Mappe dei nazisti e documenti ufficiali confermano l’esistenza di Agartha – un intero mondo all’interno del nostro pianeta

Mappe dei nazisti e documenti ufficiali confermano l’esistenza di Agartha – un intero mondo all’interno del nostro pianeta

Ivan Petricevic
Ancient Code
sa defenza

 

Una delle domande più interessanti che molte persone si sono poste per secoli, è se vi è la possibilità che il nostro pianeta sia cavo?
Per molti anni si è creduto che la terra fosse cava, ma anche se si son fatte molte teorie, fino al 1968 non se ne conosceva prova. Quell’anno, le foto scattate da un satellite in orbita terrestre ha mostrato chiaramente un buco situato al Polo Nord; prove sufficienti a sostegno della teoria della Terra cava a detta di molti.

Abbiamo letto circa le leggendarie storie sui nazisti che hanno esplorato le regioni meridionali del nostro pianeta e anche la creazione di basi segrete in Neuschwabenland. Alcuni anche parlano di operazione high jump e viaggi dell’ammiraglio Byrd , dove sono stati visti dirigibili estremamente avanzati che volano intorno ad esplorare nuovi territori.

Tempo fa, abbiamo scoperto una mappa del terzo Reich, in cui ci sono diversi passaggi segreti rappresentati, che sono stati utilizzati dagli U-Boat tedeschi,  regioni sotterranee misteriose, così come una mappa completa di entrambi gli emisferi e il misterioso regno di Agartha.

Abbiamo anche visto attraverso una lettera, presumibilmente scritta da Karl Unger, che era a bordo il tedesco U-Boat 209, comandato da Heinrich Brodda, in cui si afferma che l’equipaggio aveva raggiunto l’interno della Terra e che  hanno in progetto di tornarci .

Le istruzioni di ufficiali nazisti per raggiungere Agartha:

Ed ecco la traduzione:


Le storie di cui sopra sono supportate da mappe create dal famoso cartografo ed artista Heinrich C. Berann per la National Geographic Society nel 1966. In quella mappa, il continente antartico può essere osservato senza il suo spesso strato di ghiaccio.

Ma il particolare più interessante sono le presenza di passaggi sottomarini che coprono tutto il continente e sembrano convergere nel punto esatto che viene identificato come l’apertura verso laTerra Cava e Terra Interiore.

Hitler era ossessionato dal misticismo e dall’inspiegabile, lui era molto interessato agli UFO e la storia antica, e molti dei suoi seguaci lo sapevano e lo hanno sostenuto.

Qui ci sono le mappe ufficiali dei nazisti del mondo interno:

La possibilità che la terra sia cava, e che si possa accedere attraverso il polo nord e sud, e che civiltà segrete fioriscono al suo interno, ha stimolato la fantasia delle genti attraverso i secoli.

E potrebbe rivelarsi vero, dopo tutto, in qualche modo, da qualche parte, non vi è un accesso che porta ad un mondo completamente diverso, una porta che è stata tenuta  segreta per molti anni.

Si può leggere di più su questo argomento qui .

I racconti completi su Agartha, e il diario personale dell’ammiraglio Byrd possono essere letti qui .

 

 

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L’Italia si dota della Legge per la guerra

Piuttosto in sordina, il 31 dicembre scorso è entrata in vigore la Legge quadro sulle missioni militari all’estero. La legge era già stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale fin dal 1̊ agosto; ma ne era stata rimandata l’attuazione a fine anno, tranne che per la disposizione all’integrazione del Copasir, cioè dell’organismo di controllo sulle attività dei servizi segreti (venuto fuori come problema in occasione delle “missioni coperte” in Libia), anche se valido solo per la legislatura in corso.

L’Italia si è così dotata di una legge organica dello Stato per l’invio di contingenti militari all’estero che dovrebbe azzerare le contraddizioni di incostituzionalità sul ricorso alle azioni militari contro, verso o in altri paesi vincolate al rispetto dell’art.11. Infatti il nostro ordinamento fino ad oggi prevedeva solo la disciplina della “guerra”. Ma lo stato di guerra deve essere deliberato dalle Camere, che conferiscono al Governo i poteri necessari (art. 78 Cost.), mentre la dichiarazione di guerra è prerogativa del Presidente della Repubblica (art. 87, 9° comma). ll tutto nei limiti sanciti dall’art. 11 Cost., che vieta la guerra di aggressione e consente l’uso della violenza bellica solo in ipotesi ben determinate (la difesa).
La storia di questi ultimi venticinque anni, con numerose operazioni militari all’estero e il coinvolgimento dell’Italia in teatri di guerra (Iraq, Afghanistan, Jugoslavia ma anche Somalia, Libano etc.), ha reso inevitabile una legge organica che legittimasse sul piano legale la partecipazione dei militari italiani a guerre e operazioni militari in altri paesi.

La Legge individua la tipologia di missioni, i principi generali da osservare e detta disposizioni circa il procedimento da seguire. La newsletter Affari Internazionali ne offre una sintesi molto utile:

a) Le missioni militari all’estero, sia di peace-keeping che di peace-emforcement, sono in primo luogo quelle con il mandato delle Nazioni Unite, ma aadesso lo sono anche quelle istituite nell’ambito delle organizzazioni internazionali di cui l’Italia è membro, comprese quelle dell’Unione Europea;

2) La Nato non è menzionata espressamente, ma è automaticamente inclusa. La Legge poi si riferisce anche alle missioni istituite nelle coalition of willing, cioè coalizione create su una crisi specifica sulla base di decisioni unilaterali dei paesi che vi aderiscono, infine si riferisce alle missioni “finalizzate ad eccezionali interventi umanitari”.

3) La Legge specifica che l’invio di militari fuori dal territorio nazionale può avvenire in ottemperanza di obblighi di alleanze, o in base ad accordi internazionali o intergovernativi, o per eccezionali interventi umanitari, purché l’impiego avvenga nel rispetto della legalità internazionale e delle disposizioni e finalità costituzionali (che a questo punto vengono aggirate dalla legge stessa)

“Resterebbe da chiarire il significato di accordi intergovernativi e come questi si differenzino dagli accordi internazionali. Si tratta di accordi sottoscritti dall’esecutivo o addirittura di accordi segreti?” si interroga Affari Internazionali. “In parte tali dubbi dovrebbero essere fugati dai paletti volti a scongiurare una deriva interventista. Le missioni devono avvenire nel quadro del rispetto: a) dei principi stabiliti dall’art. 11 Cost., b) del diritto internazionale generale, c) del diritto internazionale umanitario, d) del diritto penale internazionale”.

Quanto al procedimento per la partecipazione alle missioni internazionali, viene reso centrale il ruolo del Parlamento, razionalizzando una prassi, qualche volta in verità disattesa, che faceva precedere l’invio del contingente militare all’estero da una discussione parlamentare. Ma spesso la ratifica parlamentare avveniva a posteriori, in occasione della conversione in legge del decreto-legge (DL) di finanziamento della missione.

L’iter disegnato dalla L. 145/2016 è il seguente: la partecipazione alle missioni militari è deliberata dal Consiglio dei ministri, Cdm, previa comunicazione al Presidente della Repubblica ed eventuale convocazione del Consiglio supremo di difesa.

La Legge quadro mette mano anche ad un’altra spinosa questione, ossia se ai militari impegnati nelle missioni debba essere applicato il codice penale militare di pace o il codice penale militare di guerra. Anche la soluzione indicata lascia aperta tutte le strade. La nuova legge dispone che sia applicabile il codice penale militare di pace, ma il governo potrebbe deliberare l’applicabilità di quello di guerra per una specifica missione. In tal caso è però necessario un provvedimento legislativo e il governo deve presentare al Parlamento un apposito disegno di legge.

E’ dalla partecipazione alla prima Guerra del Golfo (1991) che si pone il problema di conformare la legislazione italiana al ripetuto ricorso alla guerra “nella risoluzione delle controversie internazionali” che di volta in volta è stata mascherata con acronimi sempre più improbabili: operazione di polizia internazionale, guerra umanitaria, protezione di civili, difesa preventiva etc. etc. Operazioni militari che hanno visto negli anni migliaia e migliaia di soldati italiani prendere parte a guerre in altri paesi e miliardi di euro spesi per parteciparvi. Quando le furberie sulla guerra diventano una Legge organica dello Stato, vuole dire che il punto di non ritorno si è avvicinato ancora di un altra spanna.

Sergio Cararo | contropiano.org

http://www.vocidallastrada.org/2017/01/litalia-si-dota-della-legge-per-la.html
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La CIA rilascia 13 milioni di pagine di documenti declassificati: inclusi esperimenti psichici e UFO

By Zero Hedge

La Central Intelligence Agency ha pubblicato quasi 13 milioni di pagine di documenti declassificati online, i documenti in precedenza erano fisicamente accessibili solo da quattro terminali di computer presso i National Archives di College Park, Maryland.

Il registri includono informazioni sui crimini di guerra nazisti, la crisi missilistica cubana, avvistamenti UFO, telepatia umana ( “Progetto Stargate”) e molto altro. Il rilascio è stato un lungo processo: Bill Clinton per primo primo ha ordinato che tutti i documenti di almeno 25 anni con “valore storico” fossero declassificati nel 1995. L’agenzia ha adempiuto, ma chiunque volesse accedere doveva recarsi fino alla US National Archives di Washington DC e mettersi a cercare quello che gli interessava.

Nel 2014, una organizzazione no-profit di giornalismo chiamata MuckRock ha presentato una richiesta formale: Freedom of Information Act (FOIA) perché la CIA fosse spinta a digitalizzare tutti i propri documenti e metterli online, ma l’agenzia ha detto che ci sarebbero voluti fino a sei anni per la scansione di tutti documenti, secondo Engadget. Allo stesso tempo, il giornalista Mike Best ha ottenuto dal pubblico un finanziamento di più di $ 15.000 per visitare gli archivi e stampare e poi pubblicamente caricare i registri, uno per uno, per esercitare una pressione alla CIA. “Per stampare e scansionare i documenti a spese della CIA, ho potuto cominciare a renderli liberamente a disposizione del pubblico e a dare all’agenzia un incentivo finanziario perché metta semplicemente il database on-line,” come ha scritto Best in un post sul blog.

“L’accesso a questa collezione storicamente significativa non è più limitato dalla geografia”, ha detto Joseph Lambert, il direttore della gestione delle informazioni della CIA in un comunicato stampa. L’agenzia aveva l’obiettivo di pubblicare i documenti entro la fine del 2017, ma ha finito il lavoro prima del previsto.

“Abbiamo lavorato a lungo su tutto questo e questa è una delle cose che volevo essere certo fosse completata prima prima che me ne andassi. Ora è possibile accedervi comodamente dalla propria casa “, ha detto il direttore della gestione informazioni della CIA, Lambert. L’agenzia continua a esaminare i documenti per la declassificazione, c’è ancora molto da rendere pubblico.

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Le registrazioni on-line, hanno fatto luce sulle attività dell’agenzia nel corso dei conflitti in Vietnam, Corea e della guerra fredda; che comprende anche documenti relativi agli avvistamenti UFO e agli esperimenti psichici dal programma Stargate, che sono stati a lungo motivo di interesse per i teorici della cospirazione. Gli archivi comprendono anche gli eventi dagli anni 40 al 90 e includono i dettagli sul volo dei criminali di guerra dalla Germania nazista, il tunnel di un quarto di miglio sotto Berlino costruito per entrare nelle linee telefoniche sovietiche, bollettini di intelligence interni e memo da ex direttori della CIA, report UFO e altro ancora.

Il tesoro rilasciato comprende anche le carte di Henry Kissinger, che ha servito come segretario di stato sotto i presidenti Richard Nixon e Gerald Ford, e anche centinaia di migliaia di pagine di analisi di intelligence e di ricerca scientifica e sviluppo.

Tra i registri più insoliti sono documenti del progetto Stargate, che si occupava di poteri psichici e la percezione extrasensoriale. Queste comprendono registri di test sul celebre psichico Uri Geller nel 1973, quando era già un mentalista affermato.

I memo descrivono come il signor Geller sia stato in grado di replicare in parte le immagini disegnate in un’altra stanza con, a volte, accurata precisione, portando i ricercatori a scrivere che “ha dimostrato capacità percettive e paranormali in modo convincente e inequivocabile”, ha riferito la BBC.

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Una serie di documenti particolari risultati dei test psichici su Uri Geller, dove ha tentato di copiare disegni realizzati da ricercatori all’interno di una stanza sigillata.

Uno dei test implicava il disegnare. Una parola era stata scelta a caso da un dizionario. La parola selezionata era “fusibile”. Un petardo è stato poi disegnato da qualcuno al di fuori della stanza chiusa a chiave. La foto è stata poi attaccata alla parete esterna della cella di Geller e gli è stato detto, tramite citofono, che il disegno era finito. I documenti della CIA dicono: “La sua risposta quasi immediata è stata di aver visto un ‘cilindro con rumore che esce di esso’. “Il suo disegno con era un tamburo, con un certo numero di oggetti cilindrici.”

La seconda parola scelta fu “mazzo” e uno scienziato disegnò un grappolo d’uva. Il documento afferma: “risposta immediata di Geller era che aveva visto ‘gocce d’acqua che uscivano dal quadro’. “Ha poi parlato di” cerchi viola. “Infine, ha detto che era sicuro di avere l’immagine. Il suo disegno era davvero un grappolo d’uva. ”

I ricercatori hanno concluso che Uri “ha dimostrato la sua capacità percettiva paranormale in modo convincente e non ambiguo”.

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Altri record insoliti includono una collezione di relazioni su dischi volanti e le ricette per l’inchiostro invisibile.

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L’archivio è massiccio, e nuovi sviluppi sulle attività della CIA in tutta la sua storia possono ora essere consultati.

Potrà allora la banca dati online rivelare qualcosa di particolarmente succoso? Non è probabile, soprattutto perché i documenti sono stati probabilmente ampiamente spolpati in anticipo, anche se il direttore del Information Management della CIA Joseph Lambert ha detto che l’agenzia ha fatto un ultimo controllo sui registri prima di rilasciarlo, e non ha riclassificato alcun documento.

Tuttavia, i documenti saranno sicuramente fornirà ore di lavoro per gli storici, gli appassionati di guerra, gli appassionati di UFO e altri. Gli archivi coprono gli eventi dal 1940 i 1990s. Vi si può accedere cliccano il seguente link.

Fonte: Zero Hedge

La CIA rilascia 13 milioni di pagine di dovumenti declassificati: inclusi esperimenti psichici e UFO

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Carri armati Usa schierati in Polonia

 

www.ilmanifesto.info

Il 12 gennaio, due giorni dopo il suo discorso di addio, il presidente Obama ha dato il via al più grande schieramento di forze terrestri nell’Europa orientale dalla fine della guerra fredda: un lungo convoglio di carrirmati e altri veicoli corazzati statunitensi, proveniente dalla Germania, è entrato in Polonia.

È la 3a Brigata corazzata, trasferita in Europa da Fort Carson in Colorado: composta da circa 4.000 uomini, 87 carrirmati, 18 obici semoventi, 144 veicoli da combattimento Bradley e centinaia di Humvees. L’intero armamento viene trasportato in Polonia sia su strada, sia con 900 carri ferroviari. Alla cerimonia di benvenuto svoltasi nella città polacca di Zagan, l’ambasciatore Usa Jones ha detto che «man mano che cresce la minaccia, cresce lo spiegamento militare Usa in Europa».
Quale sia la «minaccia» lo ha chiarito il generale Curtis Scaparrotti, capo del Comando europeo degli Stati uniti e allo stesso tempo Comandante supremo alleato in Europa: «Le nostre forze sono pronte e posizionate nel caso ce ne fosse bisogno per contrastare l’aggressione russa». La 3a Brigata corazzata resterà in una base presso Zagan per nove mesi, fino a quando sarà rimpiazzata da un’altra unità trasferita dagli Usa.

Attraverso tale rotazione, forze corazzate statunitensi saranno permanentemente dislocate in territorio polacco. Da qui, loro reparti saranno trasferiti, per addestramento ed esercitazioni, in altri paesi dell’Est, soprattutto Estonia, Lettonia, Lituania, Bulgaria, Romania e probabilmente anche Ucraina, ossia saranno continuamente dislocati a ridosso della Russia.

Un secondo contingente Usa sarà posizionato il prossimo aprile nella Polonia orientale, nel cosiddetto «Suwalki Gap», un tratto di terreno piatto lungo un centinaio di chilometri che, avverte la Nato, «sarebbe un varco perfetto per i carrarmati russi». Viene così riesumato l’armamentario propagandistico Usa/Nato della vecchia guerra fredda: quello dei carrarmati russi pronti a invadere l’Europa. Agitando lo spettro di una inesistente minaccia da Est, in Europa arrivano invece i carrarmati statunitensi.

La 3a Brigata corazzata si aggiunge alle forze aeree e navali già schierate dagli Usa in Europa nell’operazione «Atlantic Resolve», per «rassicurare gli alleati Nato e i partner di fronte all’aggressione russa». Operazione che Washington ha lanciato nel 2014, dopo aver volutamente provocato col putsch di Piazza Maidan un nuovo confronto con la Russia. Strategia di cui Hillary Clinton è stata principale artefice nell’amministrazione Obama, mirante a spezzare i rapporti economici e politici della Russia con l’Unione europea dannosi per gli interessi statunitensi. Nella escalation anti-Russia, la Polonia svolge un ruolo centrale.

Per questo essa riceverà tra breve dagli Usa missili da crociera a lungo raggio, con capacità penetranti anti-bunker, armabili anche di testate nucleari.

Ed è già in costruzione in Polonia una installazione terrestre del sistema missilistico Aegis degli Stati uniti, analoga a quella già entrata in funzione a Deveselu in Romania. Anch’essa dotata del sistema Mk 41 della Lockheed Martin, in grado di lanciare non solo missili anti-missile, ma anche missili da crociera armabili con testate nucleari.

A Varsavia e nelle altre capitali dell’Est – scrive il New York Times – vi è però «forte preoccupazione» circa un possibile accordo del repubblicano Trump con Mosca che «minerebbe l’intero sforzo».
Un incubo tormenta i governanti dell’Est che basano le loro fortune sull’ostilità alla Russia: quello che se ne tornino a casa i carrarmati inviati dal democratico Obama.

Manlio Dinucci | ilmanifesto.info

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LA GERMANIA ATTACCA TRUMP: “GLI AMERICANI PENSINO A COSTRUIRE AUTOMOBILI MIGLIORI” E “LA CRISI DEI RIFUGIATI L’HANNO CAUSATA LORO”

 

Zero Hedge commenta la piccata replica del governo tedesco alle recenti affermazioni di Trump nelle interviste al Bild e al Times. È evidente che c’è un’escalation di tensione tra USA e Germania. Alcune affermazioni così esplicite, in particolare sulle responsabilità americane nella crisi dei rifugiati, sono sorprendenti da parte di esponenti del governo tedesco. Trump ha toccato sul vivo il mercantilismo tedesco, e i tedeschi reagiscono, ma non hanno ancora capito che gli Stati Uniti non sono la Grecia.

 

di Zero Hedge, 16 gennaio 2017

Una Berlino infuriata ha risposto con una strenua difesa delle proprie politiche alle critiche mosse dal presidente eletto Donald Trump verso la cancelliera tedesca Angela Merkel in due distinte interviste rilasciate domenica, una al tedesco Bild e l’altra al Sunday Times. Le critiche riguardavano in particolare la crisi dei rifugiati e la minaccia di un dazio al 35% sulle automobili BMW esportate dalla Germania verso gli USA.

Il vicecancelliere tedesco e ministro dell’economia, Sigmar Gabriel, ha detto stamattina [lunedì] che una tassa sulle importazioni dalla Germania comporterebbe un “amaro risveglio” delle case automobilistiche americane, dato che queste si affidano alla catena di approvvigionamento transatlantica. “Credo che le maggiori fabbriche BMW si trovino già negli USA, a Spartanburg [in Sud Carolina]“, ha detto Gabriel, leader del partito Socialdemocratico tedesco, al Bild in una video-intervista.

L’industria automobilistica americana avrebbe un brutto risveglio se le componenti che non sono costruite direttamente negli USA dovessero subire un dazio di importazione al 35%. Credo che questo renderebbe l’industria automobilistica americana più debole, peggiore e, soprattutto, meno conveniente“.  Gabriel ha aggiunto che “vuole aspettare di vedere cosa il Congresso americano abbia da dire in proposito, dato che è per lo più composto da gente contraria a Trump“; così ha riportato il Guardian.

Nella sua intervista al Bild e al Times, il presidente eletto ha indicato che intende riallineare un rapporto commerciale “sbilanciato” in fatto di automobili tra la Germania e gli Stati Uniti. “Se scendete nella Fifth Avenue hanno tutti la Mercedes Benz di fronte a casa, non vi pare?” ha detto. “Quante Chevrolets vedete se girate in Germania? Non molte, forse neanche una … è un rapporto a senso unico“.

Quando gli è stato chiesto cosa dovrebbe fare Trump per spingere i consumatori tedeschi a comprare più automobili americane, Gabriel ha dato un semplice consiglio: “Che pensi a costruire automobili migliori.

L’intervista rilasciata da Trump ha avuto un effetto negativo sulle azioni di BMW, Daimler e Volkswagen, che lunedì mattina, dopo i commenti del presidente eletto, sono tutte cadute. Le azioni BMW sono scese dello 0,85%, quelle Daimler dell’1,54% e quelle Volkswagen dell’1,07% sulla Borsa di Francoforte. La ragione dello sfogo di Trump sui giganti automobilistici tedeschi è che tutte e tre queste case automobilistiche hanno investito fortemente nelle fabbriche in Messico, dove i costi di produzione sono inferiori che negli USA, avendo però l’intenzione di esportare gli autoveicoli sul mercato americano. Questa è stata una mossa apertamente disapprovata da Trump.

Nel frattempo una portavoce di BMW ha detto che lo stabilimento del gruppo BMW nella città messicana di San Luis Potosi inizierà a costruire auto BMW Serie 3 a partire dal 2019, con una produzione destinata al mercato mondiale. Lo stabilimento in Messico si aggiungerebbe alle strutture di produzione Serie 3 attualmente già presenti nella stessa Germania e in Cina.

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Rispondendo ai commenti di Trump sul fatto che la Merkel abbia fatto “un errore assolutamente catastrofico nel lasciare che tutti quegli immigrati illegali entrino nel paese“, Gabriel ha detto che l’aumento delle persone che fuggono dal Medio Oriente per cercare asilo in Europa è in parte dovuto alle guerre condotte dagli Stati Uniti, che hanno destabilizzato quella regione geografica.

Nella sua critica alla politica estera americana – e con ciò anche all’amministrazione Obama, per non parlare di Hillary Clinton, una cara amica di Angela Merkel – come colpevole della crisi dei rifugiati in Europa, Gabriel ha detto che “c’è un collegamento tra la politica interventista degli Stati Uniti, soprattutto nella guerra in Iraq, e la crisi dei rifugiati, ed è per questo che il mio consiglio è di non stare a criticarsi a vicenda su cosa abbiamo fatto di giusto o sbagliato, ma di sforzarsi di ristabilire la pace in quella regione e fare tutto il possibile perché le persone tornino ad avere una casa in quei luoghi“.

In quell’area la Germania e l’Europa stanno già ottenendo dei risultati enormi – ed è per questo che ritengo anche sbagliato stare a parlare di spese per la difesa, ora che Trump sta dicendo che spendiamo troppo poco per il finanziamento della NATO. Stiamo dando dei contributi finanziari enormi per proteggere i rifugiati in quella regione, per una situazione che è anche il risultato della politica interventista degli Stati Uniti“.

Gabriel, che probabilmente sarà il candidato del centro-sinistra che sfiderà la Merkel nelle elezioni federali tedesche di settembre, ha detto che l’elezione di Trump dovrebbe incoraggiare gli europei a badare a se stessi.

Da un lato Trump è il presidente eletto. Quando sarà in carica dovremo lavorare con lui e il suo governo – lo richiede il rispetto per l’esito di una elezione democratica“, ha detto Gabriel. “Dall’altro lato dobbiamo avere più fiducia in noi stessi. Non dico che siamo sottomessi. Dico che riguardo le sue affermazioni sul commercio, sul modo di trattare l’industria automobilistica tedesca, sulla questione della NATO, sulla sua visione dell’Unione Europea – tutto questo richiede da parte nostra una maggiore fiducia in noi stessi, non solo a nome di noi tedeschi, ma di tutti gli europei. Noi non siamo inferiori a lui, anche noi abbiamo qualcosa da portare al tavolo delle trattative.

Soprattutto in questa fase nella quale l’Europa è piuttosto debole, dobbiamo stringerci assieme e agire con fiducia in noi stessi, per difendere i nostri interessi.

Sebbene la Merkel debba ancora rispondere direttamente alle affermazioni di Trump e durante una conferenza stampa col primo ministro neozelandese Bill English abbia rifiutato di commentare l’intervista, dicendo che aspetterà fino all’inaugurazione di Trump, e solo allora vedrà come programmare il lavoro con lui a tutti i livelli di governo, il suo portavoce, Steffen Seibert, ha detto che la cancelliera ha letto l’intervista di Trump “con interesse”, ma ha rifiutato di commentare più in dettaglio fino a che il presidente eletto non avrà prestato giuramento.

Stiamo aspettando che il presidente Trump inizi il suo mandato e allora lavoreremo con il suo nuovo governo“, ha detto Seibert, aggiungendo che “[quelle di Trump] sono affermazioni molto chiare sulla posizione del nuovo presidente americano, ma anche le posizioni della cancelliera tedesca su molte di queste questioni sono altrettanto chiare“.

Martin Schäfer, portavoce del ministero degli esteri tedesco, ha rifiutato l’etichetta data da Trump alla UE come “veicolo della Germania”. Ha detto: “Per il governo tedesco l’Europa non è mai stata un mezzo, ma un fine, una comunità di destini che, nel momento in cui il vecchio ordine sta crollando, è più che mai importante.

Il ministero degli esteri ha anche rifiutato le critiche di Trump secondo cui la creazione di una “zona di sicurezza” in Siria sarebbe stata molto più conveniente che accettare tutti i rifugiati provenienti da un paese devastato dalla guerra. “Ciò che una tale zona di sicurezza significa esattamente va al di là della mia comprensione, e dovrebbe essere spiegato meglio“, ha detto Schäfer, aggiungendo che non c’è comunque abbastanza volontà della comunità internazionale per prestare un supporto militare in Siria finalizzato alla creazione di una “no-fly zone”.

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La Germania non è stato l’unico paese scontento delle affermazioni di Trump. Pierre Moscovici, commissario europeo agli affari economici, ha trovato altresì sbagliate le affermazioni di Trump sul fatto che altri paesi europei dovrebbero seguire le orme della Gran Bretagna e uscire dalla UE.

Non sono preoccupato, penso che l’idea che la Brexit possa essere contagiosa è una fantasia, un fantasma“, ha detto Moscovici ai reporter a Parigi. “La Brexit non è una gran cosa“, ha detto, ammonendo Trump che i commenti in favore di una disintegrazione della UE non sono un buon inizio per le nuove relazioni transatlantiche.

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Eppure, mentre la Germania e Bruxelles sono così scontente delle critiche di Trump, Mosca è deliziata. Di certo le note di Trump sulla NATO sono state accolte più favorevolmente a Mosca, dove Dmitry Peskov, portavoce del presidente russo Vladimir Putin, si è detto d’accordo col presidente eletto sul fatto che l’alleanza atlantica è “obsoleta”.

Dato che la NATO è stata fatta nell’ottica di uno scontro, tutte le sue strutture sono dedicate a questo ideale di scontro. Non la si può chiamare un’organizzazione moderna orientata alle idee di stabilità, crescita e sicurezza“, ha detto.

Ma le considerazioni di Trump sul fatto che gli USA dovrebbero rimuovere le sanzioni alla Russia in cambio di un accordo per ridurre gli arsenali nucleari hanno avuto una reazione più tiepida. Peskov ha detto che la Russia non ha condotto trattative particolari con gli USA per una riduzione degli arsenali nucleari, e che la cancellazione delle sanzioni non è un obiettivo politico per la Russia. “Non è stata la Russia a iniziare a introdurre queste sanzioni, e la Russia, come ha sottolineato il presidente Putin, non ha intenzione di sollevare la questione di queste sanzioni nei suoi contatti con l’estero“, ha detto.

Lo scorso mese, in risposta a simili commenti di Trump, Putin ha detto che la Russia deve potenziare le sue forze nucleari strategiche. Leonid Slutsky, un parlamentare russo, ha detto che “non intende mettere in collegamento le due questioni e fare della cancellazione delle sanzioni un punto di trattative per un’area così delicata come quella della sicurezza nucleare“. Konstantin Kosachyov, capo della commissione per gli affari esteri del senato russo, ha detto che la cancellazione delle sanzioni “non è assolutamente un fine in sé per la Russia“.

Non è nemmeno un obiettivo strategico per il quale vogliamo sacrificare qualcosa, specialmente nella sfera della sicurezza“, ha detto all’agenzia di stampa RIA Novosti. “Pensiamo [che le sanzioni] siano un cattivo lascito del presidente uscente e che debbano solo diventare storia passata.

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FLASSBECK: USA, CINA, GERMANIA E LA PROSSIMA GUERRA VALUTARIA

In un recente approfondimento apparso su Makroskop, Heiner Flassbeck analizza le attuali dinamiche economiche tra Usa, Cina e Germania. Per l’economista tedesco si prospetta il rischio di una vera e propria guerra valutaria, con gli Stati Uniti del neo-eletto Donald Trump che si apprestano ad agire sulle leve monetarie per uscire da una situazione di deficit commerciale nei confronti di Cina e Germania.
Un’analisi che non fa che confermare come la presidenza Trump si faccia portavoce degli interessi dell’impresa statunitense, che necessita di una moneta debole, in aperto contrasto con la precedente amministrazione Obama, orientata invece a proteggere gli interessi della finanza.

di Heiner Flassbeck, 12 Gennaio 2016

Traduzione di Stefano Solaro

Donald Trump fa paura a molti. Al momento a essere spaventata è la Cina, in quanto il presidente neoeletto minaccia di imporre dazi sulle importazioni provenienti dal paese asiatico, colpevole di aver sfruttato unilateralmente gli scambi commerciali con gli Stati Uniti.

Molti si domandano se Trump può davvero permettersi di scatenare una guerra commerciale con la Cina, considerato che si tratta del più importante importatore e, dopo il Giappone, del più importante creditore dell’economia americana, che, come è noto, soffre di un forte deficit commerciale.

La Germania dovrebbe fare molta attenzione al comportamento di Trump nei confronti della Cina. In questa partita internazionale anche il paese tedesco – il membro del G20 con il più grande il surplus commerciale (il 9% del PIL) – ha molto da perdere.

Gli Stati Uniti sono il partner commerciale con il deficit più grande nei confronti della Germania (60 miliardi di Euro). Presto o tardi Trump finirà per accorgersene. È probabile che succeda proprio quando il suo ministro delle Finanze gli presenterà il Currency Report annuale, nel quale vengono elencati, dal punto di vista americano, i più grandi peccatori in materia di commercio internazionale.

Cosa può fare quindi il presidente americano nei confronti dei paesi in surplus?

L’impressione diffusa in Europa è che una guerra commerciale finirebbe per danneggiare anche gli Stati Uniti. Questa considerazione in realtà è fin troppo semplicistica.
Prima di tutto non si può definire guerra economica il tentativo di riportare all’ordine i paesi in surplus. Secondo l’Organizzazione mondiale del commercio è del tutto lecito utilizzare i propri mercati nazionali per contrastare e sanzionare i Paesi in eccedenza commerciale.

In Germania e in Cina ci si dimentica poi di un ulteriore aspetto: chi accumula costante surplus danneggia a tutti gli effetti i paesi in deficit, inondandoli con i suoi prodotti ed esportando disoccupazione. Inoltre, l’incremento del benessere nel commercio estero non viene equamente distribuito tra i paesi in disavanzo e in avanzo. Il Paese in surplus vince sempre, quello in deficit non può che perdere. Ciò contraddice l’idea stessa di libero scambio e la speranza che a trarne vantaggio possano essere tutti in egual misura.

Anche la questione dell’elevato credito finanziario cinese nei confronti degli Stati Uniti non è così semplice. In linea di principio i paesi in surplus accumulano crediti sempre crescenti verso i paesi in deficit, in quanto una parte dei prodotti trasferiti sono venduti proprio sotto forma di credito dalle nazioni in avanzo. In Cina, inoltre, la banca centrale ha provato a impedire per molti anni un apprezzamento della valuta cinese nei confronti del dollaro, facendo sì che lo stesso dollaro guadagnasse sul mercato valutario internazionale. Questi dollari sono stati poi scambiati principalmente con titoli del tesoro USA. Ora questa dinamica sta venendo al termine, in quanto la banca centrale cinese sta cercando di bloccare il deprezzamento della sua valuta vendendo dollari e riacquistando la propria moneta.

Gli Stati Uniti godono della posizione privilegiata di poter contare su un mercato dei capitali molto forte, sul quale questi processi hanno poca influenza. Se la banca centrale cinese dovesse vendere le obbligazioni statunitensi qualcun’altro le comprerà. Che in quest’ottica il cambio possa apprezzarsi o deprezzarsi non fa davvero differenza. D’altra parte gli Stati Uniti sono in una posizione favorevole perché quasi la totalità dei crediti esteri sono denominati in dollari USA che, come è noto, è la moneta creata dalla banca centrale americana.

Elevati crediti esteri possono quindi essere ridotti solo nel caso il valore del dollaro scenda rispetto ad altre valute. Anche questo tipo di operazione non è particolarmente difficile per il presidente americano. Deve solo lasciare che il proprio ministro delle finanze dica che gli Stati Uniti non hanno alcun interesse in un dollaro forte e la moneta automaticamente si deprezzerà, perché i mercati si aspettano che il presidente degli Stati Uniti faccia seguire delle azioni alle sue parole.

Un dollaro debole significa che le importazioni dall’estero saranno più costose e quindi verranno acquistate in minor misura, ma vuol dire anche che i crediti americani avranno minor valore per i loro depositari stranieri, in quanto gli Stati Uniti forniscono sempre e solo dollari in cambio delle merci.

Se quindi ci saranno conflitti tra Cina e Germania con gli States, si tratterà di una guerra valutaria prima ancora che commerciale. Solo se vedranno che la guerra monetaria non porta i risultati sperati, allora gli Stati Uniti faranno ricorso agli strumenti legali previsti dall’Organizzazione mondiale del commercio per scongiurare le importazioni. È meglio non farsi illusioni: le nazioni in surplus sono comunque dalla parte del torto.

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LA RUSSOFOBIA E L’ODIO VERSO PUTIN: I CANI ABBAIANO

DI GUILLAME FAYE
J’ai tout compris

In effetti “i cani abbaiano, la carovana passa”, ovvero Mosca non si lascia impressionare. La maggior parte dei media occidentali ha descritto l’intervento russo in Siria come un’operazione criminale e imperialista. Rientra nella logica strategica della demonizzazione di Putin; l’obiettivo è ostacolare il ritorno della Russia come potenza internazionale. Inventare una minaccia russa, ripetere che la Russia sia una dittatura, sostenere che la Crimea sia stata annessa e l’Ucraina aggredita – pretesto per le sanzioni occidentali, totalmente controproducenti – tutto questo fa parte di una politica pensata a partire dal 2011 per rilanciare la guerra fredda ma anche per contrastare il ”cattivo esempio” ideologico che offre la Russia di Putin: patriottismo, restaurazione dei valori tradizionali, rifiuto dell’ideologia social-liberista, populismo, difesa dell’identità nazionale, ecc. La nuova Russia incarna tutto ciò che le classi dirigenti occidentali, oligarchie lontane dai propri popoli, detestano.

 

L’intervento russo in Siria: menzogne e verità

La ripresa di Aleppo da parte delle truppe e degli alleati sciiti di Assad, aiutati in maniera decisiva dall’aviazione e dai comandi russi, ha prodotto accuse di «crimini di guerra» verso i civili; Vladimir Putin è stato accusato di esserne il primo responsabile, in quanto primo sostenitore d’Assad. Quest’ultimo non è certo il suo bambino del coro ma non è peggio degli altri grandi amici di un Occidente che per esempio chiude gli occhi sui massacri che commette l’Arabia nello Yemen. I media occidentali hanno ingigantito le angherie di Assad e taciuto fatti imbarazzanti.

La propaganda antirussa ha nascosto che i massacri di civili, donne e bambini, commessi ad Aleppo, non siano avvenuti a causa delle truppe d’Assad e dei suoi alleati o dall’aviazione russa, bensì a causa dei colpi d’artiglieria dei “gentili ribelli”, che sono in realtà degli islamici fanatici, armati dagli americani, dai sauditi e dalle monarchie del Golfo. Gli assassini non sono quelli che si crede.

La Russia è messa alla gogna, mentre tutti sanno che ogni operazione militare aerea – compresa quella che conduce la Francia sotto la supervisione del sovrano americano – presenta dei danni collaterali. Non si sono mai accusati di «crimini di guerra» i dirigenti americani, benché, nel corso degli ultimi settant’anni, gli Usa, in nome della «guerra giusta», abbiano commesso il più grande numero di massacri di civili e distruzione di tutta la storia. Gli ultimi in ordine di tempo in Serbia e Iraq.

In questo affare, gli Stati Uniti, e il governo francese che gli obbedisce, prendono oggettivamente le parti dell’islamismo sunnita terrorista, che dovrebbe essere il nemico principale. Lo è a parole – dalla bocca di Le Drian – ma non nei fatti. Ivan Rioufol sottolinea giustamente e coraggiosamente: «la minaccia che il totalitarismo islamico fa correre alle democrazie merita una risposta che tarda ad arrivare. Al contrario: i “ribelli” islamisti di Aleppo est (Siria), sostenuti da Al qaeda, lo sono anche dagli Stati Uniti e dalla Francia, che si dicono rattristati per la loro sconfitta. Questa incoerenza ha innalzato Vladimir Putin, protettore dei cristiani d’Oriente bersagliati dagli jihadisti, al rango di leader rispettabile» (Le Figaro, 16/12/2016).

Quanto all’ASL [Armée syrienne libre (Esercito siriano libero)] che combatte Assad, finanziato dall’Occidente, si tratta di truppe troppo losche, troppo vicine al terrorismo islamico, capaci di cambiare campo come la camicia. Volendo mantenere (per il momento…) Assad e gli alawiti al potere in Siria, la Russia gioca la carta della stabilità.

Se i russi non fossero intervenuti per impedire la caduta di Assad, la Siria sarebbe un inferno islamista. Assad sarebbe stato rimpiazzato da Daesh e si sarebbe insediato il caos fondamentalista. Con tutte le conseguenze che ne sarebbero derivate in Occidente.

Provocazioni occidentali contro la nuova Russia

Sono stati gli interventi americani in Iraq che hanno destabilizzato il Medio Oriente e favorito l’islamismo. È dalla caduta di Saddam Hussein che i cristiani d’Oriente sono perseguitati. L’Occidente, suicida, ha acceso il fuoco, là dove la Russia tenta di spegnerlo. A questo proposito, occorre ricordare la genesi della nuova guerra fredda (voluta) tra i governi europei e il loro sovrano d’oltreoceano e la Russia di Putin.

Dopo la caduta dell’URSS nel 1991, la Russia, diretta dal debole Eltsin, in perdita di potenza, è stata dominata dagli Stati Uniti che cercavano di neutralizzarla e di renderla loro vassalla. Il risveglio russo, operato grazie a Putin, non è stato accettato dai dirigenti occidentali. Si è dunque inventata la “minaccia russa”. La strategia scelta, elaborata dalla Cia e dai pianificatori della NATO – americani ed europei obbedienti – fu quella della provocazione. Con due bersagli: la Georgia e l’Ucraina. Promettendo ai due paesi, contrariamente agli impegni presi con i russi in pieno sbando dopo la dissoluzione dell’URSS, di integrarli nell’Unione europea e nella NATO, pur sapendo che le due ipotesi fossero assurde economicamente e strategicamente.

L’obiettivo della provocazione occidentale era solamente rivolta ad ottenere una reazione violenta della Russia, al fine di ottenere i presupposti per un conflitto. Ma questa strategia ha fallito non solamente a causa della mollezza e dell’indecisione del presidente Obama che doveva dirigere una decisione presa da altri e non da lui, ma anche perché il governo di Putin, contrariamente a quello di Eltsin, ha deciso di non lasciarsi impressionare e di non cedere.

Trump e la Russia: promesse e contraddizioni

Salvo imprevisti, quando Donald Trump assumerà le sue funzioni alla fine del gennaio 2017, romperà con questa politica subdolamente pro-islamista, anti-israeliana e russofoba dell’amministrazione Obama. Ma bisogna soprattutto pregare che, seguendo il suo programma rivoluzionario in politica estera, osi una convergenza Usa-Russia, rompendo completamente con la politica che gli Stati Uniti conducono dal 1945. Se Donald Trump mantiene la parola e resiste alle forti influenze che vogliono flettere la sua politica, questo avvicinamento alla Russia provocherà un grande cambiamento nella geopolitica mondiale. Assai ostile a Pechino, il nuovo presidente americano, se sarà ben consigliato –lui non brilla certo per la sua sottigliezza – potrebbe provocare un terremoto: un’alleanza Washington–Mosca (Trump–Putin) comporterebbe una ridistribuzione mondiale di tutte le carte. E, naturalmente, la fine dell’atlantismo. Le caste politiche e mediatiche europee saranno destabilizzate, non sapendo a quale santo votarsi. Un asse America-Europa-Russia che supererà i piccoli calcoli dei dirigenti europei completamente sopraffatti. L’Europa è l’anello debole. Le promesse di Trump – come ho già detto in questo blog – sono talmente rivoluzionarie che ci si domanda se siano serie e se potranno essere mantenute.

Il vero problema contro il quale si scontrerà Trump dopo il suo insediamento del 20 gennaio è di dover conciliare la sua volontà di riavvicinarsi alla Russia con il fatto che quest’ultima sia vicina all’Iran: cooperazione nella guerra in Siria, fornitura d’armi, etc. In breve, relazioni rosee. Perché Trump, proprio come il governo israeliano, vuole rompere con la politica di Obama favorevole a Teheran e denunciare l’accordo sul nucleare. Questa contraddizione – allearsi con l’amico di un nemico – sarà molto difficile da gestire.

Vladimir Putin ha recentemente dichiarato, volendo riportare la Russia tra le grandi potenze: «Noi dobbiamo rinforzare il potenziale militare delle nostre risorse nucleari strategiche, in particolare con l’installazione dei missili che possono penetrare tutti i sistemi di difesa antimissilistica esistenti e futuri». Allusioni allo “scudo antimissile” installato dagli americani in Europa centrale … Può essere che Putin abbia voluto rispondere al suo imprevisto «amico», il futuro presidente Trump, che aveva fatto sapere, qualche giorno prima, prendendo in contropiede le posizioni di Obama: «Gli Stati Uniti devono rafforzare considerevolmente ed estendere le loro capacità nucleari, aspettando il momento in cui il mondo diventerà ragionevole». Avrebbe confidato a Mika Brzezinski del canale MSNBC: «Che ci sia una corsa agli armamenti! Noi li supereremo ogni volta e gli sopravviveremo». Insomma è tutto poco chiaro.

Il disonore del governo francese

I media e il governo francese considerano Putin un orribile autocrate. Rifiutando di riceverlo all’inaugurazione della cattedrale ortodossa di Parigi, Hollande ha commesso un grave errore diplomatico, obbedendo probabilmente a un ordine venuto d’oltreoceano. Il presidente francese non ha umiliato Putin o la Russia, bensì la Francia e la sua indipendenza.

Ma, nello stesso tempo, Ségolène Royal, ministro rappresentante dello Stato, alle esequie di Fidel Castro, ha elogiato pubblicamente questo tiranno assassino, piccolo Stalin tropicale. Dunque Putin è infrequentabile per lo Stato francese, ma non il criminale Castro.

Il record di gaffe detenuto dalla signora Royal non è in discussione: ogni settimana ne commette una e su un qualsiasi argomento. Ciò che è in causa, è che la Francia, i governi europei e la UE, che demonizzano il Cremlino, intrattengano strette relazioni (interessi finanziari e corruzione) con le monarchie del Golfo assolutiste e tiranniche, chiudendo gli occhi sui loro abusi: specialmente l’Arabia sauduta e il Qatar. L’adorazione dei “diritti dell’uomo” è un culto a geometria variabile.

Ambiguità e ritirate di François Fillon

François Fillon, che aspira alla presidenza, già comincia a smarcarsi da Putin, dopo aver assunto una posizione prorussa chiedendo la sospensione delle sanzioni e la ripresa del dialogo con Mosca. È stato molto imbarazzante il fatto che il presidente russo ne abbia tessuto le lodi. Putin aveva definito Fillon «un grande professionista che si distingue dagli altri uomini politici del pianeta». François Fillon aveva preso le parti della Russia riconoscendo che è il parlamento ucraino che si rifiuta di votare l’accordo sull’autonomia delle regioni orientali russofone dell’Ucraina. Ma ha fatto marcia indietro molto rapidamente. Un’abitudine per colui che si autodefinisce un “pilota da corsa”.

Il suo portavoce e consigliere, Jérôme Chartier, ha creduto bene precisare il 18 dicembre: «Loro si conoscono e si rispettano ma non sono amici ». Essere l’ “amico” di Putin è infamante. Se Fillon sarà eletto, si può scommettere che troverà un pretesto per cambiare opinione e non chiedere la revoca delle sanzioni della UE contro la Russia.

Il vincitore delle primarie ha fatto questa umiliante dichiarazione di alleanza verso Washington, impregnata di russofobia di bassa gamma: «l’interesse della Francia non è quello di cambiare alleanza scegliendo la Russia invece degli Stati Uniti […] Noi siamo alleati degli Stati Uniti, noi condividiamo con gli Stati Uniti dei valori fondamentali che non condividiamo con i russi, noi abbiamo un’alleanza difensiva con gli Stati Uniti, che non metteremo in discussione» (dibattito televisivo del 24 novembre contro Alain Juppé). Che sottomissione … Contestualmente, lo pseudo pilota da corsa parla di «ricucire il legame con la Russia e aggregarla all’Europa». Giudica «assurda» la politica di Hollande che «porta Mosca a indurirsi, isolarsi, e a cedere al nazionalismo». Afferma che la Russia, potenza nucleare, è «un paese pericoloso se lo si tratta come lo abbiamo trattato negli ultimi cinque anni». Discorsi contraddittori nei quali si cambia parere come si cambiano le camice senza che venga assunta una vera posizione.

Vittoria geostrategica della Russia

Il 20 dicembre, riuniti a Mosca, i ministri degli affari esteri e della difesa russi, iraniani e turchi hanno dichiarato congiuntamente che «la lotta contro il terrorismo» era il loro obiettivo e non la destituzione del regime di Assad. È un’umiliazione per gli Stati Uniti e l’Unione europea, esclusi dalla riunione di Mosca, per i quali l’allontanamento di Assad rappresenta un requisito preliminare. La vittoria del Cremlino è totale perché ha convinto la Turchia della necessità di non eliminare Assad. Solo Putin deciderà della sua sorte. Sergej Šojgu, ministro della difesa russo, ha dichiarato che gli Occidentali hanno sbagliato tutto, avendo totalmente fallito in Medio Oriente e «non avendo alcuna influenza sul campo».

La vittoria della strategia di Putin in Siria e in Medio Oriente fa arrabbiare gli Occidentali, tanto più che la Russia, in questo modo, è riuscita a ritornare una potenza internazionale riconosciuta da tutti i paesi del mondo. «I russi si sostituiscono agli americani come grande potenza di riferimento nella regione», nota Renaud Girard parlando del Medio Oriente (Le Figaro, 20/12/2016).

Le relazioni “amichevoli ” tra la Russia e la Turchia sono artificiose e calcolate. La due potenze sono rivali da secoli, i sultani contro gli zar. Il Cremlino gioca una carta machiavellica in faccia alla Turchia del neosultano Erdogan che vorrebbe resuscitare la potenza ottomana. La Russia si è riconciliata con la Turchia malgrado l’abbattimento dell’aereo russo. E l’assassinio di Andrei Karlov, ambasciatore ad Ankara, il 19 dicembre, ha forse cause troppo losche e tortuose, perché il governo turco, forse coinvolto, possa fare pressioni sulla Russia. È possibile che si sia trattato semplicemente di una negligenza del potere turco che non ha saputo individuare il poliziotto assassino. Inoltre la Russia ha potuto aggregare alla sua strategia un paese pilastro della NATO, la Turchia. Ciò infligge un duro colpo alla politica mondiale americana. Il Cremlino ha strappato a Washington uno dei suoi alleati, pardon, vassalli.

Ma intendiamoci, il Cremlino non ha commesso l’errore di cedere, come l’UE, al ricatto dei turchi per ammettere sul suo territorio centinaia di migliaia di rifugiati!

Per il sistema la minaccia russa è innazitutto ideologica

La Russia di Putin è diventata il nemico (assai più della Russia sovietica!) perchè è lei che restaura e incarna i valori e i principi del patriottismo, del radicamento e delle tradizioni, vituperati dall’ideologia dominante occidentale. Putin è detestato perché sembra volersi ispirare allo zar Alessandro III, che si appoggiava alla Chiesa ortodossa e al populismo (ovvero allo spirito del popolo) e praticava l’autorità sovrana. Le oligarchie occidentali sono ossessionate dalla democrazia diretta o «cesarismo», o ancora «populismo» – del quale il bonapartismo e il vero gaullismo furono delle declinazioni – che minaccia il loro potere.

Dunque la russofobia delle caste politiche dirigenti e dei media occidentali è dovuta a ragioni ideologiche e non alla fantomatica minaccia militare – totalmente inventata – da parte della Russia. Ciò che temono è che l’esempio del regime russo attuale, i valori che lui difende possano influenzare le opinioni pubbliche occidentali, rese stanche dal declino, e i pericolosi partiti “populisti”. Il FN e altri abominevoli partiti di “estrema destra” non sono pro Russia? Paradosso supremo: come per il vecchio potere sovietico, l’esempio del capitalismo occidentale del “mondo libero” rappresentava un pericolo, allo stesso modo, per i poteri occidentali attuali, l’esempio del patriottismo e dell’ideologia identitaria della Russia di Putin costituisce un grave pericolo capace d’influenzare e di incoraggiare gli odiati movimenti “populisti”.

Putin disturba perchè difende l’ideologia patriota che è detestata dalla superclasse mediatica, politica, “intellettuale” e culturale occidentale, idolatra del cosmopolitismo. Putin e il governo russo non sono bersaglio delle oligarchie perché rappresentano un regime tirannico o perché potrebbero scatenare un’offensiva militare contro i loro vicini. Nessuno crede a questa ipotesi suicida, neppure la stessa NATO che diffonde questa propaganda. È ancora meno credibile dell’attacco dell’URSS in Occidente, minaccia agitata al tempo di Breznev. Putin tenta di restaurare la dimensione spirituale della sovranità, ereditata dall’era zarista, associata all’ortodossia religiosa e a un forte potere patriottico. Attraverso il richiamo alle grandi figure storiche russe, come il principe Vladimir, l’equivalente della nostra Giovanna d’Arco. Capiamo perché tutto questo possa risultare diabolico agli occhi della maggior parte dei nostri giornalisti e politici.

 

GUILLAUME FAYE

Fonte: http://www.gfaye.com

Link: http://www.gfaye.com/russophobie-et-haine-de-poutine-les-chiens-aboient/

29.12.2016

http://www.comedonchisciotte.net/modules.php?name=News&file=article&sid=5464

Traduzione per http://www.comedomnchisciotte,org a cura di VOLLMOND

 

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SAPIR: DONALD TRUMP E IL PROTEZIONISMO

Sul suo blog Russeurope il prof. Jacques Sapir analizza la questione del protezionismo, tornata alla ribalta dopo che il neoeletto Presidente Trump ha annunciato le sue politiche di difesa della produzione nazionale introducendo dei dazi per le imprese che delocalizzano.  Sia in Francia che in Italia  il protezionismo è presentato come un pericolo per l’economia, perché ridurrebbe la crescita, al contrario del liberismo che fa espandere il commercio mondiale. Ma è veramente così? Qui Sapir fa osservare che in realtà il liberismo aumenta i profitti, più che il reddito complessivo, e che il  verbo liberista per cui i profitti sono il motore della crescita non ha effettivo riscontro nella realtà.  Per quel che riguarda il dibattito in Italia, raccomandiamo l’ascolto della trasmissione di  Radio anch’io in cui si commentano le politiche protezionistiche di Trump e in cui è intervenuto il prof. Alberto Bagnai (dal minuto 00:47:20 del podcast) 

di Jacques Sapir • 10 gennaio 2017

Traduzione di Paolo di Remigio su Appello al Popolo

Le dichiarazioni recenti di Donald Trump hanno messo in piena luce la questione del protezionismo. Com’è noto, il presidente americano appena eletto ha esortato le grandi imprese a «rilocalizzare» le loro produzioni nel territorio degli Stati Uniti. E i primi risultati ottenuti, quando l’insediamento di Donald Trump non ha ancora avuto luogo, sono effettivamente incoraggianti. Un certo numero di imprese, come Ford, Chrysler, ma anche General Motors, Samsung o LVMH, hanno annunciato la loro decisione di tornare negli Stati Uniti. Questo invita a porre due questioni: se sia un buon risultato a medio e lungo termine, e con che mezzo si possano obbligare le imprese a «rilocalizzare» le loro produzioni.

I metodi protezionisti hanno una fama piuttosto cattiva. Su questo argomento è sufficiente vedere la reazione di Lionel Fontagné, ex direttore del CEPIL, al telegiornale delle 20.00 di France-2. Ma è una reazione giustificata? L’argomento che Fontagné vuole «decisivo» è il seguente: le produzioni rilocalizzate saranno più care delle produzioni importate; dunque, i posti di lavoro guadagnati con queste rilocalizzazioni saranno compensati dalle perdite di posti di lavoro generate dalle perdite di reddito delle famiglie generate da questi sovraccosti. Tuttavia, con il suo furore antiprotezionista, il signor Fontagné dimentica un punto essenziale: il reddito delle famiglie sarà accresciuto dall’assunzione di lavoratori supplementari, che riceveranno un salario anziché ricevere delle indennità di disoccupazione. E si sa che nell’industria il livello medio dei salari è largamente superiore al livello di queste indennità. Se il signor Fontagné avesse voluto presentare onestamente la questione del protezionismo, avrebbe confrontato la perdita di potere d’acquisto con il guadagno generato dal ritorno al posto di lavoro. Del resto, non è molto difficile. In Francia negli anni ’80 la produzione di vetture era di circa 4 milioni di esemplari l’anno. Attualmente è caduta a 2 milioni. Supponiamo che con diversi metodi protezionisti si arrivi a produrre 500 000 veicoli di più all’anno, che queste vetture siano nel segmento «medio-basso» a un prezzo di 10 000 euro, e che il sovraccosto sia del 10%, il che spiega perché le vetture di questo segmento siano largamente prodotte all’estero. La perdita di reddito si stabilisce a 500 000 x (10 000 x 0,10) = 500 milioni di euro. Ma queste vetture dovranno essere prodotte. Bisognerà costruire una nuova linea di montaggio di circa 7000 lavoratori, bisognerà accrescere la produzione dei sub-fornitori, accrescere il consumo di elettricità, in breve si può stimare che circa un 40% del prezzo di vendita sarà reintrodotto nell’economia francese (supponendo che quasi il 60% serva a pagare beni e servizi importati). Abbiamo dunque 500 000 x 11000 (prezzo in Francia) x 0.4 = 2200 milioni di euro. Dunque abbiamo una sottrazione di 500 milioni di euro dovuta al rialzo del prezzo e un’aggiunta di 2200 milioni di euro; questo significa un accrescimento netto di 1700 milioni di euro iniettati nell’economia francese.

In effetti, si può pensare che se saranno prese misure protezioniste tutta la produzione di automobili in Francia sarà colpita dai rialzi di prezzo. Ma questo rialzo generalizzato sarà meno importante del 10%, perché le vetture già prodotte in Francia hanno una parte dei loro componenti prodotti sul territorio francese. D’altra parte, se si prendono queste misure, la parte di componenti prodotti in Francia aumenterà. È dunque certo che il sovraccosto sarà nettamente più elevato dei 500 milioni calcolati inizialmente; ma anche il guadagno generato dall’iniezione di moneta nell’economia francese legato all’accrescimento della parte di produzione nazionale aumenterà…

Si vede dunque fino a che punto la presentazione fatta da Lionel Fontagné sia stata tendenziosa. Ma questo pone un’altra questione: se il protezionismo sia condizione della crescita. La questione può sembrare strampalata. Dopo tutto, la crescita di questi ultimi 20 anni non è imputabile, giustamente, alla liberalizzazione del commercio internazionale? Proprio qui si situa un errore fondamentale della teoria economica. I partigiani del libero-scambio riprendono, forse senza saperlo, la vecchia teoria mercantilista che fa del commercio la causa della produzione. Ma in realtà se si commercia è perché si è prodotto. La produzione viene prima, lo scambio dopo.

Storicamente, i grandi periodi di crescita delle economie hanno coinciso con periodi di protezionismo, come in Europa dal 1945 agli anni ’80. Nei fatti, con l’apertura integrale delle economie si constata una diminuzione della crescita – diminuzione della crescita, certo, ma non diminuzione dei profitti. In realtà, il libero scambio permette di mantenere molto elevati i tassi di profitto mentre la crescita diminuisce. Sicuro, per certi autori questi profitti si devono trasformare in investimenti. Più profitti oggi è la garanzia di più investimenti domani e di più occupazione dopodomani. Ma questa «garanzia» è del tutto illusoria: i profitti di oggi possono dissiparsi in attività speculative, in spese suntuarie, che non hanno alcun impatto sull’investimento o sull’impiego. Di conseguenza, questo giustifica le politiche protezioniste, che passino per i diritti di dogana, per le misure di regolamentazione, per le norme sociali o ambientali, o ancora per un forte deprezzamento del tasso di cambio della moneta nazionale.

In realtà l’apertura delle economie alla concorrenza nazionale produce effetti benefici soltanto se questa concorrenza è «giusta», cioè se coinvolge progetti imprenditoriali e non meccanismi di dumping salariale, sociale o fiscale. Questa è dunque la lezione che la politica attuale di Donald Trump di ci ricorda. Ecco perché conviene prestarvi attenzione. D’altra parte,  che dicono i politici che oggi parlano del «made in France», se non di protezionismo? È assai strano che oggi si sviluppi un discorso tanto favorevole al «made in France» ma che il protezionismo continui a essere denunciato. Vi è una profonda incoerenza nel discorso.

Occorre dunque essere grati al nuovo presidente degli Stati Uniti per aver reso oggi visibile questa incoerenza con la sua azione.

 

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Il Terzo Segreto di Fatima rivela la “Parusia intermedia”

IL FIGLIO SPIRITUALE DI MARIA NEL QUALE, “SOPRA IL MONTE”, È GENERATO PERFETTAMENTE IL CRISTO

 

«La S. Sede non si è ancora pronunciata in modo definitivo» e il problema è aperto alla libera discussione[1]. Con queste parole, l’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, card. Joseph Ratzinger, volle fare chiarezza sulla dibattuta questione della cosiddetta “Parusia intermedia”, cioè la Venuta di Cristo prima del giorno del Giudizio, della quale avevano scritto diversi Padri della Chiesa, fino ai più recenti apporti di valenti teologi[2]. Per prima cosa, si deve fare attenzione a non considerare questo concetto, la “Parusia intermedia”, come si si dovesse trattare di una manifestazione “teatrale” messa in cartello per i tempi finali; mentre piuttosto essa è la vera, grande forza che opera nell’umanità, per trasformarla e riempirla della vita di Cristo, mediante lo Spirito e – vedremo – concretamente, attraverso il suo sangue. Questo concetto, sul quale ritorneremo, è felicemente riassunto nell’espressione “transustanziazione del mondo”, adoperata di recente da S.S. Benedetto XVI. Alla venuta del Cristo fa esplicito riferimento San Paolo nella Seconda Lettera ai fratelli di Tessalonica: Prima (di essa) verrà l’apostasia e si rivelerà l’uomo dell’iniquità, il figlio della perdizione, l’avversario, colui che s’innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio.
… Il mistero dell’iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo colui che finora lo trattiene. Allora l’empio sarà rivelato e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà con lo splendore della sua venuta (2Ts 2,3-8). E ancora l’Apostolo ne parla, in un’altra sua Epistola, lì dove ricorda che prima della fine, il Cristo avrà ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza. È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi (1Cor 15,24s). L’Apocalisse, d’altro canto, non fa che descrivere nel particolare questa battaglia escatologica che l’Agnello di Dio ingaggia contro i suoi nemici, i quali prendono forma nelle bestie sataniche e nei re di questo mondo ad esse sottomessi: Essi combatteranno contro l’Agnello, ma l’Agnello li vincerà, perché è il Signore dei signori e il Re dei re (Ap 17,14). Difatti, ecco che infine la bestia fu catturata e con essa il falso profeta … Ambedue furono gettati vivi nello stagno di fuoco, ardente di zolfo (Ap 19,20). Questa lotta – lo si comprenderà facilmente – non può che avvenire in questa nostra dimensione spazio-temporale, poiché noi, proprio in questi tempi d’angoscia, vediamo gli avversari di Cristo determinati a portare avanti – purtroppo con successo – la loro opera tesa al traviamento delle anime, imponendo un culto idolatrico, anticristico. Alla venuta di Cristo fa riferimento anche il capitolo finale del Vangelo di Giovanni, in quel passo dove Gesù, dopo aver conferito a Pietro il mandato di pascere il gregge, alla domanda di questi a proposito del destino del “discepolo amato”, risponde: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?» (Gv 21,22). Prima della venuta di Cristo, dunque, rimarrà il “discepolo amato” – e non semplicemente Giovanni, figlio di Zebedeo – che ai piedi della Croce prese con sé, tra le cose sue più intime[3] – εἰς τὰ ἴδια –, Maria, la madre del Signore: «Ecco la tua madre!» (Gv 19,26s).
Per comprendere questo mistero grande – la venuta intermedia del Cristo –, occorre dunque tornare sul Calvario, ai piedi della Croce. In quel contesto, quella solennità dell’affidamento, quel suo collocarsi al cuore stesso del dramma della croce, quella sobrietà ed essenzialità di parole che si direbbero proprie di una formula quasi sacramentale, fanno pensare che, al di sopra delle relazioni familiari, il fatto vada considerato nella prospettiva dell’opera della salvezza, dove la donna-Maria è stata impegnata col Figlio dell’uomo nella missione redentrice[4]. Sebbene questo ruolo della Vergine non sia stato ancora definito dogmaticamente, qui si vuole dimostrare che Ella, mettendo al mondo nel dolore il “nuovo figlio”, si sia guadagnata la corona di Corredentrice. Difatti, dopo aver compiuto il reciproco affidamento tra Madre e discepolo, l’Uomo-Dio morente sulla Croce fu consapevole che ormai tutto era compiuto (Gv 19,28). Era dunque indispensabile che quell’affidamento avvenisse, affinché il “tutto” della missione redentrice di Gesù fosse portato a conclusione, nella sua integrità. In mancanza di quelle parole, qualcosa di fondamentale sarebbe venuto a mancare alla completezza del progetto salvifico, contemplato dalle Sacre Scritture.
Il “discepolo amato” diveniva “figlio” della Donna, generato sotto la Croce, mentre la Madre soffriva l’ultimo strazio nel suo Cuore Immacolato, unito al Cuore del Figlio: sul Calvario il Cuore Immacolato di Maria, aperto dalla parola “Donna, ecco il tuo figlio”, si incontrò spiritualmente col Cuore del Figlio aperto dalla lancia del soldato[5]. Ci si potrebbe chiedere: cosa c’entra tutto ciò col mistero della “Parusia intermedia” del Cristo, oggetto della nostra dissertazione? Ebbene, per poterlo arrivare ad intendere, dobbiamo nuovamente fare riferimento all’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse, nel cui clima – abbiamone contezza – ci troviamo a vivere, proprio in questo nostro tempo dei “due Papi”: il capitolo 12° si apre con il signum magnum della Donna vestita di sole, l’Immacolata Genitrice di Dio secondo la natura umana, la quale è incinta e grida per le doglie e il travaglio del parto (Ap 12,2).
Certamente questo parto non può riferirsi alla venuta di Gesù nella carne a Betlemme di Giuda, poiché comprendiamo bene che l’Immacolata, immune da ogni macchia di peccato, sin dal primo istante del suo concepimento, non provò alcun dolore nel dare alla luce il Salvatore del mondo; né può ritenersi, come fa qualche esegeta, che si voglia alludere a una continua generazione del Cristo da parte della Chiesa, nella persecuzione, poiché alcuni passi la contraddicono, ed inoltre tutta la descrizione appare assai realistica e non riconducibile che a unico avvenimento ben preciso della storia umana. In questo passo apocalittico si parla dunque del “parto spirituale” di un “figlio spirituale” di Maria, la quale lo mette al mondo nel dolore. E dove, se non sotto la Croce, nel luogo in cui la Madre venne costituita, e quasi si direbbe “consacrata”, come Madre della Chiesa? Questo bambino (τέκνον), che solo in seguito viene denominato “figlio” (υἱός), è perseguitato sin dai primi anni di vita, si direbbe quasi forgiato nel dolore; eppure la sua incolumità è sempre preservata da attacchi che ne possano mettere in pericolo la vita, grazie alla protezione soprannaturale dell’arcangelo Michele, il Custos Ecclesiæ. Questo “figlio”, però, non è un figlio come gli altri, poiché egli viene descritto adoperando attributi messianici: destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro (Ap 12,5), rifacendosi al “Salmo regale” che racconta l’intronizzazione del re.

La Madre Addolorata, in vesti da Regina, offre in “sacrificio di riparazione”col suo Cuore Immacolato, segnato dai Sette Dolori, il “figlio spirituale”, nel quale è infine generato il Cristo
Chi è questo “figlio spirituale” della Donna? Qui si vuole dimostrare che si tratta in verità del “Vescovo vestito di Bianco” di cui parla la Visione messa per iscritto, nel gennaio 1944, dalla Suora portoghese Lúcia dos Santos, offerto dalla Madre della Chiesa – che è in un certo senso anche “Madre dell’Eucaristia”[6] –, in “sacrificio di riparazione”, col suo Immacolato Cuore: Cuore di Madre, che serbava i misteri e i dolori del Figlio suo Gesù (Lc 2,19.51), compresi in ordine alla Croce, lì dove il suo dolore e la sua fede si erano fusi nella sua anima; e pertanto questa offerta è segnata, in maniera indelebile, da quei misteri e quei dolori del Figlio, interamente rivissuti, in una prospettiva ecclesiale, dal nuovo “figlio” che Le è stato affidato sul Calvario, da Lei dato in oblazione proprio per riparare all’ “abominio devastante”, che vorrebbe negare la Crocifissione redentrice. Ed ecco allora le fiamme inviate dall’Angelo con la spada di fuco, che si spengono al contatto dello splendore emanato dalla Madre, mentre in una luce immensa che è Dio, viene veduto il “Vescovo vestito di Bianco”: il suo “figlio” partorito nel dolore.
Il Trionfo del Cuore Immacolato di Maria, come ho già detto altrove[7], non consiste che in questo: è il tempo nel quale la Madre farà la sua “offerta sacerdotale”, presentando il corpo del “figlio spirituale” – la Vittima – nel quale, quando, come a Cana di Galilea, il vino del Sacrificio eucaristico verrà a mancare, il Padre genererà il sangue, in cui è la salvezza, affinché sia possibile celebrare le Nozze di Lui con la sua Sposa (Ap 19,7); Egli è perciò anche il Sommo Sacerdote, “consacrato” direttamente dall’Altissimo, e il Pastore che si fa concretamente agnello: la “Parusia intermedia” oggetto del nostro discorso. Nel rifugio nel deserto, durante il tempo della persecuzione anticristica – che è il tempo nostro prossimo venturo –, la vera Chiesa si troverà al riparo, seppure ridotta ai minimi termini, e verrà nutrita per un tempo, due tempi e la metà di un tempo (Ap 12,14), vale a dire per i tre anni e mezzo, durante i quali la Messa cattolica sarà abolita, proprio grazie all’ “offerta sacerdotale” della Madre Immacolata. Mentre altrove è devastazione, mentre in ogni parte del mondo imperversa la persecuzione del drago contro il resto della discendenza della Donna (Ap 12,17), in questa porzione di Chiesa ci sarà un “figlio spirituale” di quella stessa Donna, che sacrificandosi in “riparazione”, consentirà la sopravvivenza del vero culto.
Difatti, noi abbiamo consapevolezza che la devozione al Cuore Immacolato di Maria e il Sacrificio eucaristico di “riparazione” sono i due assiomi fondamentali del messaggio consegnato ai tre pastorelli da Nostra Signora del Rosario di Fátima. Entrambi si fondono e si spiegano a vicenda proprio nella figura del “Vescovo vestito di Bianco”.
Del resto, la Scrittura ci illumina e ci sostiene: Se qualcuno commetterà un’infedeltà e peccherà per errore riguardo a cose consacrate al Signore, porterà al Signore, come sacrificio di riparazione, un ariete senza difetto, preso dal gregge (Lv 5,15). Questa è la prescrizione della Legge, nel caso d’infedeltà: portare al Signore, in “sacrificio di riparazione”, un ariete senza difetto – immacolato – preso dal gregge – la Chiesa. Eppure quest’uomo senza colpa (Dn 9,26), perseguitato e sofferente, nel testo apocalittico viene denominato “agnello” e non “ariete”. Questo perché Egli deve crescere (Gv 3,30): anch’Egli ha bisogno di lavare nel vino la sua veste (Gn 49,11), cioè il suo corpo, quello della Vittima, poiché esso si presenta ancora imperfetto, a cagione dell’accanimento demoniaco contro la sua carne passibile, che è stata immolata in empi riti (cfr Ap 5,9). Il “Dio con noi”, l’Emmanuele – dice Isaia – mangerà panna e miele finché non imparerà a rigettare il male e a scegliere il bene (Is 7,15). Eppure, benché solo “agnello”, che nella storia di tutti i popoli è l’animale sacrificale per eccellenza, Egli è pienamente consapevole che il Sacrificio eucaristico nel quale quotidianamente s’immolerà, in una maniera che si potrebbe velatamente rifare a quanto accadde per San Pio da Pietrelcina, sarà sempre celebrato come memoriale del Sacrificio del Golgota, che in Lui verrà perfezionato solamente alla fine della “salita del Monte”, ai piedi della grande Croce, lì dove Egli verrà trafitto (Ap 1,7) e dalle cui piaghe zampillerà quella sorgente purificatrice, di cui parla il profeta Zaccaria (Zc 12,10; 13,1): agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo (Gv 1,29); ecco che le parole del Battista ora si rivelano nel loro significato più compiuto.
È la “transustanziazione del mondo”, di cui ha parlato recentemente S.S. Benedetto XVI: «un mondo nel quale l’amore ha vinto la morte», proprio mediante quell’ “offerta sacerdotale “ della Donna di Nazareth, “Mater Ecclesiæ”. «Noi offriamo sempre il medesimo Agnello, e non oggi uno e domani un altro, ma sempre lo stesso. Per questa ragione il sacrificio è sempre uno solo. […] Anche ora noi offriamo quella vittima, che allora fu offerta e che mai si consumerà».[8] «In verità io vi dico che io non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio» (Mc 14,25, cfr Mt 26,29). In queste parole di Gesù, comprendiamo bene come il “regno di Dio” non possa che avere un antefatto proprio su questa terra, dove il “Vescovo vestito di Bianco”, vero Capo della Chiesa, consacrando, bevendo e dando da bere il proprio sangue, sigillo del Dio vivente (Ap 7,2), potrà condurre alle fonti delle acque della vita, coloro i quali andranno incontro alla “grande tribolazione” apocalittica (Ap 7,13-17). C’è ancora un’altra parola del Cristo, nella quale questa verità è meglio spiegata: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati» (Mc 10,39): calice e battesimo, ancora sangue e acqua; ma qui il battesimo, come ogni volta in cui il Cristo parla di se stesso, allude alla sua morte; e perciò esso consiste in un palingentico “battesimo di sangue” (Lc 12,50), quello descritto appunto nella Visione di Fátima.
Esattamente come nel Primo Esodo, in questa strada di salvezza che si aprirà tra le sofferenze dell’ultima tribolazione, il sangue dell’Agnello, che vince l’accusatore, il Satana (Ap 12,10), sarà necessario per affrontare e superare l’ultimo scatenamente del Male, che stravolgerà questo nostro mondo che passa, affinché si possa salire a un nuovo cielo e a una terra nuova (Ap 21,1). È la Pasqua finale, prefigurata da quella Israelitica, che pure fu un cammino di liberazione dal sangue all’acqua: dal sangue dell’agnello cosparso sugli stipiti delle case israelitiche, all’acqua del Mar Rosso (o del Giordano), che prefigura il battesimo cristiano. Contestualmente, sarà anche una strada lungo la quale il “Vescovo” – Colui che apre e chiude (Ap 3,7) – si farà datore di vera Misericordia Divina; un passaggio proprio dal sangue all’acqua, che non potrà che cominciare allorquando l’impostura in atto, riguardante una “falsa Misericordia”, avrà prodotto fino in fondo i suoi disastrosi risultati: l’ “abominio devastante”, che la Vergine del Rosario aveva chiaramente anticipato alla Cova da Iria il 13 luglio 1917: «varie nazioni saranno distrutte»[9]. «Scrivi questo: prima di venire come Giudice giusto, vengo come Re di Misericordia. Prima che giunga il giorno della giustizia, sarà dato agli uomini questo segno in cielo: si spegnerà ogni luce in cielo e ci sarà una grande oscurità su tutta la terra. Allora apparirà in cielo il segno della Croce e dai fori, dove furono inchiodati i piedi e le mani del Salvatore, usciranno grandi luci che per qualche tempo illumineranno la terra. Ciò avverrà poco tempo prima dell’ultimo giorno». O Sangue e Acqua, che scaturisci dal Cuore di Gesù, come sorgente di Misericordia per noi, confido in Te.[10] Parole messe per iscritto dalla Suora polacca Faustyna Kowalska, canonizzata dalla Chiesa, nelle quali è esplicitamente predetta la “Parusia intermedia” della quale stiamo parlando: il Cristo che si manifesta come “Re di Misericordia”, prima di venire come “Giudice”. «Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi» (Gv 14,3). Sopra il Monte, sotto la grande Croce veduta dai tre piccoli veggenti portoghesi, l’Agnello di Dio, ripresa la sua immacolatezza che na fa la Vittima pura, e portando liberamente agli estremi esiti la sua immolazione, si rivela fino in fondo nostra Pasqua (1Cor 5,7), e in Lui, il “figlio spirituale” di Maria, è generato perfettamente il Cristo: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?». Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero, e per lui tutte le tribù della terra si batteranno il petto. Sì, Amen! (Ap 1,7)
*****
[1] A. GREGORI, La Venuta Intermedia di Gesù, Terni 1993, p. 8; è riportato il breve colloquio del teologo p. Martino Penasa col card. Joseph Ratzinger. [2] «Conosciamo una triplice venuta del Signore. Una venuta occulta si colloca infatti tra le altre due che sono manifeste. Nella prima il Verbo fu visto sulla terra e si intrattenne con gli uomini, quando, come egli stesso afferma, lo videro e lo odiarono. Nell’ultima venuta “ogni uomo vedrà la salvezza di Dio” (Lc 3,6) e vedranno colui che trafissero (cfr. Gv 19,37). Occulta è invece la venuta intermedia, in cui solo gli eletti lo vedono entro se stessi, e le loro anime ne sono salvate. Nella prima venuta dunque egli venne nella debolezza della carne, in questa intermedia viene nella potenza dello Spirito, nell’ultima verrà nella maestà della gloria. Quindi questa venuta intermedia è, per così dire, una via che unisce la prima all’ultima» (S. BERNARDO DA CHIARAVALLE, Disc. 5 sull’Avvento, 1-3; Opera omnia, Ed. cisterc. 4 [1966], pp. 188-190). È significativo il fatto che all’argomento “Parusia”, il Catechismo della Chiesa Cattolica non dedichi che pochi accenni, neppure espressi in modo chiaro e univoco, proprio perché la questione è ancora dibattuta né si è mai tentato di definire dogmaticamente in che modo il Cristo sarebbe ritornato, tanto è vero che si è parlato esplicitamente di “vuoto dogmatico”. [3] Come è noto, nel testo greco l’espressione “εἰς τὰ ἴδια” va oltre il limite di un’accoglienza di Maria da parte del discepolo nel senso del solo alloggio materiale e dell’ospitalità presso la sua casa, designando piuttosto una comunione di vita che si stabilisce tra i due in forza delle parole del Cristo morente: cf S. Agostino, In loan. Evang. tract. 119, 3: «Egli la prese con sé non nei suoi poderi, perché non possedeva nulla di proprio, ma tra i suoi doveri, ai quali attendeva con dedizione» (GIOVANNI PAOLO II, Lett. encicl. Redemptoris Mater, 45, nt. 130 [25 marzo 1987]). [4] GIOVANNI PAOLO II, Udienza generale (Mercoledì, 23 novembre 1988). [5] GIOVANNI PAOLO II, Omelia durante la Santa Messa celebrata nel Santuario di Fátima (13 maggio 1982). [6] È intuitivo comprendere che, come Genitrice del Dio-Uomo, secondo la carne, Maria non possa che essere anche Madre del pane di vita che è appunto l’Eucaristia, tanto che si è arrivata a definirLa “Madre dell’Eucaristia”. «Il rapporto di Maria con l’Eucaristia si può indirettamente delineare a partire dal suo atteggiamento interiore. Maria è donna “eucaristica” con l’intera sua vita. La Chiesa, guardando a Maria come a suo modello, è chiamata ad imitarla anche nel suo rapporto con questo Mistero santissimo» (GIOVANNI PAOLO II, Lett. encicl. Ecclesia de Eucharistia, 53 [17 aprile 2003]). [7] Nota Il Trionfo del Cuore Immacolato di Maria si comprende sul Golgota (18 gennaio 2016):
https://www.facebook.com/notes/giov… [8] S. GIOVANNI CRISOSTOMO, Omelie sulla Lettera agli Ebrei 17,3 : PG 63,131. [9] LÚCIA DOS SANTOS, Memorie di suor Lucia, I, Fátima 20058, pp. 173-174 (Quarta Memoria, 8 dicembre 1941). [10] S. MARIA FAUSTINA KOWALSKA, Diario. La Misericordia divina nella mia anima, Città del Vaticano 2007, 11ª ed., n. 83, p. 101.
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UN CASO DI SCUOLA NELLA CREAZIONE DI NOTIZIE FALSE

Paul Craig Roberts ricostruisce sul suo blog Institute for Political Economy l’azione di supporto alla propaganda della CIA svolta dai media negli Usa, concentrandosi sul recente caso delle accuse alla Russia di avere interferito nelle elezioni americane attraverso azioni di hacking. Nella totale mancanza di prove, diventa essenziale il sostegno dei media, che diffondono e rendono credibili le notizie false lanciate dalle agenzie di intelligence: come gli esempi concreti portati dall’autore dimostrano con evidenza in questo caso.

di Paul Craig Roberts, 6 gennaio 2017

Per molte settimane abbiamo assistito allo straordinario attacco contro l’elezione di Donald Trump da parte della CIA e di chi la supporta al Congresso e nei media. In uno sforzo senza precedenti volto a delegittimare l’elezione di Trump come prodotto di un’interferenza russa nelle elezioni americane, la CIA, i media, nonché deputati e senatori hanno tutti all’unisono lanciato accuse spericolate, senza mai portare prove. Il messaggio della CIA a Trump è chiaro: stai in linea con il nostro programma, o ti mettiamo nei guai.

È chiaro che la CIA è in guerra contro Trump. Ma chi sostiene la CIA nei media ha rivoltato la frittata e accusa Trump di avere una visione negativa della CIA.

Prendiamo in considerazione l’articolo di Damian Paletta e Julian E. Barnes sul Wall Street Journal del 4 gennaio, che inizia così: “Il presidente eletto Donald Trump, critico severo delle agenzie di intelligence degli Stati Uniti. . . ” I due “presstitutes” impostano la loro notizia falsa capovolgendo la situazione. Sarebbe Trump a essere il severo critico, e non la vittima, delle violente accuse della CIA. Una volta impostata in questo modo, la storia continua:

I funzionari della Casa Bianca sono sempre più frustrati dagli scontri di Trump con i funzionari dell’intelligence. ‘È spaventoso’, ha detto un funzionario. ‘Nessun presidente ha mai attaccato la CIA venendone fuori bene.’

Ora che la storia è che Trump sta sfidando la CIA e non che la CIA sta sfidando Trump, si può costruire l’accusa contro Trump.

Gli analisti, abituati alla maggiore coesione con la Casa Bianca, sono “scossi” dallo scetticismo di Trump sulla valutazione della CIA secondo la quale la sua elezione è dovuta a Putin. Secondo loro Trump dovrebbe rispondere alle accuse dicendo: ok, non sono legittimato. Ecco qui, restituisco la presidenza.

Assange di WikiLeaks ha dichiarato in modo inequivocabile che non c’è stato nessun hacking. L’informazione è arrivata a WikiLeaks grazie a una fuga di notizie, il che suggerisce che provenisse dall’interno del Comitato Nazionale Democratico. La posizione di Trump, secondo un funzionario non identificato, va vista così: “Per me è piuttosto orribile che lui si schieri dalla parte di Assange contro le agenzie di intelligence.” Chiaro: secondo lui Trump dovrebbe schierarsi con la CIA, che sta cercando di distruggerlo.

Ma la CIA, non si è data la zappa sui piedi? Come può l’agenzia controllare la politica manipolando le informazioni che fornisce al presidente, se il presidente non si fida più dell’agenzia?

Beh, ci sono i media, che possono essere utilizzati per controllare il racconto dei fatti e mettere alle strette il Presidente. Nel suo libro appena pubblicato, The CIA As Organized Crime (La CIA come criminalità organizzata, ndt), Douglas Valentine riferisce che dai primi anni ’50 il successo dell’operazione Mockingbird della CIA le ha direttamente consegnato nelle mani molti rispettati dipendenti del New York Times, di Newsweek, della CBS e di altre agenzie di comunicazione, oltre a molti collaboratori freelance, per un totale tra quattrocento e seicento risorse umane nei media. Ma non solo.

La CIA ha istituito una rete di intelligence strategica fatta di giornali e case editrici, così come di organizzazioni studentesche e culturali, e li ha usati come organizzazioni di copertura per le operazioni segrete, incluse operazioni di guerra politica e psicologica contro cittadini americani. In altre nazioni, il programma puntava a quella che Cord Meyer ha chiamato la “sinistra compatibile”, che in America si traduce in progressisti e persone in cerca di uno status pseudo-intellettuale, che sono facilmente influenzabili.

“Tutto questo continua, benché sia stato portato alla luce sin dalla fine degli anni ’60. Il progresso tecnologico, tra cui Internet, ha diffuso la rete in tutto il mondo, e molte persone non si rendono nemmeno conto che ne fanno parte, e che stanno supportando la linea della CIA. Dicono ‘Assad è un macellaio‘, o ‘Putin uccide i giornalisti‘ o ‘La Cina è repressiva‘. Non hanno idea di quello di cui stanno parlando, ma vomitano tutta la propaganda”.

E c’è Udo Ulfkotte, che attingendo alla sua esperienza come redattore della Frankfurter Allgemeine Zeitung ha scritto un libro in cui si riferisce che la CIA ha le mani addosso a ogni giornalista di rilievo in Europa.

Alcuni di quelli che difendono la verità sperano che il ridursi dell’influenza della stampa e della televisione controllate dalla CIA indebolisca la capacità dello “Stato profondo” di controllare la narrazione. Tuttavia, la CIA, il Dipartimento di Stato, e a quanto pare anche il Pentagono, già operano nei social media, e usano troll nelle sezioni dei commenti per screditare chi dice la verità.

I giornalisti del New York Times si sono rivelati uno strumento completamente in mano alla CIA, avallando ogni assurda accusa sull’hacking da parte dei russi nonostante la totale assenza di qualsiasi prova e addirittura di qualsiasi prova di hacking, e accusando Trump perché non credeva alle accuse infondate delle agenzie di intelligence degli Stati Uniti. Di fronte agli sforzi di John Brennan e James Clapper per delegittimare la presidenza di Donald Trump, il NYTimes chiede: “Che ragione plausibile potrebbe avere Donald Trump per cercare con tanta tenacia di screditare le agenzie di intelligence americane e la loro scoperta che la Russia ha interferito nelle elezioni presidenziali?

Questa domanda produce un’altra domanda del suo stesso genere: “Che motivo plausibile potrebbe avere il NYTimes per cercare con tanta tenacia di screditare la presidenza di Donald Trump, sulla base di infondate accuse in libertà?

La notizia falsa sta proliferando. Oggi (6 gennaio) la Reuters riferisce: “La CIA ha individuato alcuni funzionari russi che fornivano a WikiLeaks materiale hackerato dal Comitato Nazionale Democratico e da leader del partito sotto la direzione del presidente russo Vladimir Putin attraverso terzi, secondo un nuovo rapporto del servizio di intelligence degli Stati Uniti, ha dichiarato giovedì un alto funzionario (senza nome) degli Stati Uniti.

Forse ciò che la Reuters intendeva dire, ma non ha detto, è questo: “I funzionari che hanno parlato a condizione di restare anonimi hanno affermato che la CIA ha individuato i funzionari russi che hanno passato le email hackerate a WikiLeaks, ma il funzionario non ha detto a Reuters quali siano questi funzionari russi né in che modo li hanno identificati “.

In altre parole, la notizia di Reuters è solo un’altra storia inventata dalla CIA – un favore fatto da uno dei supporti della CIA nei media. Come Udo Ulfkotte ci ha spiegato, è così che funziona.

Successivamente Reuters ci informa che la relazione è Top Secret, il che, naturalmente, significa che non vedremo mai alcuna prova a supporto delle accuse della CIA. L’idea è che dobbiamo avere fiducia nel fatto che la CIA è sì in possesso di queste informazioni, ma non può darcele. La Reuters lo riporta senza vederci nulla di strano. Un altro favore da un supporto nei media.

Secondo il servizievole resoconto di Reuters, il materiale hackerato era arrivato a WikiLeaks dai servizi segreti militari russi, attraverso “un percorso tortuoso”, in modo che Assange non conoscesse l’origine del materiale e quindi potesse dire che non gli era stato dato da una agenzia di stato.

Che cosa potrebbe esserci in ballo? Vengono in mente diverse cose. Forse c’è un tentativo di costringere Assange a rivelare la sua fonte (che potrebbe essere quel membro dello staff del Comitato Nazionale Democratico che è stato misteriosamente ucciso per strada), il che sarebbe un modo sicuro per mettere fuori gioco WikiLeaks. WikiLeaks non ha mai rivelato una fonte. Una volta che lo facesse, nessuna fuga di notizie raggiungerebbe più WikiLeaks.

Un’altra possibilità è che insistendo nel lanciare accuse in libertà e senza prove sul fatto che Trump è stato eletto da Putin, la CIA stia chiarendo a Trump che stanno facendo sul serio. Trump è un uomo forte, ma non stupitevi se esce da un colloquio con la CIA accettando la loro storia, visto che potrebbe essere stato condotto a capire che l’alternativa ad arrendersi alla CIA potrebbe essere la morte.

http://vocidallestero.it/2017/01/11/un-caso-di-scuola-nella-creazione-di-notizie-false/

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