNA alieno?
Ancora una volta ci vengono in aiuto la mitologia sumera, le interpretazioni del ricercatore indipendente Zacharia Sitchin e gli studi di mitologia accadica W.G.Lambert e A.R.Millard, Stephanie Dalley e Benjamin R.Foster che ci consentono oggi di potere leggere nell’epopea accadica di Athrasis “Inuma Ilu Awilum” (traducibile in “Quando gli dei erano come gli uomini”) scritta circa 1.700 anni prima di Cristo, una precisa descrizione del momento in cui gli Annunaki si ammutinano a causa del pesante lavoro a cui erano sottoposti sul pianeta Terra, rendendo necessaria quella ricerca scientifica che porterà alla creazione del genere Homo.
Ecco di seguito quanto riportato nell’antico testo sumero:

“… quando gli dei erano come gli uomini sopportavano il lavoro e la dura fatica. La fatica degli dei era grande, il lavoro pesante e c’era molto dolore, … per 10 periodi sopportarono le fatiche, per 20 periodi … Eccessiva fu la loro fatica per 40 periodi,… lavoravano duramente notte e giorno. Si lamentavano e parlavano alle spalle. Brontolavano durante i lavori di scavo e dicevano: Incontriamo … il comandante, che ci sollevi dal nostro pesante lavoro. Spezziamo il giogo!…”

Il giogo fu spezzato dopo che un Annunaki promosse la seguente soluzione, sempre narrata nell’Inuma Ilu Awilum:

“…abbiamo fra di noi Ninmah, che è una Belet-ili, una Ninti (dea della nascita). Facciamole creare un Lulu (ibrido), facciamo che sia un Amelu (lavoratore) a sobbarcarsi le fatiche degli dei! Facciamole creare un Lulu Amelu, che sia lui a portare il giogo…”

La narrazione prosegue con l’identificazione nell’Abzu (l’Africa) di una creatura adatta allo scopo, l’homo erectus, e che ciò che doveva essere fatto era “… imprimergli l’immagine degli dei…” usando le parole dell’epopea: effettuare un innesto genetico, se dovessimo utilizzare termini scientifici attuali.
Ma non è solo il mito sumero a descrivere un tale evento. Nella Bibbia leggiamo:

“:..E fu così che gli Elohim dissero, facciamo un Adamo a nostra immagine e somiglianza…” [Genesi 1,26]

Sempre gli studi incrociati tra genetica e antropologia ci consentono di arrivare alla determinazione di dove probabilmente è avvenuto il secondo grande salto evolutivo del genere homo: da Sapiens a Sapiens Sapiens, circa 30-40.000 anni fa.
Sappiamo infatti che Il DNA mitocondriale, viene trasmesso per via matrilineare, e permette di studiare a ritroso le origini, la diffusione e la migrazione delle popolazioni umane fin dall’ origine della comparsa della nostra specie. Altrettanto i recenti studi sul DNA mitocondriale di diverse popolazioni autoctone, prime fra tutti quelli sui nativi americani, ha fornito scoperte sorprendenti, da sole in grado di destabilizzare l’antropologia ortodossa.
Questi studi hanno infatti dimostrato inequivocabili legami genetici tra popolazioni diverse, lontane e isolate al mondo come ad esempio i Baschi dei Pirenei, i Berberi del Marocco e i nativi nordamericani Irochesi. Questi gruppi così apparentemente diversi e divisi appartengono infatti incredibilmente al medesimo gruppo genetico, il misterioso aplogruppo X.
Questi studi dimostrano allora migrazioni “impossibili” in piena Era Glaciale confermando invece quanto sostenuto da Cayce, nato del 1877 e vissuto decenni prima della stessa scoperta del DNA quando parlava proprio di quelle popolazioni, di cui all’ epoca certo non si conosceva il legame genetico e che erano per tutti all’ apparenza differenti e indipendenti, come di popolazioni legate da legami comuni, e che le evidenze sarebbero un giorno state scoperte.
Cayce asseriva che si trattava degli ultimi rappresentati di una stirpe comune, e cioè quella dei superstiti di Atlantide, dispersisi nei due lati dell’ Atlantico alla distruzione della loro patria.
Se poi aggiungiamo a ciò che queste popolazioni rappresentano anche una anomalia statistica nella distribuzione dei gruppi sanguigni possiamo giungere a una conclusione ancora più sorprendente.
E’ infatti noto in medicina la presenza di diversi gruppi sanguigni e del fattore rhesus nel sangue degli esseri umani, derivanti da particolari unioni di coppie genetiche e la cui osservazione è fondamentale per effettuare trasfusioni, trapianti e altre pratiche mediche.
E’ infatti altrettanto risaputo che la capacità di donare e ricevere sangue è strettamente correlata al gruppo sanguigno del donatore/ricevente e al suo fattore rhesus come descritto nella tabella seguente da cui si evincono già le seguenti particolarità:

– il portatore del sangue gruppo zero può donare a tutti, ma può ricevere solo da altri gruppi zero

– il portatore del sangue gruppo AB può ricevere da tutti

– sangue Rh- può ricevere solo da Rh-

Ma cosa è il fattore RH? Leggiamone la definizione medica tratta da Wikipedia: “Il fattore Rh o fattore Rhesus, si riferisce alla presenza di un antigene, in questo caso in una proteina, sulla superficie dei globuli rossi oeritrociti. un carattere ereditario e si trasmette come autosomico dominante. Se una persona possiede questo fattore si dice che il suo gruppo è Rh positivo (Rh+), se invece i suoi globuli rossi non lo presentano, il suo gruppo sanguigno viene definito Rh negativo (Rh-). Prende il nome dalla specie di primati Macaco Rhesus, sui globuli rossi del quale fu per la prima volta scoperta la presenza della proteina del fattore Rh”
Per cui avere un sangue RH- significa non avere questo particolare antigene. E’ importante saperlo in ambito medico in quanto un possessore di sangue RH- può ricevere soltanto RH-.
Statisticamente il fattore RH- è presente nel 15% della popolazione mondiale configurandosi come gruppo molto raro e ancora più raro è il gruppo sanguigno zero negativo, presente esclusivamente nel 6% dei casi. Questo poiché gli alleli che determinano i fenotipi descritti sono recessivi, per cui, esemplificando al massimo, deve essere presente una coppia di alleli Rh- per manifestare la caratteristica Rh-
Ecco allora che però nelle popolazioni di cui si parlava prima relativamente all’aplogruppo X abbiamo una anomalia statistica in quanto:

– nei nativi sudamericani si riscontra il 100% di sangue con il gruppo 0

– La popolazione basca è caratterizzata da un elevata media di persone con gruppo sanguigno 0-

– In Giappone gli Ainu manifestano caratteristiche geneticamente rare e simili a quelle portate dalle popolazioni dell’aplogruppo X

– La concentrazione di sangue di tipo 0 è maggiore nelle regioni che si affacciano sull’atlantico e dove sono presenti siti megalitici

– I nazisti credevano che il gruppo sanguigno 0- fosse il sangue degli dei

E guarda caso sono quelle stesse popolazioni che nei loro miti cosmogonici, sono andate a descrivere un processo di creazione delle loro civiltà da parte di divinità e un’età dell’oro precedente a un grande cataclisma.

Tutte coincidenze?
Allora, ma senza voler scadere nel razzismo:

– Rh+, deriva da antenati ‘scimmia’ (homo erectus), tanto è vero che il fattore rhesus è stato trovato nei macachi rhesus.

– Rh-, deriva da antenati ‘antichi creatori’ (Anunnaki/Elohim), tanto è vero che denota l’assenza del fattore rhesus

Forse che gli ‘uomini famosi’ citati nella Bibbia e i semi-dei della mitologia classica avessero tutti il sangue RH- e che poi, nel corso dei millenni, incrociandosi con esseri umani RH+ si sia perduto l’elemento divino del nostro DNA?
Le abductions potrebbero assumere un altra chiave di lettura, e avere l’obiettivo di studio da parte dei grigi della nostra biologia e della nostra genetica per creare loro volta una razza ibrida grigio-umana che permetta loro di acquisire quei vantaggi potenzialmente presenti nel nostro DNA per scopi a noi sconosciuti, ma che potrebbero essere ostili e che noi per un motivo o per un altro non siamo più oggi in grado di attivare, realizzando noi stessi quell’ulteriore salto evolutivo in Sapiens Sapiens Sapiens, o neoticus se preferite che ci consentirebbe di ritornare all’antica età dell’oro.
Se l’ipotesi sulle abductions rimane una mia personale ipotesi e intuizione è invece assolutamente reale che più la scienza scopre cose nuove, più queste nuove scoperte suffragano la tesi da me condivisa di manipolazioni genetiche in un lontano passato.
Una possibile conclusione reale di queste ricerche è allora che il DNA alieno non sia per sua natura caratterizzato da sequenze genetiche specifiche determinanti la presenza di fattore RH nel sangue (RH-).
Il DNA dell’homo erectus (soggetto ibridabile) è invece caratterizzato da sequenze genetiche determinanti la presenza di fattore RH nel sangue così come molti altri primati (RH+)
Provvedendo a manipolazioni genetiche sull’homo erectus vengono effettuate una serie di delezioni del genoma dell’homo erectus, tra cui anche quella sull’RH al fine di predisporlo sulla base di quello alieno e potere così procedere all’ibridazione genetica che produce i primi sapiens.
Ibridi che come tutti gli ibridi non possono procreare. E’ solo successivamente che viene fornita loro la capacità di procreare da parte di una fazione di Anunnaki ben precisa, gli Enkiliti, in ciò che la Bibbia descrive come peccato originale e conseguente cacciata dall’Eden.
Così facendo i sapiens, potendosi incrociare con i loro parenti più prossimi, reintroducono nel patrimonio genetico umano il fattore RH+ e altri elementi genetici dominanti su quelli alieni, abbiamo visto recessivi, che determinano la perdita di alcune caratteristiche ‘divine’ come la longevità, la capacità di connessione con la propria area spiriutale-animica oltre che la capacità di interagire con le energie della natura di matrice alchemica – tutte conoscenze invece note ai semi-dei probabilmente governatori di Atlantide e delle sue colonie disseminate sul pianeta.

Fonti:
Katherine S. Pollard, “Che cosa ci rende umani”, scritto da per la rivista ‘Le Scienze’, Agosto 2009
http://it.ekopedia.org/Geni_che_ci_rendono_umani
Paolo Brega, “Genesi di un enigma”, Gennaio 2012
http://www.starchildproject.com/dna2012.htm
http://ufoplanet.ufoforum.it/headlines/pop_articoli_print.asp?ARTICOLO_ID=9129

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La ‘Terra Cava’ secondo l’antico buddismo tibetano

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Lo Shambhala è rotondo e viene raffigurato da un fiore di loto a otto petali, che è il simbolo del Chakra del cuore. Molti testi antichi si riferiscono a terre ‘mitiche’ o ‘magiche’, il che è molto affascinante, soprattutto se si considera la quantità di scritti in buddhismo antico, filosofia vedica, o altre tradizioni orientali confermate dalla scienza moderna.

La fisica quantistica, in particolare, ha guadagnato un sacco di slancio di recente. Un grande esempio è l’enigma della coscienza, la quale è direttamente correlata con la fisica quantistica e va di pari passo con altri regni dell’esistenza.

Non molte persone lo sanno, ma la maggior parte dei nostri scienziati pionieri sono stati anche dei mistici, tra cui Isaac Newton, che ha studiato l’alchimia, tra le altre materie.

“In linea di massima, anche se ci sono alcune differenze, credo che la filosofia buddista e la meccanica quantistica si possano stringere la mano riguardo la loro visione del mondo. Possiamo vedere in questi grandi esempi i frutti del pensiero umano. Indipendentemente dall’ammirazione che proviamo per questi grandi pensatori, non dobbiamo perdere di vista il fatto che erano degli esseri umani così come lo siamo noi.” – Il Dalai Lama – source

Questo è precisamente il motivo per cui non dovremmo essere così pronti a respingere le conoscenze rimaste nascoste all’interno dei testi antichi, in particolare quando il legame tra saggezza antica e conoscenza moderna è stata provata.

O, per esempio, prendiamo per certamente vera una descrizione dell’antica società greca scritta da qualche filosofo del tempo come Platone o Socrate, ma troviamo qualche scusa per ignorare una descrizione dello stesso filosofo di un’antica civiltà avanzata.

Possiamo prendere come dato di fatto la descrizione di Platone riguardo cose che sono credibili per la mente, ma appena ci troviamo di fronte a qualcosa al di fuori della nostra esperienza, le nostre menti chiuse sentenziano queste storie come miti, anche di fronte a prove certe.

Shambhala

Diversi testi antichi provenienti da varie tradizioni, menzionano esseri provenienti da ‘un altro mondo’ che esistono all’interno del nostro.

Uno di questi mondi è Shambhala: un regno nascosto all’interno del nostro pianeta; un luogo che non capiamo e che è difficile da trovare.

È un luogo “Spirituale”

Secondo il Dalai Lama in un discorso tenuto nel 1985 durante le Iniziazioni Kalachakra:

“Anche se coloro dotati di speciale affiliazione sono in grado di viaggiare attraverso la loro connessione karmica verso Shambhala, tuttavia, questo non è un luogo fisico che possiamo effettivamente trovare. Possiamo solo dire che si tratta di una terra pura; una terra pura nel regno umano. E se non si ha il merito e l’associazione karmica attuale, non si può effettivamente arrivare lì.”

Ciò somiglia molto alle descrizioni dei principi spirituali, date da Platone e altri studiosi, che una volta guidavano Atlantis. Secondo Manly P. Hall, autore, storico, e Massone di 33° grado:

“Prima che Atlantis affondò, i suoi Iniziati, spiritualmente illuminati, capirono che la loro terra era condannata perché si era allontanata dal sentiero di luce e cosi si ritirarono dal continente malato. Portando con sé la dottrina sacra e segreta, questi Atlantidei si stabilirono in Egitto, dove diventarono i primi sovrani divini. Quasi tutti i grandi miti cosmologici che formano la base dei vari libri sacri del mondo si basano sui rituali dei Misteri di Atlantide.” – source

E secondo la moderna tradizione teosofica:

“Shambhala, tuttavia, anche se nessun Orientalista erudito sia ancora riuscito a localizzarla geograficamente, è una terra reale, la sede della più grande fratellanza di adepti spirituali e dei loro capi sulla Terra oggi. Da Sambhala, in certi momenti della storia del mondo, o più precisamente durante la nostra quinta razza, verranno fuori i messaggeri o inviati per il lavoro spirituale e intellettuale tra gli uomini.”

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Edwin Bernbaum, Ph.D, docente, autore, alpinista e studioso di religioni comparate e della mitologia, scrive che Shambhala è rotonda, ma raffigurata come un fiore di loto a otto petali, che è un simbolo del Chakra del cuore.

Nel suo libro The Way To Shambhala, si chiarisce anche che la strada non è chiara. Shambhala è un luogo fisico esistente nel regno umano, ma è anche un luogo dello spirito, un luogo soprannaturale, che molti credono esista all’interno di un’altra dimensione.

Michael Wood, un giornalista della BBC, sulla base della sua ricerca lo descrive come un regno perduto sepolto da qualche parte in Himalaya e scrive di come il nome Shambhala sia apparso per la prima volta in un testo noto come il Kalachakra tantra – o Ruota del Tempo dell’insegnamento.

Questa dottrina Kalachakra appartiene al più alto livello d’insegnamento del Mahayana Buddhist. Egli scrive che a Shambhala la gente vive in pace e armonia e fedelmente ai principi Buddisti. In questa terra, la guerra e il dolore sono completamente sconosciuti.Michael, un commentatore del tantra Kalachakra, si esprime così:

“La terra di Shambhala si trova in una valle. È accessibile solo attraverso un anello di cime innevate come i petali di un fiore di loto … Al centro vi è una rocca di cristallo alta nove piani che sorge su un lago sacro, e un palazzo ornato di lapislazzuli, corallo, pietre preziose e perle.”

Shambala è un regno in cui la sapienza dell’umanità è risparmiata dalle distruzioni e dalle corruzioni del tempo e della storia, pronta a salvare il mondo nel momento del bisogno.

La profezia di Shambala afferma che ciascuno dei suoi 32 re si regola per 100 anni. Come passano i loro regni, le condizioni del mondo esterno si deteriorano. Gli uomini saranno ossessionati dalla guerra e dal perseguimento del potere personale e il materialismo trionferà su tutta la vita spirituale.

Alla fine un malvagio tiranno emergerà per opprimere la Terra in un regno despotico di terrore; ma proprio quando il mondo sembra che si trovi sull’orlo della totale rovina e distruzione, le nebbie si solleveranno per rivelare le montagne ghiacciate di Shambala.

Allora il 32° re di Shambala, Rudra Cakrin, guiderà un potente esercito contro il tiranno e i suoi sostenitori durante un ultima grande battaglia saranno distrutti e la pace restaurata.

Chi si trova laggiù? Quali prove abbiamo?

Chi lo sa davvero? Leggende parlano di coloro che hanno vagato per la terra e mai tornati, o morti durante il viaggio, mentre più di recente, dei collegamenti sono stati fatti con il fenomeno UFO / extraterrestri.

Come ex astronauta della NASA e professore di fisica a Princeton, il Dr. Brian O’Leary ha detto: “Ci sono abbondanti prove che civiltà di altri mondi ci fanno visita da moltissimo tempo.”

Sulla base della mia personale ricerca sugli UFO ed extraterrestri, che si estende per più di 10 anni, storie di dischi volanti provenienti da dentro e fuori l’oceano sono abbastanza comuni.

Essi sono indicati come oggetti sottomarini ed i contattisti, il cui numero oggi si misura in milioni, parlano spesso di esseri esistenti all’interno del nostro pianeta; esseri spirituali; “esseri di luce” di grande intelligenza.

In aggiunta a queste voci, ci sono persone che affermano di aver realmente sperimentato questo posto. L’ammiraglio Richard Byrd, un ufficiale di alto rango della Marina degli Stati Uniti che ha ricevuto una medaglia d’onore, fu il primo uomo a sorvolare il Polo Sud, presumibilmente in viaggio verso la Terra Cava.

Nicholas Roerich (1874-1947), un noto esploratore russo, scrive che Shambhala si trovi nel nord. Ha viaggiato attraverso la Mongolia e la Cina ai confini del Tibet e dice che, durante una conversazione con un Lama, gli fu detto che:

“La grande Shambhala si trovi di gran lunga al di là dell’oceano. È il potente dominio celeste. Non ha nulla a che fare con la nostra Terra. Solo in alcuni luoghi dell’estremo Nord, si possono discernere i raggi splendenti di Shambhala”.

Il Lama ha anche detto:

“Shambhala è sempre vigile a causa del genere umano: egli vede tutti gli eventi della Terra nel suo ‘specchio magico’ e la forza del suo pensiero penetra sin nelle terre lontane. Innumerevoli sono gli abitanti di Shamhala. Numerose sono le splendide nuove forze e le realizzazioni che sono in preparazione lì per l’umanità.”

(Nicholas Roerich, Shambhala: Alla ricerca della nuova era, Rochester, VE: Inner Traditions, 1990) Sulla base della mia ricerca, se c’è un ingresso è in Antartide o in profondità all’interno delle diverse catene montuose, tra cui l’Himalaya. E un tema comune su Shambhala è che i suoi segreti sono ben custoditi e non può essere raggiunta se non si viene invitati.

Vuoi saperne di più?

La mia conoscenza su Shambhala è quasi nulla, ed è difficile trovare fonti credibili per le storie antiche come queste.

Un ottimo punto di partenza sembra essere il lavoro di Edwin Bernbaum che ha condotto ricerche e pubblicato riguardo una serie di argomenti, tra cui rari microfilm, rari testi tibetani in Himalaya, miti e leggende tibetane di valli nascoste, e il mito e l’arte lungo la via della seta della Cina occidentale.

Cosa sappiamo oggi sul nucleo terrestre?

La nostra attuale comprensione circa la composizione del nucleo della Terra è una teoria, basata su ipotesi, che viene insegnata come un fatto. La prova per la composizione del nucleo della Terra è decente, ma indiretta.

Non abbiamo i mezzi per il campionamento diretto del profondo interno della Terra; gli esseri umani (a quanto pare, se non siamo stati messi a conoscenza di tali informazioni) non sono stati in grado di accedere a quella parte del nostro pianeta.

Nessuno ha mai ‘visto’ l’interno del nostro pianeta, o di qualsiasi altro pianeta. Detto questo, noi abbiamo la strumentazione che può aiutarci a ‘vedere’ l’invisibile, ma la teoria del nucleo della Terra rimane solo questo, una teoria.

Forse l’idea della Terra Cava è una cosa dimensionale, ma molte grandi menti del passato fino ad oggi credono che ci sia qualcosa di non convenzionale sotto i nostri piedi.

Ad esempio, Leonhard Euler, matematico e fisico svizzero produttore di una grande porzione della moderna terminologia e notazione matematica, considerato uno dei più grandi matematici di tutti i tempi, con circa un migliaio di pubblicazioni all’attivo, credeva che la Terra fosse cava così come abitata.

by Arjun Walia

 

http://luniversovibra.altervista.org/la-terra-cava-secondo-lantico-buddismo-tibetano/

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MONTEPASCHI: DRAGHI SAPEVA. E AUTORIZZO’.

 

(mb. La crisi del Montepaschi ha le sue origini nella acquisizione di Antonveneta nel 2008 ad un prezzo demenziale.  L’avvocato italiano Paolo Emilio Falaschi, nell’interesse dei soci, ha prodotto la lettera con cui il governatore di Bankitalia – tale Mario Draghi – autorizzava e giustificava l’acquisto. Ben due procure,  pur avendo visto la lettera, hanno escluso “ogni responsabilità” di Bankitalia e di Draghi: prova di come le oligarchie inadempienti e le plutocrazie pubbliche in Italia si coprano l’un l’altra.

Però in Germania hanno letto l’articolo-rivelazione di Franco Bechis (uno dei migliori giornalisti economici) che qui sotto pubblichiamo, e ne hanno tratto una nuova arma nella loro guerra contro Mario Draghi alla BCE. Servirà a delegittimarlo  e a indebolirlo. Tipica storia italiana: tanto furbi da essere collettivamente scemi).

 

Di Franco Bechis

 

Mps, I Misteri Di Draghi E Il Giallo Sulla Commissione Jp Morgan

15 DIC , 2016

La lettera porta la data del 17 marzo 2008, e ha la firma dell’allora governatore della Banca di Italia, Mario Draghi. Oggetto: “banca Monte dei Paschi di Siena- Acquisizione della partecipazione di controllo nella Banca Popolare Antoniana Veneta”. E’ l’origine di tutti i guai dell’istituto senese che ancora una volta è appeso per salvare se stesso e le migliaia e migliaia di depositanti e risparmiatori all’aiuto che il nuovo governo guidato daPaolo Gentiloni potrebbe dare per decreto legge nei prossimi giorni.

draghi-montepaschi

Ma anche il passaggio successivo di Draghi desta qualche sorpresa rispetto alla tradizionale prudenza della Banca di Italia. Perché spiega come Mps avrebbe trovato quei 9 miliardi necessari all’operazione: “un aumento di capitale per 6 miliardi (di cui 1 miliardo con esclusione del diritto di opzione), l’emissione di strumenti ibridi e subordinati per complessivi 2 miliardi e il ricorso a un finanziamento ponte per 1,95 miliardi da rimborsare anche mediante cessione di assets non strategici”. Non solo Draghi descrive quel tipo di reperimento dei fondi, ma ne sposa la ratio, subordinando espressamente l’acquisto di Antonveneta “alla preventiva realizzazione delle misure di rafforzamento patrimoniale programmate, con specifico riguardo agli interventi di aumento di capitale e di emissione di strumenti ibridi e subordinati, in osservanza delle vigenti disposizioni normative in materia di patrimonio di vigilanza”.Attenzione, siamo nel 2008. Quindi proprio nel momento dell’esplosione della crisi finanziaria in tutto il mondo legata proprio all’emissione di quegli “strumenti ibridi e subordinati” che vengono raccomandati da chi aveva istituzionalmente la tutela della “sana e prudente gestione” delle banche italiane.

 

 

Ed è proprio quel passaggio che fa insorgere Elio Lannutti, presidente dell’Adusbef che si chiede ora “ Perché Bankitalia e Draghi favorirono quella rischiosa operazione, nonostante conoscessero dalle ispezioni, che MPS non avesse i conti in ordine dopo l’acquisto di Banca 121 (ex Banca del Salento) ad un prezzo proibitivo, lo scandalo di May Way e For You?” Secondo Lannutti “Draghi non era uno sprovveduto: oltre che Governatore di Bankitalia, era presidente del Financial Stability Forum, un organismo internazionale nato nel 1999 su iniziativa dei Ministri finanziari e dei Governatori delle Banche centrali del G7, per promuovere la stabilità finanziaria internazionale e ridurre i rischi del sistema finanziario”. Il numero uno di Adusbef si fa una domanda maliziosa: “Draghi autorizzò quella rischiosissima operazione con Antonveneta per non pregiudicare gli appoggi politici del PD e di ambienti di Forza Italia (allora al governo) tutti legati a Mps nel groviglio armonioso del ‘sistema Siena’, visto che avrebbero potuto ostacolare le proprie ambizioni alla presidenza della Bce?”

 

Malizie a parte, il giallo andrà chiarito e l’intera vicenda sarà discussa oggi in un seminario sul credito promosso dal gruppo M5s della Camera dei deputati. Dove qualcuno tenterà una ricostruzione anche degli ultimissimi fatti capitati. Cominciando dai colloqui avuti nei mesi scorsi sull’aumento di capitale Mps fra l’allora amministratore delegatoFabrizio Viola e Jp Morgan. Come ha raccontato Viola agli amici, tutto iniziò quando Jp Morgan chiese una commissione del 9 per cento come advisor dell’operazione. Pagamento che avrebbe dovuto pure essere anticipato. Il no di Viola fu di pochissimo precedente alla telefonata del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, con cui fu di fatto licenziato certo non all’insaputa di Matteo Renzi. Questa storia è ancora tutta da scrivere.

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THE GUARDIAN: GLI ECONOMISTI CI HANNO COMPLETAMENTE DELUSO – NON SONO MIGLIORI DEL MAGO OTELMA

 

Da The Guardian, riportiamo un veemente atto d’accusa agli economisti, che a fronte di previsioni sfacciatamente errate come quella sulla Brexit fanno ben poco per riformare la propria professione, preferendo scodinzolare di fronte ai propri finanziatori e continuare a coprire i loro impopolari interessi con la propria, sempre più vacillante, autorevolezza. L’articolo prende spunto dalla timida e assolutamente inappropriata ammissione di responsabilità sul fallimento della professione fatta il giorno prima da Andrew Haldane, capo economista della Bank of England.

di Simon Jenkins, venerdì 6 febbraio 2017

[nota del Traduttore: il titolo e il testo originali fanno riferimento all’astrologa e maga inglese Mystic Meg e ovviamente non al Mago Otelma, del quale, con tutto il dovuto rispetto per il Divino, presumiamo che i britannici non abbiano mai sentito parlare. Abbiamo ritenuto di cambiare il riferimento perché l’originale è parimenti sconosciuta in Italia.]

 

È ufficiale. I numeri sugli ultimi sei mesi mostrano che le previsioni di una immediata catastrofe innescata dalla Brexit, fatte dal ministero del Tesoro e dalla Banca d’Inghilterra, erano spazzatura. L’economista della Banca, Andrew Haldane, ieri ha ammesso che si è trattato di una ripetizione dell’incapacità di prevedere il crollo del 2008. È stato un altro “momento Michael Fish”, con riferimento a quando i meteorologi non riuscirono a prevedere l’uragano del 1987.

Haldane è ingiusto con Fish. L’Ufficio Meteorologico nel 1987 fu vittima di un piccolo colpo d’aria che deviò il percorso del ciclone verso nord rispetto alla direzione prevista, sopra l’Atlantico. E non aveva alcun interesse a sbagliare, non più di quanto la scienza dei sondaggi abbia interesse a sbagliare le previsioni sulle elezioni, cosa che fa sempre più spesso.

Le previsioni sulla Brexit facevano parte di una categoria diversa. È stato come il “dossier sospetto” dei servizi segreti sulle armi dell’arsenale di Saddam. Il giudizio degli esperti è stato distorto dalla politica, consciamente o inconsciamente hanno detto ciò che loro stessi o i loro finanziatori volevano sentire. Era scienza “accomodata”.

Le ragioni addotte dagli economisti per giustificare le loro previsioni sulla Brexit sono deboli. Non avevano tenuto conto dello “slancio intrinseco”, dei fattori internazionali né delle azioni correttive del governo. Si tratta sicuramente di una spiegazione insufficiente. La vera ragione è che il Progetto Paura, il tentativo orchestrato dal Tesoro di spaventare gli elettori per spingerli nel campo del Remain, ha logorato l’establishment politico e intellettuale. Ha distrutto il giudizio sugli scienziati sociali. Non ha solo fallito nel suo scopo di instillare paura, ma è sembrato avvalorare una ragione fasulla per votare Brexit – che tutti gli esperti sono dei riccastri bugiardi.

Dopo la débâcle del 2008, gli economisti accademici hanno fatto alcuni tentativi poco convinti per rispondere alla famosa domanda posta dalla regina alla LSE [London School of Economics, ndt], “Perché nessuno se ne è accorto?” Ma non c’è stata nessuna inchiesta ufficiale o professionale. Nessuno si è preso alcuna responsabilità o colpa per un errore di previsione che ha portato a un disastro nelle politiche economiche. A oggi, è diventato l’argomento giusto per un paio di battute nel seminario di un think-tank.

Ho studiato economia e rispetto i suoi tentativi di spiegare un mondo turbolento. Ma ognuno di questi fiaschi in una professione che pretende di essere scientifica dovrebbe essere seguito da un’indagine. L’economia è afflitta dall’esattezza spuria della matematica. Trascura il comportamento umano e scodinzola di fronte ai suoi finanziatori, nel governo e nel mondo economico. Le sue previsione sono utili quanto quelle del Mago Otelma e degli astrologi.

Prevedere un disastro economico potrebbe non essere cruciale quanto prevedere una guerra, ma le sue conseguenze possono essere enormi. L’essenza di ogni scienza è una implacabile autocritica. L’economia dovrebbe passare attraverso quello per cui sono passati i servizi segreti dopo l’Iraq. Si dovrebbe chiedere agli economisti, in pubblico, di spiegare come hanno potuto commettere un errore professionale così madornale.

 

http://vocidallestero.it/2017/01/08/the-guardian-gli-economisti-ci-hanno-completamente-deluso-non-sono-migliori-del-mago-otelma/

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La guerra segreta di Trump contro chi governa davvero l’America

images-20E’ sempre più interessante questo momento politico negli Usa. Non solo per le polemiche politiche quanto, soprattutto, per la capacità di Trump di spiazzare l’establishment, di rompere le regole non scritte che hanno accomunato dagli anni Ottanta a oggi il partito democratico e quello repubblicano.

Ho già spiegato in altre occasioni come funziona la democrazia americana: la rivalità tra i due partiti sui temi che contano – difesa, politica estera, finanza, globalizzazione – è più apparente che reale. Il sistema presidenziale ha funzionato in modo tale da garantire che alla fine si affrontassero due candidati – uno di destra e uno di sinistra – che, a dispetto dell’apparente fortissima rivalità, in realtà condividevano le scelte di fondo e l’appartenenza al ristretto establishment  che governa davvero l’America e che funziona come una sorta di “Rotary”: che vincesse il candidato progressista o quello conservatore poco importava, entrambi erano membri dello stesso club.

Le elezioni del 2016, invece, hanno segnato una rottura con questo schema perché alle primarie sono emersi ben due candidati in grado di strappare la nomination: Sanders tra i democratici e Trump tra i repubblicani. Sanders sono riusciti a fermarlo con i brogli nel partito democratico, che hanno costretto alle dimissioni il presidente del Partito Debbie Wasserman Schultz; con Trump hanno fallito, sebbene abbiano tentato in ogni modo di fermarlo. Ed è significativo che molti leader repubblicani si fossero schierati con Hillary Clinton durante l’ultima fase della campagna, a cominciare dalla famiglia Bush. Di fronte al rischio di perdere la Casa Bianca, l’establishment ha fatto saltare le apparenze: anche i repubblicani “mainstream” erano per Hillary. Come tutte le celebrities di Hollywood. Come tutta la stampa.

Demonizzare Trump, distruggere la sua immagine, attaccare la persona prima ancora delle idee, screditarlo in ogni modo. Questo era lo schema, peraltro già usato in passato e non solo negli Stati Uniti. Ma non è bastato.

trump-obamaTrump ha vinto. E non sembra intenzionato a recedere dai propri propositi. E’ un uomo che spiazza sempre. Lo ha fatto esternando la sua ammirazione per Putin per non aver risposto all’espulsione dei 35 diplomatici; ha continuato a ritenere non credibili le accuse di ingerenza russe nella campagna elettorale, smontando le accuse provenienti dall’Amministrazione Obama e dalla Cia.

Nell’ambito di questa polemica ha dimostrato un’ottima conoscenza delle tecniche di spin dentro le istituzioni, che è la forma più insidiosa di manipolazione delle notizie; perché viola un concetto fondamentale in democrazia: quello dell’autorevolezza e dell’attendibilità delle fonti che provengono dall’istituzione stessa. O meglio: abusa di questa autorevolezza per diffondere notizie che hanno l’aura della veridicità, che appaiono comprovate, e che invece sono strumentali, parziali e talvolta totalmente inventate.

Quando scrive in un tweet:

“Chiederò ai capi delle commissioni di Camera e Senato di indagare sulle informazioni top secret condivise con l’Nbc”.

facendo riferimento al rapporto d’intelligence per il presidente Barack Obama sugli attacchi hacker russi, a cui Nbc News ha avuto accesso in anticipo, in plateale violazione del segreto di Stato; accende un faro su una tecnica di spin doctoring diffusa e molto insidiosa. Chi conosce come viene gestita la comunicazione alla Casa Bianca, sa che questi non sono scoop giornalistici ma fughe pilotate e concordate al massimo livello. A cui Trump dice basta, rompendo ancora una volta la tacita consuetudine bipartisan, che induceva i due partiti a non indagare mai su quelle che talvolta erano vere e proprie frodi, come le motivazioni della guerra in Iraq.

Rapporto d’intelligence che, peraltro, ha rinnegato pubblicamente, parlando di “caccia alle streghe” e rompendo un altro tabù: mai nella storia recente americana un presidente si era permesso di mettere in dubbio il lavoro dei vertici dei servizi segreti, di cui non si fida e che intende ridimensionare nei primissimi mesi della propria presidenza. Salteranno tante teste e la struttura dell’intelligence verrà completamente rivista.

images-21Un’operazione di un’audacia senza precedenti. E che spiega il grande nervosismo di Obama e della ristretta élite che ha governato fino ad oggi l’America e il mondo. Non è un caso che proprio quell’establishment abbia tentato nelle ultime settimane di imporre la censura sul web, lanciando una campagna coordinata in più Stati, inclusa l’Unione europea e Italia, sempre prontissime nel recepire i desiderata di Washington  o meglio della Washington che sta uscendo di scena.

Il web ha permesso a Trump (e prima di lui al britannico Farage) di scardinare un sistema che sembrava perfetto e intramontabile. Per questo l’establishment globalista tenta, in un colpo di  di silenziare il web, usando qualunque pretesto: gli hacker russi, l’Isis, le fake news.

Non può riuscirci, non deve riuscirci.

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L’ARMATA ROSSA USAVA LA SVASTICA….

Mai sentito che nell’ “ARMATA ROSSA” di Trotskij (Lev Davidovic Bronstein) prima della falce e martello usassero la swastika? Pare svastica-rossasiano simboli, noti nell’indo-arianesimo, che all’epoca
venivano veicolati dalla giudeo-massoneria,

in comune coi
nazional-socialisti della Thule-Gesellschaft,svastica-thule che stipendiava VladimirIlic Ulianiov Blank, detto Lenin, dal fiume Lena, a Zurigo e Capri,

con tutti gli altri, al 99,99% suprematisti ebrei talmudici fanatici,con in odio furioso il cristianesimo, che li arginava,

e i cristiani,

che infatti immediatamente inizieranno a sterminare senza scrupoli,distruggendone i luoghi.
È stato distrutto e saccheggiato il 35% del patrimonio artistico
nazionale.
I proventi sono andati nelle tasche degli interessati, con pretesti e
scuse umanitarie.

svastica-comunista
Religiose e religiosi cristiani

torturati e massacrati si calcolano
finora in 564.000, la gente semplice è rimasta anonima, ma
Solgenitsin calcola attorno ai 40 milioni le vittime del Gulag, dei
quali molti per il solo non aver rinnegato la loro fede cristiana,
dunque “martiri” formali, che verranno elevati agli onori degli
altari, a centinaia di migliaia, per decenni, se non verranno altre
stragi a impedirlo.

armata-rossa
È reputata la più grande, feroce, lunga e sistematica persecuzione
della storia del cristianesimo.
C’è tutta la documentazione che Lenin Blank a Zurigo frequentasse la
loggia giudeo-massonica regolarmente, praticandone i riti, tutti su
base talmudico-kabbalistika, e ne ricevesse un mensile.
Al momento giusto poi i prussiani l’hanno spedito in segreto, in
vagone piombato, sotto protezione diplomatica, con ingenti capitali a
disposizione, in Russia, sotto la direzione di Parvus, ovviamente
sempre della setta talmudica.
Lo fecero per favorire un golpe che firmasse l’armistizio e sgravasse
il fronte orientale, dove la Prussia perdeva.
Ormai si sa tutto, è tutto studiato, documentato e pubblicato, pur
tra violentissimi tentativi di censura, il mito dell’ “ottobre” è
caduto, svuotato, smascherato nel suo orrore.
Operai e contadini, ferventi cristiani, riempiranno i gulag, che
inizieranno subito, dal 18, a lavorare a tutto gas.
Quelli di Kronstadt, che proveranno a opporsi con le armi, verranno
sterminati sistematicamente.
“Operai e contadini” fu solo un mito, non ce n’era uno nella
dirigenza, ferocemente piramidale, che contro di loro iniziò e
organizzò sempre piú capillarmente il “TERRORE ROSSO”.

 

terrore-rosso
Ci sono fior di foto, una qui allegata, e documenti sull’uso aperto di quell’espressione esplicita: KPACHNN TEPPOP, chiaro nelle foto, col
teschio su striscione rosso.

 

 

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BLOOMBERG: LA BOMBA A OROLOGERIA DEL MERCATO OBBLIGAZIONARIO EUROPEO

Il quantitative easing della BCE ha avuto un effetto collaterale indesiderato: con i suoi acquisti di titoli, la BCE sta rastrellando gran parte delle obbligazioni a breve termine usate nelle operazioni pronti contro termine, lasciando a secco le imprese che li utilizzano per finanziare altre attività. In altre parole, il quantitative easing che in teoria doveva alleviare i problemi del credito, per eterogenesi dei fini ha reso più difficile alle imprese finanziarsi. A poco valgono i tentativi di mettere a posto la situazione, che devono fare i conti con le difficoltà di comporre gli interessi divergenti tra i paesi dell’eurozona. Da Bloomberg Gadfly.

 

di Marcus Ashworth, 4 gennaio 2017

E’ un brutto inizio di 2017 per la Banca Centrale Europea. Il congelamento dei collaterali (i titoli dati in garanzia, nVdE) che alla fine dello scorso anno affliggeva il mercato dei rifinanziamenti su titoli da 5 trilioni di euro (5.2 trilioni di dollari), è ancora presente, e in realtà è peggiorato.

E non è che non ci abbiano provato. Nel loro incontro dell’8 dicembre i responsabili delle politiche monetarie hanno preso provvedimenti per sbloccare i canali del sistema finanziario europeo, contrastando l’estrema scarsità delle obbligazioni a breve termine che le imprese possono utilizzare come garanzia nelle operazioni pronti contro termine. Queste operazioni funzionano come prestiti di alta qualità, i cui proventi vengono utilizzati per attività come il finanziamento dell’acquisto di altri titoli. Senza un mercato dei pronti contro termine che funzioni correttamente, una serie di altre attività  come le offerte alle aste dei titoli e la copertura del rischio di sottoscrizione, si fermerebbero.

Normalmente le imprese prendono in prestito i titoli di cui hanno bisogno per i loro contratti di pronti contro termine e li restituiscono rapidamente, ma la BCE sta continuando a comprare un sacco di titoli di debito attraverso il suo programma di quantitative easing. Questo ha creato una grande carenza di obbligazioni che secondo Gadfly deve essere risolta – e velocemente.

La BCE ha messo a disposizione ulteriori 50 miliardi di euro di obbligazioni in suo possesso attraverso il suo programma di quantitative easing perché le imprese le prendano in prestito per i contratti pronti contro termine. La BCE accetterà in garanzia dagli acquirenti delle sue obbligazioni anche denaro contante anziché sostituire un titolo di Stato tedesco con un altro, come pretendeva precedentemente la Bundesbank.

Purtroppo, questo è stato più o meno come dare una sola dose di farmaco a un malato che ha bisogno di cinque dosi. La BCE dovrà fare molto di più quando i responsabili si incontreranno il 19 gennaio.

Questo fine anno era destinato ad essere molto avaro per i finanziamenti. Ciò avviene in parte perché la BCE anche oggi consente alle banche centrali nazionali di acquistare i propri titoli di Stato a rendimenti inferiori rispetto al tasso pavimento sui depositi di meno 40 punti base, una mossa che apre loro la strada per acquistare titoli ad ancora più breve termine. Anche se ciò placherà le banche centrali del centro che continuano a spingere per avere un migliore accesso a tali obbligazioni, il risultato è un peggioramento nella carenza dei titoli necessari a tutti gli altri attori nel mercato dei pronti contro termine.

Cresce la domanda per i titoli di stato dei paesi core europei

Le politiche di QE  e di rifinanziamento della BCE hanno spinto i rendimenti ancora più in basso:

Verso la fine di dicembre è diventato quasi impossibile trovare offerte per prestare i titoli pubblici dei paesi europei del centro. Gli investitori stranieri con molta liquidità che spostano i propri impieghi in titoli con rendimenti più elevati e scadenze più lunghe, e la consueta rotazione di fine anno con cui i fondi di investimento cedono titoli a favore di rendimenti fissi, hanno prosciugato l’offerta per i partecipanti ai mercati dei pronti contro termine – nessuno di questi acquirenti tende infatti a prestare i propri pacchetti di titoli.

Le misure della BCE si sono impantanate, e i rendimenti dei titoli tedeschi a due anni adesso si aggirano attorno ad un minimo storico. Gli operatori stanno ancora chiedendo maggiore accesso ai prestiti di obbligazioni molto ricercate che le banche hanno acquisito grazie al QE da 1,3 trilioni di euro, la cui ampiezza ha creato questa carenza.

Prima della riunione della BCE dell’8 dicembre il mercato dei pronti contro termine era già in territorio preoccupante. Ma ora sta sconfinando nel disfunzionale. I tassi per le obbligazioni idonee ad essere impiegate come garanzia generale sono diventati “super speciali” per la Germania, venendo scambiate alla bellezza di meno 5 per cento (al giorno su base annua), e fino a meno 12 per cento per i titoli particolarmente ricercati.

I collaterali ancora in preda al panico

I titolari di obbligazioni idonee ad essere utilizzate come garanzia per il prestito di titoli guadagnano una montagna di soldi dandoli in prestito

 

Risolvere il deficit di queste garanzie richiederà alla BCE di introdurre cambiamenti sistemici. La banca deve offrire molto più di un extra di 50 miliardi di euro di ulteriore accesso al credito – è necessario molto di più di quella cifra.

Ci si potrebbe arrivare, con molto ritardo. Almeno la BCE ha visto il problema, e se ne sta occupando. Ma fedele alla forma, cercando di risolverlo crea nuovi ostacoli. Anche se è estremamente positivo che accetti contanti invece di titoli come garanzia, sta addebitando una fortuna agli attori del mercato (meno 70 punti base, quando il tasso principale della BCE è zero) per partecipare alla soluzione di un problema che ha creato lei stessa.

Altre aree, come ad esempio il Regno Unito, non hanno nessuno di questi problemi, e i loro mercati funzionano senza intoppi. Ma queste aree non devono fare i conti con un gruppo di nazioni litigiose, e per i mercati monetari della zona euro questo problema non cambierà mai.

 

http://vocidallestero.it/2017/01/05/bloomberg-la-bomba-a-orologeria-del-mercato-obbligazionario-europeo/

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Crociata Anti Bufala: Situazione tragica ma non seria

La solita armata Brancaleone di eurocrati inetti, giornalisti pinocchi, intellettuali liberal, si prepara per l’ennesima crociata. Questa volta l’obiettivo sono le bufale, le fake news come va di moda chiamarle. Un calderone in cui vengono abilmente mescolate le notizie false consapevolmente spacciate per vere dai cacciatori di click, quelle semplicemente non verificate, quelle vere e verificate ma colpevolmente omesse dai media mainstream e le semplici opinioni dissenzienti. Un caos da cui non può palesemente venire alcunché di buono.  La domanda da porsi, tuttavia, come sempre quando si tratta dai miasmi usciti da queste cucine, non è tanto se si vi sia motivo di sperare (non c’è mai) quando se si debba temere e correre ai ripari.

Diciamo subito che non c’è preoccupazione a breve termine. Se però contestualizziamo questa brillante idea (la guerra alla bufala) con tutte le altre iniziative di limitazione della libertà di stampa e di espressione in corso ed in fieri, se poi leggiamo il tutto sullo sfondo degli sviluppi politici in atto nelle nostre società, dobbiamo concludere che motivo di preoccupazione esiste eccome. Cerchiamo di capire perché.

La guerra al fake oggi: chiacchiere e petardi bagnati. 

Si è parlato di fake news in quattro occasioni: la stampa USA e alcuni politici europei hanno chiesto un intervento censorio a Facebook, la Camera dei Deputati Italiana ha organizzato un incontro con noti debunkers, il Presidente dell’Antitrust Pitruzzella ha rilasciato una discussa intervista al Financial Times e le autorità tedesche e ceche hanno annunciato la costituzione di “commissioni antibufala”. Tutto questo nel giro di un mese: è evidente che qualcosa bolle in fondo al calderone della cucina liberal, ma quello che è salito in superficie è, ad oggi, davvero poco.

Facebook: accusato dalla stampa (peraltro senza uno straccio di prova) di aver avvantaggiato Trump, Zuckemberg ha sulle prime risposto come si conviene al proprietario di un’azienda che, a causa della sconfitta della Clinton (su cui aveva massicciamente puntato), ha perso il 7% del suo valore: “siete matti?”(letteralmente).

Qualche giorno dopo, però, un pazzoide ha sparato una sventagliata di colpi di arma da fuoco in una pizzeria di Washington, il Comet Ping Pont, protagonista di una storiella cospirazionista circolata sui social prima delle elezioni (è qui, dicono questi credibili resoconti, che Hillary Clinton e John Podesta avrebbero mercanteggiato neonati per sacrifici umani & satanic parties). (Si, stiamo parlando di questo). (E, certo: se questi snob annoiati non frequentassero davvero le demenziali cene a base di piscio e sperma fritto di sedicenti artiste serbe fuori di testa, nessuno presterebbe attenzione a questi fake).

Comunque, nonostante la sparatoria non abbia provocato feriti o vittime, i meglio giornalisti della stampa mondiale ci hanno ricamato un po’ su ed hanno caricato sul groppone di Mark la responsabilità del fattaccio, così che Facebook è sceso a più miti consigli, annunciando, con un comunicato, la propria intenzione di creare un sistema di “spunte” per segnalare le notizie “non verificate”.

Peggio la pezza del buco: non solo la “verifica” studiata da Facebook dovrebbe essere fatta a cura di media mainstream farciti di panzane e totalmente screditati, ma l’intera operazione sarebbe gestita da The Pointer Institute, una realtà immediatamente denunciata da Zerohedge come emanazione della galassia Soros. Si è già capito, in definitiva, che i “controlli” di Facebook, se mai esisteranno, saranno o del tutto ininfluenti, o esercitati da soggetti talmente compromessi che l’effetto finale potrebbe essere l’esatto opposto di quello sperato.

La Guerra di Laura: Poteva mancare la Presidente Laura Boldrini, madrina honoris causa di qualsiasi iniziativa controversa dell’emisfero nord? Non poteva. E così alla Camera dei Deputati si è tenuto il famoso incontro sulle fake news già da tempo annunciato dalla Presidente e dalla stampa al seguito con grande fanfara: presenti giornalisti, debunkers, tuttologi assortiti. Unica, scontata, conclusione: Laura Boldrini, il politico italiano che più ha basato la propria notorietà sulla provocazione e sulla ricerca della reazione scomposta, una personalità di cui tutti ignorerebbero l’esistenza se non fosse per le sue dichiarazioni  che paiono pensate apposta per provocare regolarmente uno strascico di polemiche online sui social, una che, in sostanza, dovrebbe ringraziare il cielo per ogni bufala che gira sul suo conto, ha ricevuto il serto del martirio dai meglio cacciafrottole de noartri. Fine del teatrino.

Pitruzzella goes to Hollywood: Un giorno di fama mondiale l’ha avuto anche il Garante dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella, sparato da Palermo alla redazione del Financial Times a pontificare sulla creazione di una Super Agenzia Europea (una specie di orgasmo dell’eurocrate) che dovrebbe “riconoscere le bufale, rimuoverle e fare multe, se necessario”. La lotta alla bufala, sostiene Pitruzzella, non può essere lasciata a Facebook perché (lo ha detto veramente!) “il controllo delle informazioni non è compito per entità private. E’ storicamente compito dei poteri pubblici” (ad esempio, in Italia, del Minculpop). Purtroppo per Pitruzzella il suo sogno orwelliano, sempre che sia realizzabile, avrebbe bisogno di una costruzione legale ed organizzativa ad oggi del tutto assente. Del resto il fondo scritto ieri dallo stesso Pitruzzella per il Corriere della Sera (un estratto qui) denuncia chiaramente che il Nostro non ha la più pallida idea di ciò di cui sta parlando (basti dire che viene evocata come esempio attinente la tragica vicenda di Tiziana Cantone) e declassa la sua intervista da macchinazione totalitaria a eccessivo consumo di Nero d’Avola al pranzo di Santo Stefano.

Fake & Krauten: si è parlato molto, negli ultimi giorni, anche del progetto del Governo Tedesco di mettere assieme una unità di contrasto alle false notizie prima delle prossime elezioni (e pazienza se il vero problema del governo tedesco non sono le notizie false, ma quelle vere, come il Rapporto sulla Povertà recentemente censurato).

Si tratterebbe, in ogni caso, di iniziative non coercitive, completamente ignorate dall’opinione pubblica, come il mitico account Twitter @EUvsDisinfo, un ridicolo ricettacolo di video demenziali su come scoprire i troll russi (sono grandi e verdi, hanno le orecchie a punta, scrivono tanto ma sbagliano i congiuntivi) e di articoli “obiettivi” scritti da think tank collaterali alla NATO. Il classico tipo di spesa pubblica per una propaganda ottusa con l’unico prevedibile effetto di fare infuriare i contribuenti.

In conclusione: per ora, calma e gesso. Non sta succedendo nulla. Eppure la Crociata contro le Bufale è inquietante. Per due motivi. Uno riguarda l’Occidente nel suo complesso, l’altro l’Unione Europea.

Ennesimo sintomo della crisi dell’Occidente.

Prima di tutto questa ennesima allucinazione mediatica è il segno definitivo dello scollamento in atto fra le elite e le masse in tutto l’Occidente. Il processo è ormai chiaro e probabilmente irreversibile.

Vivete su Marte o a Strasburgo? Ecco il riassunto. Dopo la fine della guerra fredda, dopo la cosiddetta “fine della storia” marcata dal trionfo del liberismo, politica ed informazione hanno marciato al passo scandito dall’economia.  In un primo momento le masse si sono accodate, perché ingannate sulla natura del processo in atto e sedotte dal fogno del desiderio infinito di consumo.

In quegli anni l’informazione, con la collaborazione di uno stuolo di “tecnici” a gettone, si è giocata tutta la sua credibilità spacciando menzogne sulle provette di Colin Powell, sulle armi di distruzione di massa di Saddam, sulle magnifiche sorti e progressive dell’Unione Europea, sulla efficienza dello stato minimo e sulle meraviglie dell’immigrazione incontrollata. Nel frattempo la politica si è suicidata rinunciando a progettare il futuro e consegnandosi a piazzisti ed esperti di marketing che hanno gareggiato nel consegnare ai privati tutte le leve di comando della società. Ma poi, con il passare del tempo, si sono riscossi i dividendi del liberalismo: guerra, disuguaglianza, rapina, povertà, caos. Gli yesman nelle istituzioni hanno fatto sempre più fatica a imbellettare il maiale, e i media a spacciarlo per una bambola da sogno. Alla fine, nel 2016, dopo 25 anni esatti di trattamento all’olio di ricino, la corda si è spezzata: le masse si sono rese conto che i rappresentanti hanno tradito il mandato e l’informazione le ha ingannate ed hanno disertato.  Brexit, Trump, referendum italiano. Un solo, assordante, messaggio: non vi voteremo mai più!

In teoria questi tre sonori, inequivocabili ceffoni avrebbero potuto produrre un ripensamento. Certo, le elite avrebbero dovuto riconoscere la responsabilità della catastrofe, cambiare rotta, fare autocritica, ma cavalcando le sacrosante richieste dei popoli si sarebbero potute salvare: in fondo gli specialisti sopravvivono ad ogni rivoluzione. Era una strada percorribile? Io credo lo fosse. Comunque ormai è chiaro che non si andrà in questa direzione.

Ciò che invece è successo e a cui stiamo assistendo è un avvitamento, un arroccamento, una chiusura suicida. La politica ha concluso che se gli elettori non votavano le riforme il problema è che le riforme non erano abbastanza numerose e traumatiche. Hanno deciso che la soluzione è più riforme. Le teste d’uovo della informazione tradizionale, da parte loro, hanno pensato che se la gente non legge più un giornale nemmeno ad infilarglielo sotto la porta di nascosto, nottetempo, non è colpa del fatto che la carta stampata è piena di frottole, ma che le frottole non sono abbastanza numerose, o abbastanza fantasiose: “Putin non solo non li spaventa più, ma li entusiasma?” paiono aver pensato. “Potremmo inventare gli hacker, o i bufalari. O magari gli hacker bufalari di Putin! E quando arriveranno a commentare i nostri pezzi sommergendoli sotto tonnellate di pernacchie e di insulti potremmo invocare l’intervento delle autorità. Chiamare la forza. Si, può funzionare!”. Questo devono aver pensato. Pare di vederli.

Siamo dunque arrivati al momento in cui le masse subalterne, che vivono nel mondo reale, sono divenute insensibili non solo alle blandizie ed alle promesse, ma anche alle minacce, mentre le elite urbane e globalizzate, vittime della propria stessa propaganda, considerano i popoli governati estranei o addirittura nemici. Questa spaccatura, comunque la si guardi, è pericolosa. Gli assediati sembrano avere solo due opzioni: la resa o la repressione violenta. Molto dipenderà dal contesto intellettuale, istituzionale e politico, in cui agiscono.

Perché l’Unione Europea è un grosso problema.

E veniamo così all’Unione Europea. A prima vista sembrerebbe una istituzione abbastanza democratica o, se non proprio democratica (la Commissione Europea è espressione della volontà popolare più o meno come i funzionari imperali al tempo di Teodosio), almeno abbastanza inoffensiva da garantire un esito soddisfacente della crisi. “E’ vero, facciamo tanti disastri” sembrano dirci gli Eurocrati “Ma non siamo cattivi. Siamo tanto buffi, carini e coccolosi. Portateci a casa con voi. Vedrete: vi faremo compagnia.”. E’ davvero così? Purtroppo no.

Per quanto apparentemente troppo stupida per essere pericolosa, l’Unione Europea rappresenta sempre nel fatti una macelleria sociale, e nei principi il risultato di una elaborazione ideologica tutt’altro che rassicurante.  L’architrave che regge questo circo Barnum è infatti quel liberalismo da “società aperta” teorizzato da Karl Popper, un pensatore che considera il concetto di verità intrinsecamente totalitario. Secondo la visione del filosofo austriaco una società politica deve accettare che la verità non faccia parte del discorso pubblico, poiché la verità è un concetto autoritario e la sua scoperta impone il silenzio e la cessazione della ricerca.

Nel giardino delle delizie di Popper il campo della verità è occupato dalle opinioni, dai punti di vista parziali, che competono nel mercato dell’epistemologia così come i capitali fanno in quello dell’economia. Effetto collaterale: la soppressione della verità porta ovviamente alla guerra al totalitarismo, una categoria in cui viene ricondotto qualsiasi sistema politico affermi una verità, a prescindere dal merito e dal contenuto della verità affermata. Chi vuole costruire un mondo diverso non è amico né di Popper né dei suoi epigoni odierni.

La lotta al totalitarismo produce, traslata nella prassi dei documenti ufficiali dell’Unione Europea, sia quella che Costanzo Preve chiamò “religione olocaustica intesa all’asservimento simbolico dell’Europa, chiamata ad espiare per sempre”: Auschwitz come simbolo supremo del rifiuto della comunità nazionale (a vantaggio del progetto atlantico, mentre Hiroshima e Dresda sono ovviamente spiacevoli e sfortunati inciampi), sia la rinuncia programmatica alla libertà di immaginare un mondo “altro”. Estraneità che trova la sua concretizzazione ideale e geografica nell’oriente. Nella Russia, già comunista, identitaria, comunitaria, irriducibilmente idealista, o nella Cina, grande antagonista geopolitico, capitalista ma statuale.

Ecco come il superamento della nazione produce l’asservimento ad ovest e la guerra ad est. L’Unione che “assicura 70 anni di Pace” (agisce retroattivamente, esistendo da poco più di venti, e per questo è pronto al tavolo un Nobel su ordinazione servito con puntualità dai camerieri di Stoccolma) nasce in realtà per la guerra continentale contro Cina e Russia, nemici naturali dell’Oceania di Orwell. Dall’intima dinamica della lotta al cosiddetto totalitarismo sorge quindi un progetto permeato di strisciante autoritarismo. Lo stesso Popper (che George Soros considera con qualche ragione suo maestro) ha fornito una “clausola di salvaguardia” che consente alla più edenica delle creazioni politiche questa evoluzione: il paradosso della tolleranza. Leggiamo:

“La tolleranza illimitata” scrive Popper in La società aperta e i suoi nemici “porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi. In questa formulazione, io non implico, per esempio, che si debbano sempre sopprimere le manifestazioni delle filosofie intolleranti; finché possiamo contrastarle con argomentazioni razionali e farle tenere sotto controllo dall’opinione pubblica, la soppressione sarebbe certamente la meno saggia delle decisioni. Ma dobbiamo proclamare il diritto di sopprimerle, se necessario, anche con la forza.”

E’ su queste basi ideali che, nei primi anni con fare insinuante e approccio molliccio, e più recentemente, mano a mano il cambio di pelle progredisce, con sempre maggiore assertività, l’Unione Europea ed i suoi paesi membri affermano verità incontrovertibili (lotta al “negazionismo totalitario”) sottraendole all’analisi degli storici, bandiscono i partiti comunisti e socialisti, limitano l’espressione delle opinioni (il contrasto del temibile hate speech), presidiando queste iniziative con i  codici penali. Sempre il codice penale e la repressione sono destinati a contrastare il “terrorismo”, una fattispecie di reato abbastanza generica ed estesa a condotte talmente anticipatorie da prestarsi, in potenza, quale opportuno strumento per la repressione di ogni forma di dissenso. Nemmeno i morti e i ricordi sfuggono all’”Amore” dei veri democratici: in tutta l’Europa orientale vengono dissacrati i monumenti all’Armata Rossa, rinominate strade, rimossi monumenti, riscritti i libri di storia, mentre si celebra la “giornata europea dei giusti” vittime di Nazismo e Comunismo (che ovviamente pari sono). E’ una tendenza chiara ed inquietante, che approda necessariamente alla affermazione di un “eccezionalismo” europeo (“Europa potenza indispensabile” cit. Federica Mogherini), fratello minore di quello di oltre Atlantico.

Queste sono le coordinate ideologiche in cui si muove una dirigenza ormai totalmente screditata ed incapace di immaginare le opportune correzioni di rotta. Un contesto in cui anche tentativi velleitari e puerili e idee strampalate come la “Crociata contro le Bufale” i “Ministeri della Verità e dell’Amore” miranti, in ultima analisi, alla repressione violenta dal dissenso, potrebbero sembrare a qualcuno disperato, quando la crisi si aggraverà, una via di uscita praticabile.

Dopo la fine dell’Unione Europea

Tutti questi strumenti repressivi, tutta questa ideologia avvelenata, sarà poi pronta per chi verrà dopo la catastrofe europea. Visto che i “tecnici”, i “saggi”, gli “esperti”, in una parola gli “specialisti” quelli che, in ultima analisi, fanno funzionare la macchina della società, si sono chiusi in una torre d’avorio e hanno rifiutato di porre mano alla riparazione dei danni da loro stessi provocati, è fatale che le elite che verranno dopo il crollo di quella torre saranno (le avvisaglie già si vedono) tecnicamente sprovvedute e politicamente imprevedibili. Costoro si troveranno fra le mani questi strumenti di repressione già pronti, ed il rischio di un loro utilizzo largo ed indiscriminato a questo punto sarà grave.

Un motivo in più per opporsi all’imbarbarimento senza fine del nostro sistema politico e comunicativo. “Possa tu vivere in tempi interessanti”: mai la maledizione cinese è sembrata più puntuale e più sinistra.

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http://sakeritalia.it/mondo/crociata-anti-bufala-situazione-tragica-ma-non-seria/
Articolo di Marco Bordoni per Sakeritalia.it

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È L’IDEOLOGIA LIBERALE CHE SOFFRE, LA DEMOCRAZIA SE LA CAVA BENE

In questo articolo apparso su  The guardian, lo scrittore Kenan Malik sottolinea come, nonostante i timori diffusi per il futuro della democrazia liberale, in realtà la democrazia sembra in forma abbastanza buona, perché è proprio nella logica democratica che le elezioni diano risultati diversi da quelli attesi. Quella che invece è in corso, secondo Malik,  è una crisi della ideologia liberale, la quale avendo un profondo timore della forza della maggioranza, intesa come minaccia alle libertà individuali, tenta di spostare il potere decisionale su organizzazioni tecnocratiche sottratte al controllo popolare. Ma così facendo si accrescono le tensioni tra liberalismo e democrazia e si assiste all’ascesa dei movimenti populisti, i quali uniscono politiche identitarie di stampo reazionario e illiberale a politiche economiche e sociali che una volta erano basilari per la sinistra.

 

di Kenan Malik, 1° gennaio 2017

Benvenuti nel 2017. Sarà come il 2016. Anzi, di più. Questo è l’anno in cui Donald Trump si insedia ufficialmente alla Casa Bianca, e Theresa May deve (probabilmente) iniziare le trattative per la Brexit.

Sarà l’anno in cui le elezioni in Germania, in Olanda, in Francia, e forse in Italia, vedranno con ogni probabilità la destra populista guadagnare terreno, e  magari anche trionfare.

In Olanda, il Partito per la Libertà (PVV) di  Geert Wilders , ostile all’Islam e all’immigrazione, è in testa nei sondaggi e a marzo potrebbe entrare nella coalizione di governo. In Francia, a maggio, Marine Le Pen con il suo Fronte Nazionale di estrema destra, dovrebbe arrivare almeno al secondo turno nel ballottaggio per le elezioni presidenziali e potrebbe  anche vincerle. In Germania, Angela Merkel potrebbe ritrovarsi ancora cancelliere dopo il voto di settembre, ma l’ estrema destra di AfD otterrà quasi certamente decine di seggi al Bundestag.

E così, il 2017 sarà anche l’anno in cui i timori per il futuro della democrazia liberale raggiungeranno un nuovo picco. Paure, però, che in realtà sono giustificate solo a metà. La democrazia è in ottima salute. È l’ideologia liberale che è in difficoltà.

Democrazia non significa che ogni volta si ottenga il risultato “giusto”. Il senso del processo democratico è proprio che è imprevedibile. Il motivo per cui abbiamo bisogno della democrazia è che quali siano le strategie politiche “giuste” o chi sia il candidato “giusto” è spesso oggetto di aspri contrasti. Donald Trump o Marine Le Pen possono essere reazionari, e le loro politiche possono contribuire a indebolire la trama della tolleranza liberale, ma il loro successo rivela un problema della politica, non della democrazia.

Ci siamo così abituati a parlare di “democrazia liberale” che spesso dimentichiamo che c’è una tensione intrinseca tra il liberalismo e la democrazia. Al centro dell’ideologia liberale si trova l’individuo. Classicamente, i liberali dichiarano che qualsiasi limitazione di legge alla libertà di un individuo debba avere un valido motivo e comunque essere ridotta al minimo possibile.

I liberali, d’altra parte, hanno paura delle masse, temendo le decisioni di piazza e la “tirannia della maggioranza” in quanto minacce alla libertà dell’individuo. Con tutto il loro disgusto per i vincoli imposti dallo Stato, molti liberali però sempre di più considerano le istituzioni statali come un mezzo per tenere sotto controllo la forza delle masse. Questo ha portato inevitabilmente a un’ambivalenza sulle virtù della democrazia.

Con la fine della guerra fredda, molti liberali avevano previsto che la tensione tra liberalismo e democrazia si sarebbe risolta. Le istituzioni liberali, immaginavano, avrebbero potuto  concentrarsi sul governare e sull’attuazione di strategie politiche “giuste”, mentre, liberate dai sogni del socialismo, le masse sarebbero semplicemente diventate l’elettorato, esercitando i loro diritti democratici con le elezioni e godendo dei benefici portati da governi tecnocratici.

Nei fatti, è accaduto il contrario. La tensione tra liberalismo e democrazia è diventata molto più acuta. Molti liberali insistono sul fatto che l’unico modo di difendere i valori liberali è metterli al riparo dal processo democratico. Molti di coloro che si sentono politicamente senza voce in questo nuovo mondo ritengono di poter far sentire la loro voce democratica solo sfidando i valori liberali. È questa polarizzazione tra liberalismo e democrazia che ha creato il tumulto del 2016 e ne creerà ancora di più nel 2017.

Democrazia non significa semplicemente tracciare una croce su una scheda elettorale. Significa, fondamentalmente, poter contestare il potere. Possiamo votare come individui nella riservatezza della cabina elettorale, ma possiamo difendere la democrazia e affermare la nostra voce politica solo agendo collettivamente. Questo richiede una robusta sfera pubblica e una democrazia che venga contestata tanto nelle strade e sui luoghi di lavoro, quanto nel seggio elettorale. L’erosione del potere delle organizzazioni dei lavoratori e dei movimenti sociali ha contribuito a minare la democrazia in questo senso più ampio.

Allo stesso tempo, il declino di queste organizzazioni ha favorito uno spostamento del potere, togliendolo alle istituzioni democratiche, come i parlamenti nazionali, per darlo a istituzioni non politiche, come i tribunali internazionali e le banche centrali. Molti liberali ritengono che questa sia una garanzia di buon governo e che metta al riparo le strategie politiche più importanti dai capricci del processo democratico. Molti a sinistra, perse le radici con la classe politica tradizionale, hanno accolto volentieri questo cambiamento, ritenendo che organizzazioni transnazionali, come l’Ue, fossero veicoli fondamentali del cambiamento sociale. Una buona parte dell’opinione pubblica, tuttavia, è rimasta con la sensazione di non avere più una voce politica.

Dopo avere perso i mezzi tradizionali di manifestare il loro disagio, e in un’epoca in cui una politica di classe ha poco significato, molti elettori della classe lavoratrice sono infine giunti a esprimersi attraverso il linguaggio della politica di identità; non la politica di identità della sinistra, ma quella della destra, la politica del nazionalismo e della xenofobia, che alimenta molti movimenti populisti.

I critici dell’ideologia liberale hanno da tempo riconosciuto che il suo difetto fondamentale è che in verità gli esseri umani non vivono semplicemente come individui. Noi siamo esseri sociali, troviamo la nostra individualità e il nostro senso solo attraverso gli altri. Da qui l’importanza per la vita politica non solo degli individui, ma anche delle comunità e dei movimenti collettivi.

Politicamente, il senso collettivo è stato espresso secondo due grandi modalità: la politica della identità e la politica della solidarietà. La prima mette in rilievo l’appartenenza a un’identità comune, basata su  categorie come la razza, la nazione, il sesso o la cultura. La seconda aggrega le persone in un’entità collettiva, non legata a una determinata identità, ma a un comune obiettivo politico o sociale.

Se la politica della identità divide, la politica della solidarietà propone obiettivi collettivi che superano le divisioni di razza o di sesso, cultura o nazionalità. Ma è proprio la politica della solidarietà che è andata in pezzi, nel corso degli ultimi due decenni, con il declino della sinistra. Per molti, l’unica forma di politica collettiva rimasta è dunque quella radicata nell’identità. Da qui l’ascesa di movimenti populisti basati sull’identità. Questi movimenti spesso uniscono politiche identitarie di stampo reazionario a politiche economiche e sociali che una volta erano basilari per la sinistra: la difesa dei posti di lavoro, il sostegno dello stato sociale, l’opposizione all’austerità. Guardiamo le elezioni presidenziali francesi del prossimo anno: i due candidati che possono arrivare al secondo turno sono il candidato del centro-destra François Fillon e la candidata di estrema destra Marine Le Pen. Fillon è socialmente conservatore ed economicamente “liberale”. Vuole distruggere ciò che resta del “modello sociale” francese, tagliando la spesa pubblica e cancellando i diritti dei lavoratori. Mentre è la Le Pen che si è presentata come il campione della classe lavoratrice, nemica dell’austerità e a favore dello stato sociale.

I populisti si presentano, inoltre,  anche come campioni dei diritti e delle libertà. Wilders è stato riconosciuto colpevole di “incitamento alla discriminazione” , in quanto si è rivolto a una folla di sostenitori chiedendo loro se volessero “più o meno marocchini” in Olanda. Invece di sfidare la sua chiusura mentale con le armi della politica, i liberali si accontentano di farlo condannare da un tribunale, permettendo così a Wilders di incoronarsi martire della libertà di parola, e questo nonostante le sue posizioni profondamente illiberali, tra cui la richiesta che sia proibito il Corano. Personaggi come la Le Pen e Wilders hanno conquistato terreno rivolgendosi all’elettorato abbandonato dalla sinistra. Il fallimento della sinistra nel difendere la sovranità popolare ha consentito all’estrema destra di contestualizzare questa sovranità, non in termini di solidarietà, ma nel linguaggio del nazionalismo e della chiusura mentale.

La polarizzazione ai due estremi del liberalismo e della democrazia mostra come sono stati violentemente separati gli aspetti fondamentali di una visione progressista. Coloro che giustamente deplorano l’indebolimento dei movimenti collettivi e del senso della comunità, spesso vedono il problema come legato alla immigrazione eccessiva o all’eccesso di libertà individuali. Chi ha una visione liberale in materia di immigrazione, e su altre questioni sociali, spesso è soddisfatto di una società atomizzata.

Fino a che non troveremo il modo di stabilire una nuova politica della solidarietà che associ le idee liberali sui diritti individuali e sulle libertà, compresa la libertà di movimento, ad argomenti economici progressisti e alla fiducia nella comunità e nel senso collettivo, non potremo che aspettarci dal 2018 quello che ci aspettiamo oggi dal 2017. Anzi, anche di più.

 

Il più recente libro di Kenan Malik è “The Quest for a Moral Compass”.

 

http://vocidallestero.it/2017/01/03/e-lideologia-liberale-che-soffre-la-democrazia-se-la-cava-bene/

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Bufale web, Giacché: “Informazione da controllare? Siamo al ministero della Verità, come in ‘1984’ di Orwell”

il fatto quotidiano

 di Silvia Truzzi
Bufale web, Giacché: “Informazione da controllare? Siamo al ministero della Verità, come in ‘1984’ di Orwell”

Vladimiro Giacché – economista, filosofo e firma del Fatto – ha scritto nel 2008 La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea: il libro ha avuto due successive edizioni, l’ultima ad aprile di quest’anno, ma come spiega l’autore, “l’ho solo aggiornato, non ho dovuto cambiare la struttura. Le cose così stanno: c’è un tentativo di far passare pseudo verità come fatti oggettivi”.

Cosa pensa dell’agenzia statale invocata dal presidente dell’Antitrust Pitruzzella?

Non è una proposta nuova: in 1984 di Orwell c’è il ministero della Verità, che si prefiggeva per l’appunto di avere il monopolio sulla verità nel dibattito pubblico e purtroppo serviva a propagandare bugie. Dovremmo tenere ben presente questo scenario perché è il primo rischio di un’operazione di questo tipo, dove qualcuno pretende di avere il monopolio della verità.

Rendere “governativo” il controllo sulle notizie crea un cortocircuito: un fisiologico rapporto tra i poteri prevede che l’informazione vigili su chi detiene il potere.

La gran parte dei media ha mancato l’obiettivo del controllo sulle notizie. Esempi? Sappiamo, da studi successivi, che la guerra in Iraq si basò su 935 menzogne dette da Bush jr e dal suo entourage all’opinione pubblica (Charles Lewis, 935 Lies: The Future of Truth and the Decline of America’s Moral Integrity, 2014). Più di recente, una porzione considerevole della nostra stampa ha ignorato che gran parte dei ribelli siriani non erano civili inermi, ma terroristi: ora che Aleppo è stata liberata si scopre che ci sono armi statunitensi, bulgare, tedesche, francesi…

L’informazione, dicevano i liberali, dovrebbe essere il cane da guardia del potere perché è da lì che arrivano le bugie pericolose.

Invece si è appiattita sulle posizioni dominanti. Al di là di come valutiamo il voto sulla Brexit, è ovvio che quel risultato manifesta un’enorme sofferenza sociale rispetto all’appartenenza all’Ue e a quella che genericamente chiameremo “globalizzazione”: non solo questa sofferenza non è stata compresa, ma quando si è espressa è stata demonizzata. Avrebbero votato leave i disadattati, i vecchi rimbambiti, gli ignoranti. Invece di interrogarsi sul perché questi segnali non erano stati intercettati si è preferito insultare gli elettori. Stessa cosa è accaduta per le elezioni Usa e il nostro referendum. Ma sarebbe preferibile evitare queste scorciatoie, in cui io vedo derive autoritarie: sono pericolose, anche per chi le invoca.

Lei ha scritto: “La menzogna è il grande protagonista del discorso pubblico contemporaneo”.

Quel che non si vuol capire è che la verità ha la testa più dura. Serve a poco propagandare numeri mirabolanti sull’occupazione: le persone sanno se lavorano o no. Kennedy diceva: puoi ingannare qualcuno per sempre e tutti per un po’, ma non puoi ingannare tutti per sempre.

Ha letto la risoluzione del Parlamento europeo per contrastare la propaganda contro la medesima Ue?

Sì, è un caso di umorismo involontario. Siamo di fronte a una élite europea del tutto sorda rispetto al giudizio dei cittadini e arroccata sulle proprie posizioni in modo non diverso da quello dei nobili dell’Ancien régime francese. Il discorso pubblico è stato ingessato su presunte verità che sono oggettivamente insostenibili: pensiamo al dibattito sull’euro. Il muro di menzogne sta crollando ed è proprio per questo che ci s’inventa un “ministero della Verità”. Ma attenzione, la bugia ha un valore diagnostico e rivelatore: una bugia scoperta ci dice sul suo autore molte cose. Chi mente ha sempre buoni motivi per farlo. Allo stesso modo, queste proposte rivelano molto su paure e debolezze di chi le porta avanti. E anche un’insofferenza al dibattito democratico che è tipica delle ideologie autoritarie.

Chi dovrebbe decidere che una news è fake?

L’unico capo di questa ipotetica Agenzia potrebbe essere Dio. Ma ovviamente agenzie del genere finiscono per avere un obiettivo molto più terra terra: vietare ciò che è sgradito al potere, nascondere i problemi sotto il tappeto.

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