FLASSBECK: USA, CINA, GERMANIA E LA PROSSIMA GUERRA VALUTARIA

In un recente approfondimento apparso su Makroskop, Heiner Flassbeck analizza le attuali dinamiche economiche tra Usa, Cina e Germania. Per l’economista tedesco si prospetta il rischio di una vera e propria guerra valutaria, con gli Stati Uniti del neo-eletto Donald Trump che si apprestano ad agire sulle leve monetarie per uscire da una situazione di deficit commerciale nei confronti di Cina e Germania.
Un’analisi che non fa che confermare come la presidenza Trump si faccia portavoce degli interessi dell’impresa statunitense, che necessita di una moneta debole, in aperto contrasto con la precedente amministrazione Obama, orientata invece a proteggere gli interessi della finanza.

di Heiner Flassbeck, 12 Gennaio 2016

Traduzione di Stefano Solaro

Donald Trump fa paura a molti. Al momento a essere spaventata è la Cina, in quanto il presidente neoeletto minaccia di imporre dazi sulle importazioni provenienti dal paese asiatico, colpevole di aver sfruttato unilateralmente gli scambi commerciali con gli Stati Uniti.

Molti si domandano se Trump può davvero permettersi di scatenare una guerra commerciale con la Cina, considerato che si tratta del più importante importatore e, dopo il Giappone, del più importante creditore dell’economia americana, che, come è noto, soffre di un forte deficit commerciale.

La Germania dovrebbe fare molta attenzione al comportamento di Trump nei confronti della Cina. In questa partita internazionale anche il paese tedesco – il membro del G20 con il più grande il surplus commerciale (il 9% del PIL) – ha molto da perdere.

Gli Stati Uniti sono il partner commerciale con il deficit più grande nei confronti della Germania (60 miliardi di Euro). Presto o tardi Trump finirà per accorgersene. È probabile che succeda proprio quando il suo ministro delle Finanze gli presenterà il Currency Report annuale, nel quale vengono elencati, dal punto di vista americano, i più grandi peccatori in materia di commercio internazionale.

Cosa può fare quindi il presidente americano nei confronti dei paesi in surplus?

L’impressione diffusa in Europa è che una guerra commerciale finirebbe per danneggiare anche gli Stati Uniti. Questa considerazione in realtà è fin troppo semplicistica.
Prima di tutto non si può definire guerra economica il tentativo di riportare all’ordine i paesi in surplus. Secondo l’Organizzazione mondiale del commercio è del tutto lecito utilizzare i propri mercati nazionali per contrastare e sanzionare i Paesi in eccedenza commerciale.

In Germania e in Cina ci si dimentica poi di un ulteriore aspetto: chi accumula costante surplus danneggia a tutti gli effetti i paesi in deficit, inondandoli con i suoi prodotti ed esportando disoccupazione. Inoltre, l’incremento del benessere nel commercio estero non viene equamente distribuito tra i paesi in disavanzo e in avanzo. Il Paese in surplus vince sempre, quello in deficit non può che perdere. Ciò contraddice l’idea stessa di libero scambio e la speranza che a trarne vantaggio possano essere tutti in egual misura.

Anche la questione dell’elevato credito finanziario cinese nei confronti degli Stati Uniti non è così semplice. In linea di principio i paesi in surplus accumulano crediti sempre crescenti verso i paesi in deficit, in quanto una parte dei prodotti trasferiti sono venduti proprio sotto forma di credito dalle nazioni in avanzo. In Cina, inoltre, la banca centrale ha provato a impedire per molti anni un apprezzamento della valuta cinese nei confronti del dollaro, facendo sì che lo stesso dollaro guadagnasse sul mercato valutario internazionale. Questi dollari sono stati poi scambiati principalmente con titoli del tesoro USA. Ora questa dinamica sta venendo al termine, in quanto la banca centrale cinese sta cercando di bloccare il deprezzamento della sua valuta vendendo dollari e riacquistando la propria moneta.

Gli Stati Uniti godono della posizione privilegiata di poter contare su un mercato dei capitali molto forte, sul quale questi processi hanno poca influenza. Se la banca centrale cinese dovesse vendere le obbligazioni statunitensi qualcun’altro le comprerà. Che in quest’ottica il cambio possa apprezzarsi o deprezzarsi non fa davvero differenza. D’altra parte gli Stati Uniti sono in una posizione favorevole perché quasi la totalità dei crediti esteri sono denominati in dollari USA che, come è noto, è la moneta creata dalla banca centrale americana.

Elevati crediti esteri possono quindi essere ridotti solo nel caso il valore del dollaro scenda rispetto ad altre valute. Anche questo tipo di operazione non è particolarmente difficile per il presidente americano. Deve solo lasciare che il proprio ministro delle finanze dica che gli Stati Uniti non hanno alcun interesse in un dollaro forte e la moneta automaticamente si deprezzerà, perché i mercati si aspettano che il presidente degli Stati Uniti faccia seguire delle azioni alle sue parole.

Un dollaro debole significa che le importazioni dall’estero saranno più costose e quindi verranno acquistate in minor misura, ma vuol dire anche che i crediti americani avranno minor valore per i loro depositari stranieri, in quanto gli Stati Uniti forniscono sempre e solo dollari in cambio delle merci.

Se quindi ci saranno conflitti tra Cina e Germania con gli States, si tratterà di una guerra valutaria prima ancora che commerciale. Solo se vedranno che la guerra monetaria non porta i risultati sperati, allora gli Stati Uniti faranno ricorso agli strumenti legali previsti dall’Organizzazione mondiale del commercio per scongiurare le importazioni. È meglio non farsi illusioni: le nazioni in surplus sono comunque dalla parte del torto.

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LA RUSSOFOBIA E L’ODIO VERSO PUTIN: I CANI ABBAIANO

DI GUILLAME FAYE
J’ai tout compris

In effetti “i cani abbaiano, la carovana passa”, ovvero Mosca non si lascia impressionare. La maggior parte dei media occidentali ha descritto l’intervento russo in Siria come un’operazione criminale e imperialista. Rientra nella logica strategica della demonizzazione di Putin; l’obiettivo è ostacolare il ritorno della Russia come potenza internazionale. Inventare una minaccia russa, ripetere che la Russia sia una dittatura, sostenere che la Crimea sia stata annessa e l’Ucraina aggredita – pretesto per le sanzioni occidentali, totalmente controproducenti – tutto questo fa parte di una politica pensata a partire dal 2011 per rilanciare la guerra fredda ma anche per contrastare il ”cattivo esempio” ideologico che offre la Russia di Putin: patriottismo, restaurazione dei valori tradizionali, rifiuto dell’ideologia social-liberista, populismo, difesa dell’identità nazionale, ecc. La nuova Russia incarna tutto ciò che le classi dirigenti occidentali, oligarchie lontane dai propri popoli, detestano.

 

L’intervento russo in Siria: menzogne e verità

La ripresa di Aleppo da parte delle truppe e degli alleati sciiti di Assad, aiutati in maniera decisiva dall’aviazione e dai comandi russi, ha prodotto accuse di «crimini di guerra» verso i civili; Vladimir Putin è stato accusato di esserne il primo responsabile, in quanto primo sostenitore d’Assad. Quest’ultimo non è certo il suo bambino del coro ma non è peggio degli altri grandi amici di un Occidente che per esempio chiude gli occhi sui massacri che commette l’Arabia nello Yemen. I media occidentali hanno ingigantito le angherie di Assad e taciuto fatti imbarazzanti.

La propaganda antirussa ha nascosto che i massacri di civili, donne e bambini, commessi ad Aleppo, non siano avvenuti a causa delle truppe d’Assad e dei suoi alleati o dall’aviazione russa, bensì a causa dei colpi d’artiglieria dei “gentili ribelli”, che sono in realtà degli islamici fanatici, armati dagli americani, dai sauditi e dalle monarchie del Golfo. Gli assassini non sono quelli che si crede.

La Russia è messa alla gogna, mentre tutti sanno che ogni operazione militare aerea – compresa quella che conduce la Francia sotto la supervisione del sovrano americano – presenta dei danni collaterali. Non si sono mai accusati di «crimini di guerra» i dirigenti americani, benché, nel corso degli ultimi settant’anni, gli Usa, in nome della «guerra giusta», abbiano commesso il più grande numero di massacri di civili e distruzione di tutta la storia. Gli ultimi in ordine di tempo in Serbia e Iraq.

In questo affare, gli Stati Uniti, e il governo francese che gli obbedisce, prendono oggettivamente le parti dell’islamismo sunnita terrorista, che dovrebbe essere il nemico principale. Lo è a parole – dalla bocca di Le Drian – ma non nei fatti. Ivan Rioufol sottolinea giustamente e coraggiosamente: «la minaccia che il totalitarismo islamico fa correre alle democrazie merita una risposta che tarda ad arrivare. Al contrario: i “ribelli” islamisti di Aleppo est (Siria), sostenuti da Al qaeda, lo sono anche dagli Stati Uniti e dalla Francia, che si dicono rattristati per la loro sconfitta. Questa incoerenza ha innalzato Vladimir Putin, protettore dei cristiani d’Oriente bersagliati dagli jihadisti, al rango di leader rispettabile» (Le Figaro, 16/12/2016).

Quanto all’ASL [Armée syrienne libre (Esercito siriano libero)] che combatte Assad, finanziato dall’Occidente, si tratta di truppe troppo losche, troppo vicine al terrorismo islamico, capaci di cambiare campo come la camicia. Volendo mantenere (per il momento…) Assad e gli alawiti al potere in Siria, la Russia gioca la carta della stabilità.

Se i russi non fossero intervenuti per impedire la caduta di Assad, la Siria sarebbe un inferno islamista. Assad sarebbe stato rimpiazzato da Daesh e si sarebbe insediato il caos fondamentalista. Con tutte le conseguenze che ne sarebbero derivate in Occidente.

Provocazioni occidentali contro la nuova Russia

Sono stati gli interventi americani in Iraq che hanno destabilizzato il Medio Oriente e favorito l’islamismo. È dalla caduta di Saddam Hussein che i cristiani d’Oriente sono perseguitati. L’Occidente, suicida, ha acceso il fuoco, là dove la Russia tenta di spegnerlo. A questo proposito, occorre ricordare la genesi della nuova guerra fredda (voluta) tra i governi europei e il loro sovrano d’oltreoceano e la Russia di Putin.

Dopo la caduta dell’URSS nel 1991, la Russia, diretta dal debole Eltsin, in perdita di potenza, è stata dominata dagli Stati Uniti che cercavano di neutralizzarla e di renderla loro vassalla. Il risveglio russo, operato grazie a Putin, non è stato accettato dai dirigenti occidentali. Si è dunque inventata la “minaccia russa”. La strategia scelta, elaborata dalla Cia e dai pianificatori della NATO – americani ed europei obbedienti – fu quella della provocazione. Con due bersagli: la Georgia e l’Ucraina. Promettendo ai due paesi, contrariamente agli impegni presi con i russi in pieno sbando dopo la dissoluzione dell’URSS, di integrarli nell’Unione europea e nella NATO, pur sapendo che le due ipotesi fossero assurde economicamente e strategicamente.

L’obiettivo della provocazione occidentale era solamente rivolta ad ottenere una reazione violenta della Russia, al fine di ottenere i presupposti per un conflitto. Ma questa strategia ha fallito non solamente a causa della mollezza e dell’indecisione del presidente Obama che doveva dirigere una decisione presa da altri e non da lui, ma anche perché il governo di Putin, contrariamente a quello di Eltsin, ha deciso di non lasciarsi impressionare e di non cedere.

Trump e la Russia: promesse e contraddizioni

Salvo imprevisti, quando Donald Trump assumerà le sue funzioni alla fine del gennaio 2017, romperà con questa politica subdolamente pro-islamista, anti-israeliana e russofoba dell’amministrazione Obama. Ma bisogna soprattutto pregare che, seguendo il suo programma rivoluzionario in politica estera, osi una convergenza Usa-Russia, rompendo completamente con la politica che gli Stati Uniti conducono dal 1945. Se Donald Trump mantiene la parola e resiste alle forti influenze che vogliono flettere la sua politica, questo avvicinamento alla Russia provocherà un grande cambiamento nella geopolitica mondiale. Assai ostile a Pechino, il nuovo presidente americano, se sarà ben consigliato –lui non brilla certo per la sua sottigliezza – potrebbe provocare un terremoto: un’alleanza Washington–Mosca (Trump–Putin) comporterebbe una ridistribuzione mondiale di tutte le carte. E, naturalmente, la fine dell’atlantismo. Le caste politiche e mediatiche europee saranno destabilizzate, non sapendo a quale santo votarsi. Un asse America-Europa-Russia che supererà i piccoli calcoli dei dirigenti europei completamente sopraffatti. L’Europa è l’anello debole. Le promesse di Trump – come ho già detto in questo blog – sono talmente rivoluzionarie che ci si domanda se siano serie e se potranno essere mantenute.

Il vero problema contro il quale si scontrerà Trump dopo il suo insediamento del 20 gennaio è di dover conciliare la sua volontà di riavvicinarsi alla Russia con il fatto che quest’ultima sia vicina all’Iran: cooperazione nella guerra in Siria, fornitura d’armi, etc. In breve, relazioni rosee. Perché Trump, proprio come il governo israeliano, vuole rompere con la politica di Obama favorevole a Teheran e denunciare l’accordo sul nucleare. Questa contraddizione – allearsi con l’amico di un nemico – sarà molto difficile da gestire.

Vladimir Putin ha recentemente dichiarato, volendo riportare la Russia tra le grandi potenze: «Noi dobbiamo rinforzare il potenziale militare delle nostre risorse nucleari strategiche, in particolare con l’installazione dei missili che possono penetrare tutti i sistemi di difesa antimissilistica esistenti e futuri». Allusioni allo “scudo antimissile” installato dagli americani in Europa centrale … Può essere che Putin abbia voluto rispondere al suo imprevisto «amico», il futuro presidente Trump, che aveva fatto sapere, qualche giorno prima, prendendo in contropiede le posizioni di Obama: «Gli Stati Uniti devono rafforzare considerevolmente ed estendere le loro capacità nucleari, aspettando il momento in cui il mondo diventerà ragionevole». Avrebbe confidato a Mika Brzezinski del canale MSNBC: «Che ci sia una corsa agli armamenti! Noi li supereremo ogni volta e gli sopravviveremo». Insomma è tutto poco chiaro.

Il disonore del governo francese

I media e il governo francese considerano Putin un orribile autocrate. Rifiutando di riceverlo all’inaugurazione della cattedrale ortodossa di Parigi, Hollande ha commesso un grave errore diplomatico, obbedendo probabilmente a un ordine venuto d’oltreoceano. Il presidente francese non ha umiliato Putin o la Russia, bensì la Francia e la sua indipendenza.

Ma, nello stesso tempo, Ségolène Royal, ministro rappresentante dello Stato, alle esequie di Fidel Castro, ha elogiato pubblicamente questo tiranno assassino, piccolo Stalin tropicale. Dunque Putin è infrequentabile per lo Stato francese, ma non il criminale Castro.

Il record di gaffe detenuto dalla signora Royal non è in discussione: ogni settimana ne commette una e su un qualsiasi argomento. Ciò che è in causa, è che la Francia, i governi europei e la UE, che demonizzano il Cremlino, intrattengano strette relazioni (interessi finanziari e corruzione) con le monarchie del Golfo assolutiste e tiranniche, chiudendo gli occhi sui loro abusi: specialmente l’Arabia sauduta e il Qatar. L’adorazione dei “diritti dell’uomo” è un culto a geometria variabile.

Ambiguità e ritirate di François Fillon

François Fillon, che aspira alla presidenza, già comincia a smarcarsi da Putin, dopo aver assunto una posizione prorussa chiedendo la sospensione delle sanzioni e la ripresa del dialogo con Mosca. È stato molto imbarazzante il fatto che il presidente russo ne abbia tessuto le lodi. Putin aveva definito Fillon «un grande professionista che si distingue dagli altri uomini politici del pianeta». François Fillon aveva preso le parti della Russia riconoscendo che è il parlamento ucraino che si rifiuta di votare l’accordo sull’autonomia delle regioni orientali russofone dell’Ucraina. Ma ha fatto marcia indietro molto rapidamente. Un’abitudine per colui che si autodefinisce un “pilota da corsa”.

Il suo portavoce e consigliere, Jérôme Chartier, ha creduto bene precisare il 18 dicembre: «Loro si conoscono e si rispettano ma non sono amici ». Essere l’ “amico” di Putin è infamante. Se Fillon sarà eletto, si può scommettere che troverà un pretesto per cambiare opinione e non chiedere la revoca delle sanzioni della UE contro la Russia.

Il vincitore delle primarie ha fatto questa umiliante dichiarazione di alleanza verso Washington, impregnata di russofobia di bassa gamma: «l’interesse della Francia non è quello di cambiare alleanza scegliendo la Russia invece degli Stati Uniti […] Noi siamo alleati degli Stati Uniti, noi condividiamo con gli Stati Uniti dei valori fondamentali che non condividiamo con i russi, noi abbiamo un’alleanza difensiva con gli Stati Uniti, che non metteremo in discussione» (dibattito televisivo del 24 novembre contro Alain Juppé). Che sottomissione … Contestualmente, lo pseudo pilota da corsa parla di «ricucire il legame con la Russia e aggregarla all’Europa». Giudica «assurda» la politica di Hollande che «porta Mosca a indurirsi, isolarsi, e a cedere al nazionalismo». Afferma che la Russia, potenza nucleare, è «un paese pericoloso se lo si tratta come lo abbiamo trattato negli ultimi cinque anni». Discorsi contraddittori nei quali si cambia parere come si cambiano le camice senza che venga assunta una vera posizione.

Vittoria geostrategica della Russia

Il 20 dicembre, riuniti a Mosca, i ministri degli affari esteri e della difesa russi, iraniani e turchi hanno dichiarato congiuntamente che «la lotta contro il terrorismo» era il loro obiettivo e non la destituzione del regime di Assad. È un’umiliazione per gli Stati Uniti e l’Unione europea, esclusi dalla riunione di Mosca, per i quali l’allontanamento di Assad rappresenta un requisito preliminare. La vittoria del Cremlino è totale perché ha convinto la Turchia della necessità di non eliminare Assad. Solo Putin deciderà della sua sorte. Sergej Šojgu, ministro della difesa russo, ha dichiarato che gli Occidentali hanno sbagliato tutto, avendo totalmente fallito in Medio Oriente e «non avendo alcuna influenza sul campo».

La vittoria della strategia di Putin in Siria e in Medio Oriente fa arrabbiare gli Occidentali, tanto più che la Russia, in questo modo, è riuscita a ritornare una potenza internazionale riconosciuta da tutti i paesi del mondo. «I russi si sostituiscono agli americani come grande potenza di riferimento nella regione», nota Renaud Girard parlando del Medio Oriente (Le Figaro, 20/12/2016).

Le relazioni “amichevoli ” tra la Russia e la Turchia sono artificiose e calcolate. La due potenze sono rivali da secoli, i sultani contro gli zar. Il Cremlino gioca una carta machiavellica in faccia alla Turchia del neosultano Erdogan che vorrebbe resuscitare la potenza ottomana. La Russia si è riconciliata con la Turchia malgrado l’abbattimento dell’aereo russo. E l’assassinio di Andrei Karlov, ambasciatore ad Ankara, il 19 dicembre, ha forse cause troppo losche e tortuose, perché il governo turco, forse coinvolto, possa fare pressioni sulla Russia. È possibile che si sia trattato semplicemente di una negligenza del potere turco che non ha saputo individuare il poliziotto assassino. Inoltre la Russia ha potuto aggregare alla sua strategia un paese pilastro della NATO, la Turchia. Ciò infligge un duro colpo alla politica mondiale americana. Il Cremlino ha strappato a Washington uno dei suoi alleati, pardon, vassalli.

Ma intendiamoci, il Cremlino non ha commesso l’errore di cedere, come l’UE, al ricatto dei turchi per ammettere sul suo territorio centinaia di migliaia di rifugiati!

Per il sistema la minaccia russa è innazitutto ideologica

La Russia di Putin è diventata il nemico (assai più della Russia sovietica!) perchè è lei che restaura e incarna i valori e i principi del patriottismo, del radicamento e delle tradizioni, vituperati dall’ideologia dominante occidentale. Putin è detestato perché sembra volersi ispirare allo zar Alessandro III, che si appoggiava alla Chiesa ortodossa e al populismo (ovvero allo spirito del popolo) e praticava l’autorità sovrana. Le oligarchie occidentali sono ossessionate dalla democrazia diretta o «cesarismo», o ancora «populismo» – del quale il bonapartismo e il vero gaullismo furono delle declinazioni – che minaccia il loro potere.

Dunque la russofobia delle caste politiche dirigenti e dei media occidentali è dovuta a ragioni ideologiche e non alla fantomatica minaccia militare – totalmente inventata – da parte della Russia. Ciò che temono è che l’esempio del regime russo attuale, i valori che lui difende possano influenzare le opinioni pubbliche occidentali, rese stanche dal declino, e i pericolosi partiti “populisti”. Il FN e altri abominevoli partiti di “estrema destra” non sono pro Russia? Paradosso supremo: come per il vecchio potere sovietico, l’esempio del capitalismo occidentale del “mondo libero” rappresentava un pericolo, allo stesso modo, per i poteri occidentali attuali, l’esempio del patriottismo e dell’ideologia identitaria della Russia di Putin costituisce un grave pericolo capace d’influenzare e di incoraggiare gli odiati movimenti “populisti”.

Putin disturba perchè difende l’ideologia patriota che è detestata dalla superclasse mediatica, politica, “intellettuale” e culturale occidentale, idolatra del cosmopolitismo. Putin e il governo russo non sono bersaglio delle oligarchie perché rappresentano un regime tirannico o perché potrebbero scatenare un’offensiva militare contro i loro vicini. Nessuno crede a questa ipotesi suicida, neppure la stessa NATO che diffonde questa propaganda. È ancora meno credibile dell’attacco dell’URSS in Occidente, minaccia agitata al tempo di Breznev. Putin tenta di restaurare la dimensione spirituale della sovranità, ereditata dall’era zarista, associata all’ortodossia religiosa e a un forte potere patriottico. Attraverso il richiamo alle grandi figure storiche russe, come il principe Vladimir, l’equivalente della nostra Giovanna d’Arco. Capiamo perché tutto questo possa risultare diabolico agli occhi della maggior parte dei nostri giornalisti e politici.

 

GUILLAUME FAYE

Fonte: http://www.gfaye.com

Link: http://www.gfaye.com/russophobie-et-haine-de-poutine-les-chiens-aboient/

29.12.2016

http://www.comedonchisciotte.net/modules.php?name=News&file=article&sid=5464

Traduzione per http://www.comedomnchisciotte,org a cura di VOLLMOND

 

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SAPIR: DONALD TRUMP E IL PROTEZIONISMO

Sul suo blog Russeurope il prof. Jacques Sapir analizza la questione del protezionismo, tornata alla ribalta dopo che il neoeletto Presidente Trump ha annunciato le sue politiche di difesa della produzione nazionale introducendo dei dazi per le imprese che delocalizzano.  Sia in Francia che in Italia  il protezionismo è presentato come un pericolo per l’economia, perché ridurrebbe la crescita, al contrario del liberismo che fa espandere il commercio mondiale. Ma è veramente così? Qui Sapir fa osservare che in realtà il liberismo aumenta i profitti, più che il reddito complessivo, e che il  verbo liberista per cui i profitti sono il motore della crescita non ha effettivo riscontro nella realtà.  Per quel che riguarda il dibattito in Italia, raccomandiamo l’ascolto della trasmissione di  Radio anch’io in cui si commentano le politiche protezionistiche di Trump e in cui è intervenuto il prof. Alberto Bagnai (dal minuto 00:47:20 del podcast) 

di Jacques Sapir • 10 gennaio 2017

Traduzione di Paolo di Remigio su Appello al Popolo

Le dichiarazioni recenti di Donald Trump hanno messo in piena luce la questione del protezionismo. Com’è noto, il presidente americano appena eletto ha esortato le grandi imprese a «rilocalizzare» le loro produzioni nel territorio degli Stati Uniti. E i primi risultati ottenuti, quando l’insediamento di Donald Trump non ha ancora avuto luogo, sono effettivamente incoraggianti. Un certo numero di imprese, come Ford, Chrysler, ma anche General Motors, Samsung o LVMH, hanno annunciato la loro decisione di tornare negli Stati Uniti. Questo invita a porre due questioni: se sia un buon risultato a medio e lungo termine, e con che mezzo si possano obbligare le imprese a «rilocalizzare» le loro produzioni.

I metodi protezionisti hanno una fama piuttosto cattiva. Su questo argomento è sufficiente vedere la reazione di Lionel Fontagné, ex direttore del CEPIL, al telegiornale delle 20.00 di France-2. Ma è una reazione giustificata? L’argomento che Fontagné vuole «decisivo» è il seguente: le produzioni rilocalizzate saranno più care delle produzioni importate; dunque, i posti di lavoro guadagnati con queste rilocalizzazioni saranno compensati dalle perdite di posti di lavoro generate dalle perdite di reddito delle famiglie generate da questi sovraccosti. Tuttavia, con il suo furore antiprotezionista, il signor Fontagné dimentica un punto essenziale: il reddito delle famiglie sarà accresciuto dall’assunzione di lavoratori supplementari, che riceveranno un salario anziché ricevere delle indennità di disoccupazione. E si sa che nell’industria il livello medio dei salari è largamente superiore al livello di queste indennità. Se il signor Fontagné avesse voluto presentare onestamente la questione del protezionismo, avrebbe confrontato la perdita di potere d’acquisto con il guadagno generato dal ritorno al posto di lavoro. Del resto, non è molto difficile. In Francia negli anni ’80 la produzione di vetture era di circa 4 milioni di esemplari l’anno. Attualmente è caduta a 2 milioni. Supponiamo che con diversi metodi protezionisti si arrivi a produrre 500 000 veicoli di più all’anno, che queste vetture siano nel segmento «medio-basso» a un prezzo di 10 000 euro, e che il sovraccosto sia del 10%, il che spiega perché le vetture di questo segmento siano largamente prodotte all’estero. La perdita di reddito si stabilisce a 500 000 x (10 000 x 0,10) = 500 milioni di euro. Ma queste vetture dovranno essere prodotte. Bisognerà costruire una nuova linea di montaggio di circa 7000 lavoratori, bisognerà accrescere la produzione dei sub-fornitori, accrescere il consumo di elettricità, in breve si può stimare che circa un 40% del prezzo di vendita sarà reintrodotto nell’economia francese (supponendo che quasi il 60% serva a pagare beni e servizi importati). Abbiamo dunque 500 000 x 11000 (prezzo in Francia) x 0.4 = 2200 milioni di euro. Dunque abbiamo una sottrazione di 500 milioni di euro dovuta al rialzo del prezzo e un’aggiunta di 2200 milioni di euro; questo significa un accrescimento netto di 1700 milioni di euro iniettati nell’economia francese.

In effetti, si può pensare che se saranno prese misure protezioniste tutta la produzione di automobili in Francia sarà colpita dai rialzi di prezzo. Ma questo rialzo generalizzato sarà meno importante del 10%, perché le vetture già prodotte in Francia hanno una parte dei loro componenti prodotti sul territorio francese. D’altra parte, se si prendono queste misure, la parte di componenti prodotti in Francia aumenterà. È dunque certo che il sovraccosto sarà nettamente più elevato dei 500 milioni calcolati inizialmente; ma anche il guadagno generato dall’iniezione di moneta nell’economia francese legato all’accrescimento della parte di produzione nazionale aumenterà…

Si vede dunque fino a che punto la presentazione fatta da Lionel Fontagné sia stata tendenziosa. Ma questo pone un’altra questione: se il protezionismo sia condizione della crescita. La questione può sembrare strampalata. Dopo tutto, la crescita di questi ultimi 20 anni non è imputabile, giustamente, alla liberalizzazione del commercio internazionale? Proprio qui si situa un errore fondamentale della teoria economica. I partigiani del libero-scambio riprendono, forse senza saperlo, la vecchia teoria mercantilista che fa del commercio la causa della produzione. Ma in realtà se si commercia è perché si è prodotto. La produzione viene prima, lo scambio dopo.

Storicamente, i grandi periodi di crescita delle economie hanno coinciso con periodi di protezionismo, come in Europa dal 1945 agli anni ’80. Nei fatti, con l’apertura integrale delle economie si constata una diminuzione della crescita – diminuzione della crescita, certo, ma non diminuzione dei profitti. In realtà, il libero scambio permette di mantenere molto elevati i tassi di profitto mentre la crescita diminuisce. Sicuro, per certi autori questi profitti si devono trasformare in investimenti. Più profitti oggi è la garanzia di più investimenti domani e di più occupazione dopodomani. Ma questa «garanzia» è del tutto illusoria: i profitti di oggi possono dissiparsi in attività speculative, in spese suntuarie, che non hanno alcun impatto sull’investimento o sull’impiego. Di conseguenza, questo giustifica le politiche protezioniste, che passino per i diritti di dogana, per le misure di regolamentazione, per le norme sociali o ambientali, o ancora per un forte deprezzamento del tasso di cambio della moneta nazionale.

In realtà l’apertura delle economie alla concorrenza nazionale produce effetti benefici soltanto se questa concorrenza è «giusta», cioè se coinvolge progetti imprenditoriali e non meccanismi di dumping salariale, sociale o fiscale. Questa è dunque la lezione che la politica attuale di Donald Trump di ci ricorda. Ecco perché conviene prestarvi attenzione. D’altra parte,  che dicono i politici che oggi parlano del «made in France», se non di protezionismo? È assai strano che oggi si sviluppi un discorso tanto favorevole al «made in France» ma che il protezionismo continui a essere denunciato. Vi è una profonda incoerenza nel discorso.

Occorre dunque essere grati al nuovo presidente degli Stati Uniti per aver reso oggi visibile questa incoerenza con la sua azione.

 

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Il Terzo Segreto di Fatima rivela la “Parusia intermedia”

IL FIGLIO SPIRITUALE DI MARIA NEL QUALE, “SOPRA IL MONTE”, È GENERATO PERFETTAMENTE IL CRISTO

 

«La S. Sede non si è ancora pronunciata in modo definitivo» e il problema è aperto alla libera discussione[1]. Con queste parole, l’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, card. Joseph Ratzinger, volle fare chiarezza sulla dibattuta questione della cosiddetta “Parusia intermedia”, cioè la Venuta di Cristo prima del giorno del Giudizio, della quale avevano scritto diversi Padri della Chiesa, fino ai più recenti apporti di valenti teologi[2]. Per prima cosa, si deve fare attenzione a non considerare questo concetto, la “Parusia intermedia”, come si si dovesse trattare di una manifestazione “teatrale” messa in cartello per i tempi finali; mentre piuttosto essa è la vera, grande forza che opera nell’umanità, per trasformarla e riempirla della vita di Cristo, mediante lo Spirito e – vedremo – concretamente, attraverso il suo sangue. Questo concetto, sul quale ritorneremo, è felicemente riassunto nell’espressione “transustanziazione del mondo”, adoperata di recente da S.S. Benedetto XVI. Alla venuta del Cristo fa esplicito riferimento San Paolo nella Seconda Lettera ai fratelli di Tessalonica: Prima (di essa) verrà l’apostasia e si rivelerà l’uomo dell’iniquità, il figlio della perdizione, l’avversario, colui che s’innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio.
… Il mistero dell’iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo colui che finora lo trattiene. Allora l’empio sarà rivelato e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà con lo splendore della sua venuta (2Ts 2,3-8). E ancora l’Apostolo ne parla, in un’altra sua Epistola, lì dove ricorda che prima della fine, il Cristo avrà ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza. È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi (1Cor 15,24s). L’Apocalisse, d’altro canto, non fa che descrivere nel particolare questa battaglia escatologica che l’Agnello di Dio ingaggia contro i suoi nemici, i quali prendono forma nelle bestie sataniche e nei re di questo mondo ad esse sottomessi: Essi combatteranno contro l’Agnello, ma l’Agnello li vincerà, perché è il Signore dei signori e il Re dei re (Ap 17,14). Difatti, ecco che infine la bestia fu catturata e con essa il falso profeta … Ambedue furono gettati vivi nello stagno di fuoco, ardente di zolfo (Ap 19,20). Questa lotta – lo si comprenderà facilmente – non può che avvenire in questa nostra dimensione spazio-temporale, poiché noi, proprio in questi tempi d’angoscia, vediamo gli avversari di Cristo determinati a portare avanti – purtroppo con successo – la loro opera tesa al traviamento delle anime, imponendo un culto idolatrico, anticristico. Alla venuta di Cristo fa riferimento anche il capitolo finale del Vangelo di Giovanni, in quel passo dove Gesù, dopo aver conferito a Pietro il mandato di pascere il gregge, alla domanda di questi a proposito del destino del “discepolo amato”, risponde: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?» (Gv 21,22). Prima della venuta di Cristo, dunque, rimarrà il “discepolo amato” – e non semplicemente Giovanni, figlio di Zebedeo – che ai piedi della Croce prese con sé, tra le cose sue più intime[3] – εἰς τὰ ἴδια –, Maria, la madre del Signore: «Ecco la tua madre!» (Gv 19,26s).
Per comprendere questo mistero grande – la venuta intermedia del Cristo –, occorre dunque tornare sul Calvario, ai piedi della Croce. In quel contesto, quella solennità dell’affidamento, quel suo collocarsi al cuore stesso del dramma della croce, quella sobrietà ed essenzialità di parole che si direbbero proprie di una formula quasi sacramentale, fanno pensare che, al di sopra delle relazioni familiari, il fatto vada considerato nella prospettiva dell’opera della salvezza, dove la donna-Maria è stata impegnata col Figlio dell’uomo nella missione redentrice[4]. Sebbene questo ruolo della Vergine non sia stato ancora definito dogmaticamente, qui si vuole dimostrare che Ella, mettendo al mondo nel dolore il “nuovo figlio”, si sia guadagnata la corona di Corredentrice. Difatti, dopo aver compiuto il reciproco affidamento tra Madre e discepolo, l’Uomo-Dio morente sulla Croce fu consapevole che ormai tutto era compiuto (Gv 19,28). Era dunque indispensabile che quell’affidamento avvenisse, affinché il “tutto” della missione redentrice di Gesù fosse portato a conclusione, nella sua integrità. In mancanza di quelle parole, qualcosa di fondamentale sarebbe venuto a mancare alla completezza del progetto salvifico, contemplato dalle Sacre Scritture.
Il “discepolo amato” diveniva “figlio” della Donna, generato sotto la Croce, mentre la Madre soffriva l’ultimo strazio nel suo Cuore Immacolato, unito al Cuore del Figlio: sul Calvario il Cuore Immacolato di Maria, aperto dalla parola “Donna, ecco il tuo figlio”, si incontrò spiritualmente col Cuore del Figlio aperto dalla lancia del soldato[5]. Ci si potrebbe chiedere: cosa c’entra tutto ciò col mistero della “Parusia intermedia” del Cristo, oggetto della nostra dissertazione? Ebbene, per poterlo arrivare ad intendere, dobbiamo nuovamente fare riferimento all’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse, nel cui clima – abbiamone contezza – ci troviamo a vivere, proprio in questo nostro tempo dei “due Papi”: il capitolo 12° si apre con il signum magnum della Donna vestita di sole, l’Immacolata Genitrice di Dio secondo la natura umana, la quale è incinta e grida per le doglie e il travaglio del parto (Ap 12,2).
Certamente questo parto non può riferirsi alla venuta di Gesù nella carne a Betlemme di Giuda, poiché comprendiamo bene che l’Immacolata, immune da ogni macchia di peccato, sin dal primo istante del suo concepimento, non provò alcun dolore nel dare alla luce il Salvatore del mondo; né può ritenersi, come fa qualche esegeta, che si voglia alludere a una continua generazione del Cristo da parte della Chiesa, nella persecuzione, poiché alcuni passi la contraddicono, ed inoltre tutta la descrizione appare assai realistica e non riconducibile che a unico avvenimento ben preciso della storia umana. In questo passo apocalittico si parla dunque del “parto spirituale” di un “figlio spirituale” di Maria, la quale lo mette al mondo nel dolore. E dove, se non sotto la Croce, nel luogo in cui la Madre venne costituita, e quasi si direbbe “consacrata”, come Madre della Chiesa? Questo bambino (τέκνον), che solo in seguito viene denominato “figlio” (υἱός), è perseguitato sin dai primi anni di vita, si direbbe quasi forgiato nel dolore; eppure la sua incolumità è sempre preservata da attacchi che ne possano mettere in pericolo la vita, grazie alla protezione soprannaturale dell’arcangelo Michele, il Custos Ecclesiæ. Questo “figlio”, però, non è un figlio come gli altri, poiché egli viene descritto adoperando attributi messianici: destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro (Ap 12,5), rifacendosi al “Salmo regale” che racconta l’intronizzazione del re.

La Madre Addolorata, in vesti da Regina, offre in “sacrificio di riparazione”col suo Cuore Immacolato, segnato dai Sette Dolori, il “figlio spirituale”, nel quale è infine generato il Cristo
Chi è questo “figlio spirituale” della Donna? Qui si vuole dimostrare che si tratta in verità del “Vescovo vestito di Bianco” di cui parla la Visione messa per iscritto, nel gennaio 1944, dalla Suora portoghese Lúcia dos Santos, offerto dalla Madre della Chiesa – che è in un certo senso anche “Madre dell’Eucaristia”[6] –, in “sacrificio di riparazione”, col suo Immacolato Cuore: Cuore di Madre, che serbava i misteri e i dolori del Figlio suo Gesù (Lc 2,19.51), compresi in ordine alla Croce, lì dove il suo dolore e la sua fede si erano fusi nella sua anima; e pertanto questa offerta è segnata, in maniera indelebile, da quei misteri e quei dolori del Figlio, interamente rivissuti, in una prospettiva ecclesiale, dal nuovo “figlio” che Le è stato affidato sul Calvario, da Lei dato in oblazione proprio per riparare all’ “abominio devastante”, che vorrebbe negare la Crocifissione redentrice. Ed ecco allora le fiamme inviate dall’Angelo con la spada di fuco, che si spengono al contatto dello splendore emanato dalla Madre, mentre in una luce immensa che è Dio, viene veduto il “Vescovo vestito di Bianco”: il suo “figlio” partorito nel dolore.
Il Trionfo del Cuore Immacolato di Maria, come ho già detto altrove[7], non consiste che in questo: è il tempo nel quale la Madre farà la sua “offerta sacerdotale”, presentando il corpo del “figlio spirituale” – la Vittima – nel quale, quando, come a Cana di Galilea, il vino del Sacrificio eucaristico verrà a mancare, il Padre genererà il sangue, in cui è la salvezza, affinché sia possibile celebrare le Nozze di Lui con la sua Sposa (Ap 19,7); Egli è perciò anche il Sommo Sacerdote, “consacrato” direttamente dall’Altissimo, e il Pastore che si fa concretamente agnello: la “Parusia intermedia” oggetto del nostro discorso. Nel rifugio nel deserto, durante il tempo della persecuzione anticristica – che è il tempo nostro prossimo venturo –, la vera Chiesa si troverà al riparo, seppure ridotta ai minimi termini, e verrà nutrita per un tempo, due tempi e la metà di un tempo (Ap 12,14), vale a dire per i tre anni e mezzo, durante i quali la Messa cattolica sarà abolita, proprio grazie all’ “offerta sacerdotale” della Madre Immacolata. Mentre altrove è devastazione, mentre in ogni parte del mondo imperversa la persecuzione del drago contro il resto della discendenza della Donna (Ap 12,17), in questa porzione di Chiesa ci sarà un “figlio spirituale” di quella stessa Donna, che sacrificandosi in “riparazione”, consentirà la sopravvivenza del vero culto.
Difatti, noi abbiamo consapevolezza che la devozione al Cuore Immacolato di Maria e il Sacrificio eucaristico di “riparazione” sono i due assiomi fondamentali del messaggio consegnato ai tre pastorelli da Nostra Signora del Rosario di Fátima. Entrambi si fondono e si spiegano a vicenda proprio nella figura del “Vescovo vestito di Bianco”.
Del resto, la Scrittura ci illumina e ci sostiene: Se qualcuno commetterà un’infedeltà e peccherà per errore riguardo a cose consacrate al Signore, porterà al Signore, come sacrificio di riparazione, un ariete senza difetto, preso dal gregge (Lv 5,15). Questa è la prescrizione della Legge, nel caso d’infedeltà: portare al Signore, in “sacrificio di riparazione”, un ariete senza difetto – immacolato – preso dal gregge – la Chiesa. Eppure quest’uomo senza colpa (Dn 9,26), perseguitato e sofferente, nel testo apocalittico viene denominato “agnello” e non “ariete”. Questo perché Egli deve crescere (Gv 3,30): anch’Egli ha bisogno di lavare nel vino la sua veste (Gn 49,11), cioè il suo corpo, quello della Vittima, poiché esso si presenta ancora imperfetto, a cagione dell’accanimento demoniaco contro la sua carne passibile, che è stata immolata in empi riti (cfr Ap 5,9). Il “Dio con noi”, l’Emmanuele – dice Isaia – mangerà panna e miele finché non imparerà a rigettare il male e a scegliere il bene (Is 7,15). Eppure, benché solo “agnello”, che nella storia di tutti i popoli è l’animale sacrificale per eccellenza, Egli è pienamente consapevole che il Sacrificio eucaristico nel quale quotidianamente s’immolerà, in una maniera che si potrebbe velatamente rifare a quanto accadde per San Pio da Pietrelcina, sarà sempre celebrato come memoriale del Sacrificio del Golgota, che in Lui verrà perfezionato solamente alla fine della “salita del Monte”, ai piedi della grande Croce, lì dove Egli verrà trafitto (Ap 1,7) e dalle cui piaghe zampillerà quella sorgente purificatrice, di cui parla il profeta Zaccaria (Zc 12,10; 13,1): agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo (Gv 1,29); ecco che le parole del Battista ora si rivelano nel loro significato più compiuto.
È la “transustanziazione del mondo”, di cui ha parlato recentemente S.S. Benedetto XVI: «un mondo nel quale l’amore ha vinto la morte», proprio mediante quell’ “offerta sacerdotale “ della Donna di Nazareth, “Mater Ecclesiæ”. «Noi offriamo sempre il medesimo Agnello, e non oggi uno e domani un altro, ma sempre lo stesso. Per questa ragione il sacrificio è sempre uno solo. […] Anche ora noi offriamo quella vittima, che allora fu offerta e che mai si consumerà».[8] «In verità io vi dico che io non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio» (Mc 14,25, cfr Mt 26,29). In queste parole di Gesù, comprendiamo bene come il “regno di Dio” non possa che avere un antefatto proprio su questa terra, dove il “Vescovo vestito di Bianco”, vero Capo della Chiesa, consacrando, bevendo e dando da bere il proprio sangue, sigillo del Dio vivente (Ap 7,2), potrà condurre alle fonti delle acque della vita, coloro i quali andranno incontro alla “grande tribolazione” apocalittica (Ap 7,13-17). C’è ancora un’altra parola del Cristo, nella quale questa verità è meglio spiegata: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati» (Mc 10,39): calice e battesimo, ancora sangue e acqua; ma qui il battesimo, come ogni volta in cui il Cristo parla di se stesso, allude alla sua morte; e perciò esso consiste in un palingentico “battesimo di sangue” (Lc 12,50), quello descritto appunto nella Visione di Fátima.
Esattamente come nel Primo Esodo, in questa strada di salvezza che si aprirà tra le sofferenze dell’ultima tribolazione, il sangue dell’Agnello, che vince l’accusatore, il Satana (Ap 12,10), sarà necessario per affrontare e superare l’ultimo scatenamente del Male, che stravolgerà questo nostro mondo che passa, affinché si possa salire a un nuovo cielo e a una terra nuova (Ap 21,1). È la Pasqua finale, prefigurata da quella Israelitica, che pure fu un cammino di liberazione dal sangue all’acqua: dal sangue dell’agnello cosparso sugli stipiti delle case israelitiche, all’acqua del Mar Rosso (o del Giordano), che prefigura il battesimo cristiano. Contestualmente, sarà anche una strada lungo la quale il “Vescovo” – Colui che apre e chiude (Ap 3,7) – si farà datore di vera Misericordia Divina; un passaggio proprio dal sangue all’acqua, che non potrà che cominciare allorquando l’impostura in atto, riguardante una “falsa Misericordia”, avrà prodotto fino in fondo i suoi disastrosi risultati: l’ “abominio devastante”, che la Vergine del Rosario aveva chiaramente anticipato alla Cova da Iria il 13 luglio 1917: «varie nazioni saranno distrutte»[9]. «Scrivi questo: prima di venire come Giudice giusto, vengo come Re di Misericordia. Prima che giunga il giorno della giustizia, sarà dato agli uomini questo segno in cielo: si spegnerà ogni luce in cielo e ci sarà una grande oscurità su tutta la terra. Allora apparirà in cielo il segno della Croce e dai fori, dove furono inchiodati i piedi e le mani del Salvatore, usciranno grandi luci che per qualche tempo illumineranno la terra. Ciò avverrà poco tempo prima dell’ultimo giorno». O Sangue e Acqua, che scaturisci dal Cuore di Gesù, come sorgente di Misericordia per noi, confido in Te.[10] Parole messe per iscritto dalla Suora polacca Faustyna Kowalska, canonizzata dalla Chiesa, nelle quali è esplicitamente predetta la “Parusia intermedia” della quale stiamo parlando: il Cristo che si manifesta come “Re di Misericordia”, prima di venire come “Giudice”. «Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi» (Gv 14,3). Sopra il Monte, sotto la grande Croce veduta dai tre piccoli veggenti portoghesi, l’Agnello di Dio, ripresa la sua immacolatezza che na fa la Vittima pura, e portando liberamente agli estremi esiti la sua immolazione, si rivela fino in fondo nostra Pasqua (1Cor 5,7), e in Lui, il “figlio spirituale” di Maria, è generato perfettamente il Cristo: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?». Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero, e per lui tutte le tribù della terra si batteranno il petto. Sì, Amen! (Ap 1,7)
*****
[1] A. GREGORI, La Venuta Intermedia di Gesù, Terni 1993, p. 8; è riportato il breve colloquio del teologo p. Martino Penasa col card. Joseph Ratzinger. [2] «Conosciamo una triplice venuta del Signore. Una venuta occulta si colloca infatti tra le altre due che sono manifeste. Nella prima il Verbo fu visto sulla terra e si intrattenne con gli uomini, quando, come egli stesso afferma, lo videro e lo odiarono. Nell’ultima venuta “ogni uomo vedrà la salvezza di Dio” (Lc 3,6) e vedranno colui che trafissero (cfr. Gv 19,37). Occulta è invece la venuta intermedia, in cui solo gli eletti lo vedono entro se stessi, e le loro anime ne sono salvate. Nella prima venuta dunque egli venne nella debolezza della carne, in questa intermedia viene nella potenza dello Spirito, nell’ultima verrà nella maestà della gloria. Quindi questa venuta intermedia è, per così dire, una via che unisce la prima all’ultima» (S. BERNARDO DA CHIARAVALLE, Disc. 5 sull’Avvento, 1-3; Opera omnia, Ed. cisterc. 4 [1966], pp. 188-190). È significativo il fatto che all’argomento “Parusia”, il Catechismo della Chiesa Cattolica non dedichi che pochi accenni, neppure espressi in modo chiaro e univoco, proprio perché la questione è ancora dibattuta né si è mai tentato di definire dogmaticamente in che modo il Cristo sarebbe ritornato, tanto è vero che si è parlato esplicitamente di “vuoto dogmatico”. [3] Come è noto, nel testo greco l’espressione “εἰς τὰ ἴδια” va oltre il limite di un’accoglienza di Maria da parte del discepolo nel senso del solo alloggio materiale e dell’ospitalità presso la sua casa, designando piuttosto una comunione di vita che si stabilisce tra i due in forza delle parole del Cristo morente: cf S. Agostino, In loan. Evang. tract. 119, 3: «Egli la prese con sé non nei suoi poderi, perché non possedeva nulla di proprio, ma tra i suoi doveri, ai quali attendeva con dedizione» (GIOVANNI PAOLO II, Lett. encicl. Redemptoris Mater, 45, nt. 130 [25 marzo 1987]). [4] GIOVANNI PAOLO II, Udienza generale (Mercoledì, 23 novembre 1988). [5] GIOVANNI PAOLO II, Omelia durante la Santa Messa celebrata nel Santuario di Fátima (13 maggio 1982). [6] È intuitivo comprendere che, come Genitrice del Dio-Uomo, secondo la carne, Maria non possa che essere anche Madre del pane di vita che è appunto l’Eucaristia, tanto che si è arrivata a definirLa “Madre dell’Eucaristia”. «Il rapporto di Maria con l’Eucaristia si può indirettamente delineare a partire dal suo atteggiamento interiore. Maria è donna “eucaristica” con l’intera sua vita. La Chiesa, guardando a Maria come a suo modello, è chiamata ad imitarla anche nel suo rapporto con questo Mistero santissimo» (GIOVANNI PAOLO II, Lett. encicl. Ecclesia de Eucharistia, 53 [17 aprile 2003]). [7] Nota Il Trionfo del Cuore Immacolato di Maria si comprende sul Golgota (18 gennaio 2016):
https://www.facebook.com/notes/giov… [8] S. GIOVANNI CRISOSTOMO, Omelie sulla Lettera agli Ebrei 17,3 : PG 63,131. [9] LÚCIA DOS SANTOS, Memorie di suor Lucia, I, Fátima 20058, pp. 173-174 (Quarta Memoria, 8 dicembre 1941). [10] S. MARIA FAUSTINA KOWALSKA, Diario. La Misericordia divina nella mia anima, Città del Vaticano 2007, 11ª ed., n. 83, p. 101.
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UN CASO DI SCUOLA NELLA CREAZIONE DI NOTIZIE FALSE

Paul Craig Roberts ricostruisce sul suo blog Institute for Political Economy l’azione di supporto alla propaganda della CIA svolta dai media negli Usa, concentrandosi sul recente caso delle accuse alla Russia di avere interferito nelle elezioni americane attraverso azioni di hacking. Nella totale mancanza di prove, diventa essenziale il sostegno dei media, che diffondono e rendono credibili le notizie false lanciate dalle agenzie di intelligence: come gli esempi concreti portati dall’autore dimostrano con evidenza in questo caso.

di Paul Craig Roberts, 6 gennaio 2017

Per molte settimane abbiamo assistito allo straordinario attacco contro l’elezione di Donald Trump da parte della CIA e di chi la supporta al Congresso e nei media. In uno sforzo senza precedenti volto a delegittimare l’elezione di Trump come prodotto di un’interferenza russa nelle elezioni americane, la CIA, i media, nonché deputati e senatori hanno tutti all’unisono lanciato accuse spericolate, senza mai portare prove. Il messaggio della CIA a Trump è chiaro: stai in linea con il nostro programma, o ti mettiamo nei guai.

È chiaro che la CIA è in guerra contro Trump. Ma chi sostiene la CIA nei media ha rivoltato la frittata e accusa Trump di avere una visione negativa della CIA.

Prendiamo in considerazione l’articolo di Damian Paletta e Julian E. Barnes sul Wall Street Journal del 4 gennaio, che inizia così: “Il presidente eletto Donald Trump, critico severo delle agenzie di intelligence degli Stati Uniti. . . ” I due “presstitutes” impostano la loro notizia falsa capovolgendo la situazione. Sarebbe Trump a essere il severo critico, e non la vittima, delle violente accuse della CIA. Una volta impostata in questo modo, la storia continua:

I funzionari della Casa Bianca sono sempre più frustrati dagli scontri di Trump con i funzionari dell’intelligence. ‘È spaventoso’, ha detto un funzionario. ‘Nessun presidente ha mai attaccato la CIA venendone fuori bene.’

Ora che la storia è che Trump sta sfidando la CIA e non che la CIA sta sfidando Trump, si può costruire l’accusa contro Trump.

Gli analisti, abituati alla maggiore coesione con la Casa Bianca, sono “scossi” dallo scetticismo di Trump sulla valutazione della CIA secondo la quale la sua elezione è dovuta a Putin. Secondo loro Trump dovrebbe rispondere alle accuse dicendo: ok, non sono legittimato. Ecco qui, restituisco la presidenza.

Assange di WikiLeaks ha dichiarato in modo inequivocabile che non c’è stato nessun hacking. L’informazione è arrivata a WikiLeaks grazie a una fuga di notizie, il che suggerisce che provenisse dall’interno del Comitato Nazionale Democratico. La posizione di Trump, secondo un funzionario non identificato, va vista così: “Per me è piuttosto orribile che lui si schieri dalla parte di Assange contro le agenzie di intelligence.” Chiaro: secondo lui Trump dovrebbe schierarsi con la CIA, che sta cercando di distruggerlo.

Ma la CIA, non si è data la zappa sui piedi? Come può l’agenzia controllare la politica manipolando le informazioni che fornisce al presidente, se il presidente non si fida più dell’agenzia?

Beh, ci sono i media, che possono essere utilizzati per controllare il racconto dei fatti e mettere alle strette il Presidente. Nel suo libro appena pubblicato, The CIA As Organized Crime (La CIA come criminalità organizzata, ndt), Douglas Valentine riferisce che dai primi anni ’50 il successo dell’operazione Mockingbird della CIA le ha direttamente consegnato nelle mani molti rispettati dipendenti del New York Times, di Newsweek, della CBS e di altre agenzie di comunicazione, oltre a molti collaboratori freelance, per un totale tra quattrocento e seicento risorse umane nei media. Ma non solo.

La CIA ha istituito una rete di intelligence strategica fatta di giornali e case editrici, così come di organizzazioni studentesche e culturali, e li ha usati come organizzazioni di copertura per le operazioni segrete, incluse operazioni di guerra politica e psicologica contro cittadini americani. In altre nazioni, il programma puntava a quella che Cord Meyer ha chiamato la “sinistra compatibile”, che in America si traduce in progressisti e persone in cerca di uno status pseudo-intellettuale, che sono facilmente influenzabili.

“Tutto questo continua, benché sia stato portato alla luce sin dalla fine degli anni ’60. Il progresso tecnologico, tra cui Internet, ha diffuso la rete in tutto il mondo, e molte persone non si rendono nemmeno conto che ne fanno parte, e che stanno supportando la linea della CIA. Dicono ‘Assad è un macellaio‘, o ‘Putin uccide i giornalisti‘ o ‘La Cina è repressiva‘. Non hanno idea di quello di cui stanno parlando, ma vomitano tutta la propaganda”.

E c’è Udo Ulfkotte, che attingendo alla sua esperienza come redattore della Frankfurter Allgemeine Zeitung ha scritto un libro in cui si riferisce che la CIA ha le mani addosso a ogni giornalista di rilievo in Europa.

Alcuni di quelli che difendono la verità sperano che il ridursi dell’influenza della stampa e della televisione controllate dalla CIA indebolisca la capacità dello “Stato profondo” di controllare la narrazione. Tuttavia, la CIA, il Dipartimento di Stato, e a quanto pare anche il Pentagono, già operano nei social media, e usano troll nelle sezioni dei commenti per screditare chi dice la verità.

I giornalisti del New York Times si sono rivelati uno strumento completamente in mano alla CIA, avallando ogni assurda accusa sull’hacking da parte dei russi nonostante la totale assenza di qualsiasi prova e addirittura di qualsiasi prova di hacking, e accusando Trump perché non credeva alle accuse infondate delle agenzie di intelligence degli Stati Uniti. Di fronte agli sforzi di John Brennan e James Clapper per delegittimare la presidenza di Donald Trump, il NYTimes chiede: “Che ragione plausibile potrebbe avere Donald Trump per cercare con tanta tenacia di screditare le agenzie di intelligence americane e la loro scoperta che la Russia ha interferito nelle elezioni presidenziali?

Questa domanda produce un’altra domanda del suo stesso genere: “Che motivo plausibile potrebbe avere il NYTimes per cercare con tanta tenacia di screditare la presidenza di Donald Trump, sulla base di infondate accuse in libertà?

La notizia falsa sta proliferando. Oggi (6 gennaio) la Reuters riferisce: “La CIA ha individuato alcuni funzionari russi che fornivano a WikiLeaks materiale hackerato dal Comitato Nazionale Democratico e da leader del partito sotto la direzione del presidente russo Vladimir Putin attraverso terzi, secondo un nuovo rapporto del servizio di intelligence degli Stati Uniti, ha dichiarato giovedì un alto funzionario (senza nome) degli Stati Uniti.

Forse ciò che la Reuters intendeva dire, ma non ha detto, è questo: “I funzionari che hanno parlato a condizione di restare anonimi hanno affermato che la CIA ha individuato i funzionari russi che hanno passato le email hackerate a WikiLeaks, ma il funzionario non ha detto a Reuters quali siano questi funzionari russi né in che modo li hanno identificati “.

In altre parole, la notizia di Reuters è solo un’altra storia inventata dalla CIA – un favore fatto da uno dei supporti della CIA nei media. Come Udo Ulfkotte ci ha spiegato, è così che funziona.

Successivamente Reuters ci informa che la relazione è Top Secret, il che, naturalmente, significa che non vedremo mai alcuna prova a supporto delle accuse della CIA. L’idea è che dobbiamo avere fiducia nel fatto che la CIA è sì in possesso di queste informazioni, ma non può darcele. La Reuters lo riporta senza vederci nulla di strano. Un altro favore da un supporto nei media.

Secondo il servizievole resoconto di Reuters, il materiale hackerato era arrivato a WikiLeaks dai servizi segreti militari russi, attraverso “un percorso tortuoso”, in modo che Assange non conoscesse l’origine del materiale e quindi potesse dire che non gli era stato dato da una agenzia di stato.

Che cosa potrebbe esserci in ballo? Vengono in mente diverse cose. Forse c’è un tentativo di costringere Assange a rivelare la sua fonte (che potrebbe essere quel membro dello staff del Comitato Nazionale Democratico che è stato misteriosamente ucciso per strada), il che sarebbe un modo sicuro per mettere fuori gioco WikiLeaks. WikiLeaks non ha mai rivelato una fonte. Una volta che lo facesse, nessuna fuga di notizie raggiungerebbe più WikiLeaks.

Un’altra possibilità è che insistendo nel lanciare accuse in libertà e senza prove sul fatto che Trump è stato eletto da Putin, la CIA stia chiarendo a Trump che stanno facendo sul serio. Trump è un uomo forte, ma non stupitevi se esce da un colloquio con la CIA accettando la loro storia, visto che potrebbe essere stato condotto a capire che l’alternativa ad arrendersi alla CIA potrebbe essere la morte.

http://vocidallestero.it/2017/01/11/un-caso-di-scuola-nella-creazione-di-notizie-false/

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IL SEME DEGLI DEI

Articolo di Paolo Brega

http://guardforangels.altervista.org/blog/il-seme-degli-dei/

Un intervento ‘esterno’ fu il punto di partenza dell’incredibile storia del genere umano

Man mano che il progresso scientifico avanza e nuove scoperte vengono fatte divulgate, più si va a delineare un quadro che noi appassionati di ufologia e paleoarcheologia abbiamo da sempre teorizzato: un intervento ‘esterno’ quale punto di partenza dell’incredibile storia del genere umano.
Ma partiamo dall’alba della comparsa dell’Homo Sapiens, circa 300.000 anni fa in Africa, secondo le teorie antropologiche tradizionali. A quel tempo il precedente esemplare, l’Homo Erectus, è presente sul pianeta già da più di un milione e mezzo di anni e possiede una capacità cranica maggiore rispetto all’Homo Habilis. L’Homo Erectus avrebbe avuto una notevole somiglianza con gli esseri umani moderni, ma aveva un cervello di dimensioni corrispondenti a circa il 75% di quello dell’Homo Sapiens. Il modello paleoantropologico dominante descrive l’Homo Erectus inoltre come capace di usare rudimentali strumenti.
A un certo punto avviene qualcosa di rivoluzionario, la massa cerebrale aumenta del 30%, acquisisce capacità di articolare un linguaggio, modifica la propria biologia ormonale, … insomma l’Erectus si evolve in Homo Sapiens e poi successivamente circa 30.000 anni fa in Sapiens Sapiens e come descritto in figura, attraverso una serie di fasi migratorie i Sapiens vanno a popolare l’intero pianeta.

Ciò rappresenta una singolare unicità nel modello evolutivo descritto nel volume “L’origine delle specie” di Darwin nel 1859 in quanto nessuna altra specie animale presente sul pianeta ha seguito un percorso evolutivo così rapido ed eccezionale.
Per esempio il cavallo in 55 milioni di anni ha modificato leggermente (e sottolineo leggermente) la propria struttura fisica, il proprio volume cerebrale e di conseguenza le proprie ‘abilità’, come può l’uomo in un periodo dieci volte inferiore aver modificato drasticamente la propria struttura, aumentato notevolmente il proprio volume cerebrale e di conseguenza le proprie capacità di modificare l’ambiente esterno a proprio favore? Così come il cavallo pensiamo a tutti gli altri primati, uguali a loro stessi da milioni di anni – tutti eccetto l’uomo.
Precisiamo che qui non si vuole smentire o disarticolare i postulati della teoria evolutiva Darwiniana ovvero:

1. tutti gli organismi viventi si riproducono con un ritmo tale che, in breve tempo, il numero di individui di ogni specie potrebbe non essere più in equilibrio con le risorse alimentari e l’ambiente messo loro a disposizione.

2. tra gli individui della stessa specie esiste un’ampia variabilità dei caratteri; ve ne sono di più lenti e di più veloci, di più chiari e di più scuri, e così via.

3. esiste una lotta continua per la sopravvivenza all’interno della stessa specie e anche all’esterno. Nella lotta sopravvivono gli individui più favoriti, cioè quelli meglio strutturati per giungere alle risorse naturali messe loro a disposizione, ottenendo un vantaggio riproduttivo sugli individui meno adatti.

Infatti ritengo la stessa perfettamente idonea a illustrare l’evoluzione del 99,99% delle specie viventi sul pianeta (e non solo sul pianeta), dai più piccoli batteri ai più grandi vertebrati. Solo non è sufficiente da sola a spiegare il cammino evolutivo di quell’unica razza ‘anomala’ del pianeta: la razza umana.
La risposta ai dubbi che l’antropologia non è in grado di fornire ci arrivano forse dalle più recenti ricerche sui gruppi sanguigni e sulle altrettanto importanti scoperte in ambito genetico.
Il confronto tra il nostro genoma e quello degli scimpanzè sta rivelando quali sono le sequenze del DNA che sono esclusive degli esseri umani. Da un articolo di Katherine S. Pollard “Che cosa ci rende umani”, scritto per la rivista Le Scienze dell’agosto 2009.
Lo scimpanzè è il nostro parente vivente più prossimo, con cui condividiamo quasi il 99 per cento del DNA. Gli studi per identificare le regioni del genoma umano che sono cambiate di più da quando gli scimpanzè e gli esseri umani si sono separati da un antenato comune hanno contribuito a mettere in evidenza le sequenze del DNA che ci rendono umani. I risultati hanno anche fornito importantissime conoscenze sulle profonde differenze che separano umani e scimpanzè, nonostante il progetto del DNA sia quasi identico. Per capire quali sono le caratteristiche genetiche specifiche del DNA umano rispetto a quello dello scimpanzè e degli altri primati, i ricercatori hanno decodificato il genoma di primati molto simili all’uomo, come scimpanzé e babbuino.
La bioinformatica ha poi completato il quadro con uno studio elegantissimo: sono state analizzate nei tre genomi (uomo, scimpanzé e babbuino) tutte le regioni del DNA che presentano un’elevata similitudine nei mammiferi; tra queste aree, sono state identificate quelle che differivano maggiormente tra le tre specie.
In pratica, una regione del DNA è importante se è presente nel maggior numero di animali; se però la sequenza del DNA di questa regione cambia in maniera significativa tra due specie molto simili ci sono ottime probabilità che questo cambiamento sia una delle cause della differenza tra le specie analizzate.
Al momento dell’analisi dei dati i gruppi americani responsabili della scoperta hanno trovato qualcosa di sorprendente: ciò che ci rende umani non sono nuovi geni comparsi nella nostra specie ma, al contrario, l’assenza di alcune sequenze del DNA che servono a regolare l’attività genica.
I tratti di DNA che variano maggiormente nella nostra specie sono nelle vicinanze di geni coinvolti con le funzioni del sistema nervoso centrale: la loro assenza quindi provoca variazioni nelle funzioni cerebrali. L’altro gruppo di geni che mostra variazioni significative è coinvolto nella segnalazione ormonale ed, in particolare, con la funzione sessuale che evidentemente varia in maniera significativa tra l’uomo e gli altri primati.
La variazione più interessante però è la delezione di una sequenza di DNA vicina al gene GADD45G: questa regione è stata già da tempo correlata con l’espansione di particolari zone del cervello. L’assenza di questa sequenza di DNA è probabilmente la causa dell’ingrandimento di alcune aree del cervello e quindi della comparsa di nuove funzioni neurologiche.
L’evoluzione ‘stile Darwin’ aggiunge sequenze e cromosomi a quelle già esistenti per meglio adattare la specie all’ambiente. Una delezione è già di per sè inspiegabile senza voler prendere in considerazione la possibilità di un intervento ‘esterno’.
Ma vediamo quali sono le sequenze principali che differiscono per via di modificazioni o, appunto, di inspiegabili delezioni di materiale genetico:

Sequenza HAR1
Il gene HAR1 (da “Human Accelerated Region 1”), è una sequenza di 118 basi nel DNA umano, scoperta nel 2004-2005, che si trova nelcromosoma 20.
Il gene HAR1 non codifica per alcuna proteina nota, ma per un nuovo tipo di RNA (simile al RNA messaggero). HAR1 è il primo esempio noto di sequenza codificante l’RNA dove si è avuta una selezione positiva. Il gene HAR1 viene espresso durante lo sviluppo embrionale e produce una migrazione neuronale indispensabile allo sviluppo di un cervello veramente umano. Alcuni sostengono che la sua velocissima evoluzione nell’essere umano (il pollo e lo scimpanzé differiscono per due basi, l’uomo e lo scimpanzé per 18 basi) contrasti con la teoria dell’evoluzione.

Sequenza HAR2
La sequenza HAR2 (nota anche come HACNS1), è un introne (potenziatore genico) presente nel cromosoma 2, e costituisce il secondo sito genomico con la più accelerata velocità di cambiamento rispetto a quella nei primati non umani. Induce lo sviluppo dei muscoli nell’eminenza tenar (muscolo opponente del pollice), che consente di afferrare e manipolare oggetti anche molto piccoli, oltre a quella grande e complessa quantità di ossicini, muscoli e tendini, presenti tra la mano e l’avambraccio, che dona alla mano una grande quantità di gradi libertà, oltre ad una buona precisione nei movimenti.

Sequenza AMY1
Il gene AMY1 codifica per una enzima, l’amilasi salivare, che permette una migliore digestione dell’amido. Si ipotizza l’aumento della sua prevalenza nelle popolazioni che cominciarono a praticare l’agricoltura (avena, farro, frumento, mais, patate, riso, segale, ecc.), e che in questo modo riuscirono a sfruttare meglio non soltanto la terra arata, ma anche gli specifici alimenti (graminacee) che essa produceva.

Sequenza MAD1L1
La sequenza MAD1L1, nota anche come “Mad1” (oppure come HAR3, per il suo accelerato tasso di cambiamento rispetto al DNA delle scimmie) agisce su proteine che permettono una più ordinata divisione del fuso mitotico, permettendo un minor tasso di errori nella divisione cellulare, dunque una migliore efficienza delle mitosi e delle meiosi, minore quantità di cellule da mandare in apoptosi ed infine una maggiore durata della vita, con meno tumori e in migliore salute.

Sequenza WNK1
Il gene WNK1 (noto anche come HAR5, presente nel braccio corto del cromosoma 12) codifica per un enzima, una tirosinasi del rene, che permette una migliore eliminazione del potassio da parte del rene, e allo stesso tempo, per meccanismi correlati al potenziale della membrana del neurone, consente una maggiore sensibilità e accuratezza di localizzazione da parte dei nervi sensitivi. Questo enzima, migliorando il “feed back” sensitivo, può avere contribuito ad aumentare la perizia nella fabbricazione di attrezzature, oggetti, vestiti, armi, ecc. Inoltre può aver favorito la destrezza nell’andatura, nella lotta e la grazia nella danza.

Sequenza FOXP2
Nel 2001 venne osservato all’Università di Oxford che persone con mutazioni del gene FOXP2 (altra sequenza genetica a cambiamento accelerato) sono incapaci di fare movimenti facciali fini e ad alta velocità che sono tipici del linguaggio umano. Questi pazienti mantengono inalterata la capacità di comprendere il linguaggio, dunque il deficit è puramente nervoso-motorio, nella fase di estrinsecazione del linguaggio. La mutazione del gene FOXP2 è condivisa dal Homo sapiens e dall’uomo di Neanderthal, ed in base a reperti paleontologici e ai dati di deriva genetica si può calcolare che questa mutazione sia avvenuta circa 500.000 anni fa. Dunque non è la sola ragione del grande sviluppo.

Sulla sequenza FOXP2 e sulla possibilità di un intervento alieno di manipolazione genetica della stessa in un lontano passato esiste un ulteriore prova riscontrata nell’esame del DNA del teschio dello ‘Starchild’ che come molti già sanno è un reperto ritrovato intorno al 1930 da una ragazzina di circa 13-15 anni in Messico, nel tunnel di una miniera a circa 160 km a sud-ovest da Chihuahua e successivamente affidato allo scienziato scrittore Lloyd Pye il quale da subito avanzò ipotesi controcorrenti sulla natura dello stesso avanzando una possibile origine aliena.

Le notizie più recenti che arrivano da Oltreoceano sembrano però aprire un capitolo nuovo e clamoroso. Un genetista del Progetto Starchild sarebbe riuscito ad estrarre dall’osso un frammento del gene FOXP2. Secondo le ultime teorie, questo gene contiene le istruzioni per sintetizzare una proteina fondamentale per la coordinazione tra i movimenti della bocca, gli organi di fonazione (come laringe e corde vocali) e gli impulsi elettrici inviati dal nostro cervello. Insomma, FOXP2 è indispensabile per lo sviluppo del linguaggio. E la sequenza trovata in Starchild non è uguale alla nostra.
Il risultato non è ancora definitivo e deve essere ancora confermato in un laboratorio indipendente. Ma se fosse proprio così, allora sarebbe la scoperta più dirompente della Storia, perchè saremmo di fronte alla dimostrazione che quella creatura non era del tutto umana o forse, non lo era per nulla. Una prova concreta, questa volta, e non confutabile: perchè il DNA è scienza, non opinione. Sembra che in Starchild il gene FOXP2 si differenzi dal nostro per ben 56 coppie di base.

Tornando alle delezioni cromosomiche certamente le delezioni genetiche possono avvenire anche in natura per: esposizione a radiazioni, attività retro-virali, errori di trascrittura del DNA, ma in questo caso certamente non forniscono vantaggi competitivi, anzi il più delle volte generano deficit, sindromi e malattie genetiche.
Per questo a mio parere sono inspiegabili se le osserviamo dal punto di vista evolutivo. A titolo esemplificativo la medicina oggi riconosce le seguenti sindromi causate da delezioni di specifiche sequenze genetiche:

– delezione cromosoma 4 = sindrome di Wolf-Hirschhorn
– delezione cromosoma 7 = sindrome di Williams
– delezione cromosoma 18 = ritardo mentale

e purtroppo non rappresentano miglioramenti evolutivi, così come non sono noti casi di delezioni cromosomiche che consentano vantaggi alla specie umana così come invece viene citato dagli studi citati da K.Pollard.
Non dimentichiamoci poi della delezione del cromosoma y nella cui presenza il maschio portatore risulta impossibilitato a procreare. L’impossibilità di procreare è una caratteristica collegata all’ambito delle ibridazioni. Sappiamo per certo che il risultato di incroci tra razze, come ad esempio il mulo, frutto di un incrocio tra un cavallo e un asino non è in grado di generare una propria discendenza.
Potrebbe essere la delezione del cromosoma y e la conseguente incapacità di procreare un retaggio derivante dalla nostra condizione originale di sapiens, quale risultato di una ibridazione tra il dna dell’homo erectus opportunamente modificato attraverso delezioni di particolari sequenze cromosomiche, magari con l’ausilio di tecnologia retrovirale, e DNA alieno?
Ancora una volta ci vengono in aiuto la mitologia sumera, le interpretazioni del ricercatore indipendente Zacharia Sitchin e gli studi di mitologia accadica W.G.Lambert e A.R.Millard, Stephanie Dalley e Benjamin R.Foster che ci consentono oggi di potere leggere nell’epopea accadica di Athrasis “Inuma Ilu Awilum” (traducibile in “Quando gli dei erano come gli uomini”) scritta circa 1.700 anni prima di Cristo, una precisa descrizione del momento in cui gli Annunaki si ammutinano a causa del pesante lavoro a cui erano sottoposti sul pianeta Terra, rendendo necessaria quella ricerca scientifica che porterà alla creazione del genere Homo.
Ecco di seguito quanto riportato nell’antico testo sumero:

“… quando gli dei erano come gli uomini sopportavano il lavoro e la dura fatica. La fatica degli dei era grande, il lavoro pesante e c’era molto dolore, … per 10 periodi sopportarono le fatiche, per 20 periodi … Eccessiva fu la loro fatica per 40 periodi,… lavoravano duramente notte e giorno. Si lamentavano e parlavano alle spalle. Brontolavano durante i lavori di scavo e dicevano: Incontriamo … il comandante, che ci sollevi dal nostro pesante lavoro. Spezziamo il giogo!…”

Il giogo fu spezzato dopo che un Annunaki promosse la seguente soluzione, sempre narrata nell’Inuma Ilu Awilum:

“…abbiamo fra di noi Ninmah, che è una Belet-ili, una Ninti (dea della nascita). Facciamole creare un Lulu (ibrido), facciamo che sia un Amelu (lavoratore) a sobbarcarsi le fatiche degli dei! Facciamole creare un Lulu Amelu, che sia lui a portare il giogo…”

La narrazione prosegue con l’identificazione nell’Abzu (l’Africa) di una creatura adatta allo scopo, l’homo erectus, e che ciò che doveva essere fatto era “… imprimergli l’immagine degli dei…” usando le parole dell’epopea: effettuare un innesto genetico, se dovessimo utilizzare termini scientifici attuali.
Ma non è solo il mito sumero a descrivere un tale evento. Nella Bibbia leggiamo:

“:..E fu così che gli Elohim dissero, facciamo un Adamo a nostra immagine e somiglianza…” [Genesi 1,26]

Sempre gli studi incrociati tra genetica e antropologia ci consentono di arrivare alla determinazione di dove probabilmente è avvenuto il secondo grande salto evolutivo del genere homo: da Sapiens a Sapiens Sapiens, circa 30-40.000 anni fa.
Sappiamo infatti che Il DNA mitocondriale, viene trasmesso per via matrilineare, e permette di studiare a ritroso le origini, la diffusione e la migrazione delle popolazioni umane fin dall’ origine della comparsa della nostra specie. Altrettanto i recenti studi sul DNA mitocondriale di diverse popolazioni autoctone, prime fra tutti quelli sui nativi americani, ha fornito scoperte sorprendenti, da sole in grado di destabilizzare l’antropologia ortodossa.
Questi studi hanno infatti dimostrato inequivocabili legami genetici tra popolazioni diverse, lontane e isolate al mondo come ad esempio i Baschi dei Pirenei, i Berberi del Marocco e i nativi nordamericani Irochesi. Questi gruppi così apparentemente diversi e divisi appartengono infatti incredibilmente al medesimo gruppo genetico, il misterioso aplogruppo X.
Questi studi dimostrano allora migrazioni “impossibili” in piena Era Glaciale confermando invece quanto sostenuto da Cayce, nato del 1877 e vissuto decenni prima della stessa scoperta del DNA quando parlava proprio di quelle popolazioni, di cui all’ epoca certo non si conosceva il legame genetico e che erano per tutti all’ apparenza differenti e indipendenti, come di popolazioni legate da legami comuni, e che le evidenze sarebbero un giorno state scoperte.
Cayce asseriva che si trattava degli ultimi rappresentati di una stirpe comune, e cioè quella dei superstiti di Atlantide, dispersisi nei due lati dell’ Atlantico alla distruzione della loro patria.
Se poi aggiungiamo a ciò che queste popolazioni rappresentano anche una anomalia statistica nella distribuzione dei gruppi sanguigni possiamo giungere a una conclusione ancora più sorprendente.
E’ infatti noto in medicina la presenza di diversi gruppi sanguigni e del fattore rhesus nel sangue degli esseri umani, derivanti da particolari unioni di coppie genetiche e la cui osservazione è fondamentale per effettuare trasfusioni, trapianti e altre pratiche mediche.
E’ infatti altrettanto risaputo che la capacità di donare e ricevere sangue è strettamente correlata al gruppo sanguigno del donatore/ricevente e al suo fattore rhesus come descritto nella tabella seguente da cui si evincono già le seguenti particolarità:

– il portatore del sangue gruppo zero può donare a tutti, ma può ricevere solo da altri gruppi zero

– il portatore del sangue gruppo AB può ricevere da tutti

– sangue Rh- può ricevere solo da Rh-

Ma cosa è il fattore RH? Leggiamone la definizione medica tratta da Wikipedia: “Il fattore Rh o fattore Rhesus, si riferisce alla presenza di un antigene, in questo caso in una proteina, sulla superficie dei globuli rossi oeritrociti. un carattere ereditario e si trasmette come autosomico dominante. Se una persona possiede questo fattore si dice che il suo gruppo è Rh positivo (Rh+), se invece i suoi globuli rossi non lo presentano, il suo gruppo sanguigno viene definito Rh negativo (Rh-). Prende il nome dalla specie di primati Macaco Rhesus, sui globuli rossi del quale fu per la prima volta scoperta la presenza della proteina del fattore Rh”
Per cui avere un sangue RH- significa non avere questo particolare antigene. E’ importante saperlo in ambito medico in quanto un possessore di sangue RH- può ricevere soltanto RH-.
Statisticamente il fattore RH- è presente nel 15% della popolazione mondiale configurandosi come gruppo molto raro e ancora più raro è il gruppo sanguigno zero negativo, presente esclusivamente nel 6% dei casi. Questo poiché gli alleli che determinano i fenotipi descritti sono recessivi, per cui, esemplificando al massimo, deve essere presente una coppia di alleli Rh- per manifestare la caratteristica Rh-
Ecco allora che però nelle popolazioni di cui si parlava prima relativamente all’aplogruppo X abbiamo una anomalia statistica in quanto:

– nei nativi sudamericani si riscontra il 100% di sangue con il gruppo 0

– La popolazione basca è caratterizzata da un elevata media di persone con gruppo sanguigno 0-

– In Giappone gli Ainu manifestano caratteristiche geneticamente rare e simili a quelle portate dalle popolazioni dell’aplogruppo X

– La concentrazione di sangue di tipo 0 è maggiore nelle regioni che si affacciano sull’atlantico e dove sono presenti siti megalitici

– I nazisti credevano che il gruppo sanguigno 0- fosse il sangue degli dei

E guarda caso sono quelle stesse popolazioni che nei loro miti cosmogonici, sono andate a descrivere un processo di creazione delle loro civiltà da parte di divinità e un’età dell’oro precedente a un grande cataclisma.

Tutte coincidenze?
Allora, ma senza voler scadere nel razzismo:

– Rh+, deriva da antenati ‘scimmia’ (homo erectus), tanto è vero che il fattore rhesus è stato trovato nei macachi rhesus.

– Rh-, deriva da antenati ‘antichi creatori’ (Anunnaki/Elohim), tanto è vero che denota l’assenza del fattore rhesus

Forse che gli ‘uomini famosi’ citati nella Bibbia e i semi-dei della mitologia classica avessero tutti il sangue RH- e che poi, nel corso dei millenni, incrociandosi con esseri umani RH+ si sia perduto l’elemento divino del nostro DNA?
Le abductions potrebbero assumere un altra chiave di lettura, e avere l’obiettivo di studio da parte dei grigi della nostra biologia e della nostra genetica per creare loro volta una razza ibrida grigio-umana che permetta loro di acquisire quei vantaggi potenzialmente presenti nel nostro DNA per scopi a noi sconosciuti, ma che potrebbero essere ostili e che noi per un motivo o per un altro non siamo più oggi in grado di attivare, realizzando noi stessi quell’ulteriore salto evolutivo in Sapiens Sapiens Sapiens, o neoticus se preferite che ci consentirebbe di ritornare all’antica età dell’oro.
Se l’ipotesi sulle abductions rimane una mia personale ipotesi e intuizione è invece assolutamente reale che più la scienza scopre cose nuove, più queste nuove scoperte suffragano la tesi da me condivisa di manipolazioni genetiche in un lontano passato.
Una possibile conclusione reale di queste ricerche è allora che il DNA alieno non sia per sua natura caratterizzato da sequenze genetiche specifiche determinanti la presenza di fattore RH nel sangue (RH-).
Il DNA dell’homo erectus (soggetto ibridabile) è invece caratterizzato da sequenze genetiche determinanti la presenza di fattore RH nel sangue così come molti altri primati (RH+)
Provvedendo a manipolazioni genetiche sull’homo erectus vengono effettuate una serie di delezioni del genoma dell’homo erectus, tra cui anche quella sull’RH al fine di predisporlo sulla base di quello alieno e potere così procedere all’ibridazione genetica che produce i primi sapiens.
Ibridi che come tutti gli ibridi non possono procreare. E’ solo successivamente che viene fornita loro la capacità di procreare da parte di una fazione di Anunnaki ben precisa, gli Enkiliti, in ciò che la Bibbia descrive come peccato originale e conseguente cacciata dall’Eden.
Così facendo i sapiens, potendosi incrociare con i loro parenti più prossimi, reintroducono nel patrimonio genetico umano il fattore RH+ e altri elementi genetici dominanti su quelli alieni, abbiamo visto recessivi, che determinano la perdita di alcune caratteristiche ‘divine’ come la longevità, la capacità di connessione con la propria area spiriutale-animica oltre che la capacità di interagire con le energie della natura di matrice alchemica – tutte conoscenze invece note ai semi-dei probabilmente governatori di Atlantide e delle sue colonie disseminate sul pianeta.

Fonti:
Katherine S. Pollard, “Che cosa ci rende umani”, scritto da per la rivista ‘Le Scienze’, Agosto 2009
http://it.ekopedia.org/Geni_che_ci_rendono_umani
Paolo Brega, “Genesi di un enigma”, Gennaio 2012
http://www.starchildproject.com/dna2012.htm
http://ufoplanet.ufoforum.it/headlines/pop_articoli_print.asp?ARTICOLO_ID=9129

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La ‘Terra Cava’ secondo l’antico buddismo tibetano

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Lo Shambhala è rotondo e viene raffigurato da un fiore di loto a otto petali, che è il simbolo del Chakra del cuore. Molti testi antichi si riferiscono a terre ‘mitiche’ o ‘magiche’, il che è molto affascinante, soprattutto se si considera la quantità di scritti in buddhismo antico, filosofia vedica, o altre tradizioni orientali confermate dalla scienza moderna.

La fisica quantistica, in particolare, ha guadagnato un sacco di slancio di recente. Un grande esempio è l’enigma della coscienza, la quale è direttamente correlata con la fisica quantistica e va di pari passo con altri regni dell’esistenza.

Non molte persone lo sanno, ma la maggior parte dei nostri scienziati pionieri sono stati anche dei mistici, tra cui Isaac Newton, che ha studiato l’alchimia, tra le altre materie.

“In linea di massima, anche se ci sono alcune differenze, credo che la filosofia buddista e la meccanica quantistica si possano stringere la mano riguardo la loro visione del mondo. Possiamo vedere in questi grandi esempi i frutti del pensiero umano. Indipendentemente dall’ammirazione che proviamo per questi grandi pensatori, non dobbiamo perdere di vista il fatto che erano degli esseri umani così come lo siamo noi.” – Il Dalai Lama – source

Questo è precisamente il motivo per cui non dovremmo essere così pronti a respingere le conoscenze rimaste nascoste all’interno dei testi antichi, in particolare quando il legame tra saggezza antica e conoscenza moderna è stata provata.

O, per esempio, prendiamo per certamente vera una descrizione dell’antica società greca scritta da qualche filosofo del tempo come Platone o Socrate, ma troviamo qualche scusa per ignorare una descrizione dello stesso filosofo di un’antica civiltà avanzata.

Possiamo prendere come dato di fatto la descrizione di Platone riguardo cose che sono credibili per la mente, ma appena ci troviamo di fronte a qualcosa al di fuori della nostra esperienza, le nostre menti chiuse sentenziano queste storie come miti, anche di fronte a prove certe.

Shambhala

Diversi testi antichi provenienti da varie tradizioni, menzionano esseri provenienti da ‘un altro mondo’ che esistono all’interno del nostro.

Uno di questi mondi è Shambhala: un regno nascosto all’interno del nostro pianeta; un luogo che non capiamo e che è difficile da trovare.

È un luogo “Spirituale”

Secondo il Dalai Lama in un discorso tenuto nel 1985 durante le Iniziazioni Kalachakra:

“Anche se coloro dotati di speciale affiliazione sono in grado di viaggiare attraverso la loro connessione karmica verso Shambhala, tuttavia, questo non è un luogo fisico che possiamo effettivamente trovare. Possiamo solo dire che si tratta di una terra pura; una terra pura nel regno umano. E se non si ha il merito e l’associazione karmica attuale, non si può effettivamente arrivare lì.”

Ciò somiglia molto alle descrizioni dei principi spirituali, date da Platone e altri studiosi, che una volta guidavano Atlantis. Secondo Manly P. Hall, autore, storico, e Massone di 33° grado:

“Prima che Atlantis affondò, i suoi Iniziati, spiritualmente illuminati, capirono che la loro terra era condannata perché si era allontanata dal sentiero di luce e cosi si ritirarono dal continente malato. Portando con sé la dottrina sacra e segreta, questi Atlantidei si stabilirono in Egitto, dove diventarono i primi sovrani divini. Quasi tutti i grandi miti cosmologici che formano la base dei vari libri sacri del mondo si basano sui rituali dei Misteri di Atlantide.” – source

E secondo la moderna tradizione teosofica:

“Shambhala, tuttavia, anche se nessun Orientalista erudito sia ancora riuscito a localizzarla geograficamente, è una terra reale, la sede della più grande fratellanza di adepti spirituali e dei loro capi sulla Terra oggi. Da Sambhala, in certi momenti della storia del mondo, o più precisamente durante la nostra quinta razza, verranno fuori i messaggeri o inviati per il lavoro spirituale e intellettuale tra gli uomini.”

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Edwin Bernbaum, Ph.D, docente, autore, alpinista e studioso di religioni comparate e della mitologia, scrive che Shambhala è rotonda, ma raffigurata come un fiore di loto a otto petali, che è un simbolo del Chakra del cuore.

Nel suo libro The Way To Shambhala, si chiarisce anche che la strada non è chiara. Shambhala è un luogo fisico esistente nel regno umano, ma è anche un luogo dello spirito, un luogo soprannaturale, che molti credono esista all’interno di un’altra dimensione.

Michael Wood, un giornalista della BBC, sulla base della sua ricerca lo descrive come un regno perduto sepolto da qualche parte in Himalaya e scrive di come il nome Shambhala sia apparso per la prima volta in un testo noto come il Kalachakra tantra – o Ruota del Tempo dell’insegnamento.

Questa dottrina Kalachakra appartiene al più alto livello d’insegnamento del Mahayana Buddhist. Egli scrive che a Shambhala la gente vive in pace e armonia e fedelmente ai principi Buddisti. In questa terra, la guerra e il dolore sono completamente sconosciuti.Michael, un commentatore del tantra Kalachakra, si esprime così:

“La terra di Shambhala si trova in una valle. È accessibile solo attraverso un anello di cime innevate come i petali di un fiore di loto … Al centro vi è una rocca di cristallo alta nove piani che sorge su un lago sacro, e un palazzo ornato di lapislazzuli, corallo, pietre preziose e perle.”

Shambala è un regno in cui la sapienza dell’umanità è risparmiata dalle distruzioni e dalle corruzioni del tempo e della storia, pronta a salvare il mondo nel momento del bisogno.

La profezia di Shambala afferma che ciascuno dei suoi 32 re si regola per 100 anni. Come passano i loro regni, le condizioni del mondo esterno si deteriorano. Gli uomini saranno ossessionati dalla guerra e dal perseguimento del potere personale e il materialismo trionferà su tutta la vita spirituale.

Alla fine un malvagio tiranno emergerà per opprimere la Terra in un regno despotico di terrore; ma proprio quando il mondo sembra che si trovi sull’orlo della totale rovina e distruzione, le nebbie si solleveranno per rivelare le montagne ghiacciate di Shambala.

Allora il 32° re di Shambala, Rudra Cakrin, guiderà un potente esercito contro il tiranno e i suoi sostenitori durante un ultima grande battaglia saranno distrutti e la pace restaurata.

Chi si trova laggiù? Quali prove abbiamo?

Chi lo sa davvero? Leggende parlano di coloro che hanno vagato per la terra e mai tornati, o morti durante il viaggio, mentre più di recente, dei collegamenti sono stati fatti con il fenomeno UFO / extraterrestri.

Come ex astronauta della NASA e professore di fisica a Princeton, il Dr. Brian O’Leary ha detto: “Ci sono abbondanti prove che civiltà di altri mondi ci fanno visita da moltissimo tempo.”

Sulla base della mia personale ricerca sugli UFO ed extraterrestri, che si estende per più di 10 anni, storie di dischi volanti provenienti da dentro e fuori l’oceano sono abbastanza comuni.

Essi sono indicati come oggetti sottomarini ed i contattisti, il cui numero oggi si misura in milioni, parlano spesso di esseri esistenti all’interno del nostro pianeta; esseri spirituali; “esseri di luce” di grande intelligenza.

In aggiunta a queste voci, ci sono persone che affermano di aver realmente sperimentato questo posto. L’ammiraglio Richard Byrd, un ufficiale di alto rango della Marina degli Stati Uniti che ha ricevuto una medaglia d’onore, fu il primo uomo a sorvolare il Polo Sud, presumibilmente in viaggio verso la Terra Cava.

Nicholas Roerich (1874-1947), un noto esploratore russo, scrive che Shambhala si trovi nel nord. Ha viaggiato attraverso la Mongolia e la Cina ai confini del Tibet e dice che, durante una conversazione con un Lama, gli fu detto che:

“La grande Shambhala si trovi di gran lunga al di là dell’oceano. È il potente dominio celeste. Non ha nulla a che fare con la nostra Terra. Solo in alcuni luoghi dell’estremo Nord, si possono discernere i raggi splendenti di Shambhala”.

Il Lama ha anche detto:

“Shambhala è sempre vigile a causa del genere umano: egli vede tutti gli eventi della Terra nel suo ‘specchio magico’ e la forza del suo pensiero penetra sin nelle terre lontane. Innumerevoli sono gli abitanti di Shamhala. Numerose sono le splendide nuove forze e le realizzazioni che sono in preparazione lì per l’umanità.”

(Nicholas Roerich, Shambhala: Alla ricerca della nuova era, Rochester, VE: Inner Traditions, 1990) Sulla base della mia ricerca, se c’è un ingresso è in Antartide o in profondità all’interno delle diverse catene montuose, tra cui l’Himalaya. E un tema comune su Shambhala è che i suoi segreti sono ben custoditi e non può essere raggiunta se non si viene invitati.

Vuoi saperne di più?

La mia conoscenza su Shambhala è quasi nulla, ed è difficile trovare fonti credibili per le storie antiche come queste.

Un ottimo punto di partenza sembra essere il lavoro di Edwin Bernbaum che ha condotto ricerche e pubblicato riguardo una serie di argomenti, tra cui rari microfilm, rari testi tibetani in Himalaya, miti e leggende tibetane di valli nascoste, e il mito e l’arte lungo la via della seta della Cina occidentale.

Cosa sappiamo oggi sul nucleo terrestre?

La nostra attuale comprensione circa la composizione del nucleo della Terra è una teoria, basata su ipotesi, che viene insegnata come un fatto. La prova per la composizione del nucleo della Terra è decente, ma indiretta.

Non abbiamo i mezzi per il campionamento diretto del profondo interno della Terra; gli esseri umani (a quanto pare, se non siamo stati messi a conoscenza di tali informazioni) non sono stati in grado di accedere a quella parte del nostro pianeta.

Nessuno ha mai ‘visto’ l’interno del nostro pianeta, o di qualsiasi altro pianeta. Detto questo, noi abbiamo la strumentazione che può aiutarci a ‘vedere’ l’invisibile, ma la teoria del nucleo della Terra rimane solo questo, una teoria.

Forse l’idea della Terra Cava è una cosa dimensionale, ma molte grandi menti del passato fino ad oggi credono che ci sia qualcosa di non convenzionale sotto i nostri piedi.

Ad esempio, Leonhard Euler, matematico e fisico svizzero produttore di una grande porzione della moderna terminologia e notazione matematica, considerato uno dei più grandi matematici di tutti i tempi, con circa un migliaio di pubblicazioni all’attivo, credeva che la Terra fosse cava così come abitata.

by Arjun Walia

 

http://luniversovibra.altervista.org/la-terra-cava-secondo-lantico-buddismo-tibetano/

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MONTEPASCHI: DRAGHI SAPEVA. E AUTORIZZO’.

 

(mb. La crisi del Montepaschi ha le sue origini nella acquisizione di Antonveneta nel 2008 ad un prezzo demenziale.  L’avvocato italiano Paolo Emilio Falaschi, nell’interesse dei soci, ha prodotto la lettera con cui il governatore di Bankitalia – tale Mario Draghi – autorizzava e giustificava l’acquisto. Ben due procure,  pur avendo visto la lettera, hanno escluso “ogni responsabilità” di Bankitalia e di Draghi: prova di come le oligarchie inadempienti e le plutocrazie pubbliche in Italia si coprano l’un l’altra.

Però in Germania hanno letto l’articolo-rivelazione di Franco Bechis (uno dei migliori giornalisti economici) che qui sotto pubblichiamo, e ne hanno tratto una nuova arma nella loro guerra contro Mario Draghi alla BCE. Servirà a delegittimarlo  e a indebolirlo. Tipica storia italiana: tanto furbi da essere collettivamente scemi).

 

Di Franco Bechis

 

Mps, I Misteri Di Draghi E Il Giallo Sulla Commissione Jp Morgan

15 DIC , 2016

La lettera porta la data del 17 marzo 2008, e ha la firma dell’allora governatore della Banca di Italia, Mario Draghi. Oggetto: “banca Monte dei Paschi di Siena- Acquisizione della partecipazione di controllo nella Banca Popolare Antoniana Veneta”. E’ l’origine di tutti i guai dell’istituto senese che ancora una volta è appeso per salvare se stesso e le migliaia e migliaia di depositanti e risparmiatori all’aiuto che il nuovo governo guidato daPaolo Gentiloni potrebbe dare per decreto legge nei prossimi giorni.

draghi-montepaschi

Ma anche il passaggio successivo di Draghi desta qualche sorpresa rispetto alla tradizionale prudenza della Banca di Italia. Perché spiega come Mps avrebbe trovato quei 9 miliardi necessari all’operazione: “un aumento di capitale per 6 miliardi (di cui 1 miliardo con esclusione del diritto di opzione), l’emissione di strumenti ibridi e subordinati per complessivi 2 miliardi e il ricorso a un finanziamento ponte per 1,95 miliardi da rimborsare anche mediante cessione di assets non strategici”. Non solo Draghi descrive quel tipo di reperimento dei fondi, ma ne sposa la ratio, subordinando espressamente l’acquisto di Antonveneta “alla preventiva realizzazione delle misure di rafforzamento patrimoniale programmate, con specifico riguardo agli interventi di aumento di capitale e di emissione di strumenti ibridi e subordinati, in osservanza delle vigenti disposizioni normative in materia di patrimonio di vigilanza”.Attenzione, siamo nel 2008. Quindi proprio nel momento dell’esplosione della crisi finanziaria in tutto il mondo legata proprio all’emissione di quegli “strumenti ibridi e subordinati” che vengono raccomandati da chi aveva istituzionalmente la tutela della “sana e prudente gestione” delle banche italiane.

 

 

Ed è proprio quel passaggio che fa insorgere Elio Lannutti, presidente dell’Adusbef che si chiede ora “ Perché Bankitalia e Draghi favorirono quella rischiosa operazione, nonostante conoscessero dalle ispezioni, che MPS non avesse i conti in ordine dopo l’acquisto di Banca 121 (ex Banca del Salento) ad un prezzo proibitivo, lo scandalo di May Way e For You?” Secondo Lannutti “Draghi non era uno sprovveduto: oltre che Governatore di Bankitalia, era presidente del Financial Stability Forum, un organismo internazionale nato nel 1999 su iniziativa dei Ministri finanziari e dei Governatori delle Banche centrali del G7, per promuovere la stabilità finanziaria internazionale e ridurre i rischi del sistema finanziario”. Il numero uno di Adusbef si fa una domanda maliziosa: “Draghi autorizzò quella rischiosissima operazione con Antonveneta per non pregiudicare gli appoggi politici del PD e di ambienti di Forza Italia (allora al governo) tutti legati a Mps nel groviglio armonioso del ‘sistema Siena’, visto che avrebbero potuto ostacolare le proprie ambizioni alla presidenza della Bce?”

 

Malizie a parte, il giallo andrà chiarito e l’intera vicenda sarà discussa oggi in un seminario sul credito promosso dal gruppo M5s della Camera dei deputati. Dove qualcuno tenterà una ricostruzione anche degli ultimissimi fatti capitati. Cominciando dai colloqui avuti nei mesi scorsi sull’aumento di capitale Mps fra l’allora amministratore delegatoFabrizio Viola e Jp Morgan. Come ha raccontato Viola agli amici, tutto iniziò quando Jp Morgan chiese una commissione del 9 per cento come advisor dell’operazione. Pagamento che avrebbe dovuto pure essere anticipato. Il no di Viola fu di pochissimo precedente alla telefonata del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, con cui fu di fatto licenziato certo non all’insaputa di Matteo Renzi. Questa storia è ancora tutta da scrivere.

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THE GUARDIAN: GLI ECONOMISTI CI HANNO COMPLETAMENTE DELUSO – NON SONO MIGLIORI DEL MAGO OTELMA

 

Da The Guardian, riportiamo un veemente atto d’accusa agli economisti, che a fronte di previsioni sfacciatamente errate come quella sulla Brexit fanno ben poco per riformare la propria professione, preferendo scodinzolare di fronte ai propri finanziatori e continuare a coprire i loro impopolari interessi con la propria, sempre più vacillante, autorevolezza. L’articolo prende spunto dalla timida e assolutamente inappropriata ammissione di responsabilità sul fallimento della professione fatta il giorno prima da Andrew Haldane, capo economista della Bank of England.

di Simon Jenkins, venerdì 6 febbraio 2017

[nota del Traduttore: il titolo e il testo originali fanno riferimento all’astrologa e maga inglese Mystic Meg e ovviamente non al Mago Otelma, del quale, con tutto il dovuto rispetto per il Divino, presumiamo che i britannici non abbiano mai sentito parlare. Abbiamo ritenuto di cambiare il riferimento perché l’originale è parimenti sconosciuta in Italia.]

 

È ufficiale. I numeri sugli ultimi sei mesi mostrano che le previsioni di una immediata catastrofe innescata dalla Brexit, fatte dal ministero del Tesoro e dalla Banca d’Inghilterra, erano spazzatura. L’economista della Banca, Andrew Haldane, ieri ha ammesso che si è trattato di una ripetizione dell’incapacità di prevedere il crollo del 2008. È stato un altro “momento Michael Fish”, con riferimento a quando i meteorologi non riuscirono a prevedere l’uragano del 1987.

Haldane è ingiusto con Fish. L’Ufficio Meteorologico nel 1987 fu vittima di un piccolo colpo d’aria che deviò il percorso del ciclone verso nord rispetto alla direzione prevista, sopra l’Atlantico. E non aveva alcun interesse a sbagliare, non più di quanto la scienza dei sondaggi abbia interesse a sbagliare le previsioni sulle elezioni, cosa che fa sempre più spesso.

Le previsioni sulla Brexit facevano parte di una categoria diversa. È stato come il “dossier sospetto” dei servizi segreti sulle armi dell’arsenale di Saddam. Il giudizio degli esperti è stato distorto dalla politica, consciamente o inconsciamente hanno detto ciò che loro stessi o i loro finanziatori volevano sentire. Era scienza “accomodata”.

Le ragioni addotte dagli economisti per giustificare le loro previsioni sulla Brexit sono deboli. Non avevano tenuto conto dello “slancio intrinseco”, dei fattori internazionali né delle azioni correttive del governo. Si tratta sicuramente di una spiegazione insufficiente. La vera ragione è che il Progetto Paura, il tentativo orchestrato dal Tesoro di spaventare gli elettori per spingerli nel campo del Remain, ha logorato l’establishment politico e intellettuale. Ha distrutto il giudizio sugli scienziati sociali. Non ha solo fallito nel suo scopo di instillare paura, ma è sembrato avvalorare una ragione fasulla per votare Brexit – che tutti gli esperti sono dei riccastri bugiardi.

Dopo la débâcle del 2008, gli economisti accademici hanno fatto alcuni tentativi poco convinti per rispondere alla famosa domanda posta dalla regina alla LSE [London School of Economics, ndt], “Perché nessuno se ne è accorto?” Ma non c’è stata nessuna inchiesta ufficiale o professionale. Nessuno si è preso alcuna responsabilità o colpa per un errore di previsione che ha portato a un disastro nelle politiche economiche. A oggi, è diventato l’argomento giusto per un paio di battute nel seminario di un think-tank.

Ho studiato economia e rispetto i suoi tentativi di spiegare un mondo turbolento. Ma ognuno di questi fiaschi in una professione che pretende di essere scientifica dovrebbe essere seguito da un’indagine. L’economia è afflitta dall’esattezza spuria della matematica. Trascura il comportamento umano e scodinzola di fronte ai suoi finanziatori, nel governo e nel mondo economico. Le sue previsione sono utili quanto quelle del Mago Otelma e degli astrologi.

Prevedere un disastro economico potrebbe non essere cruciale quanto prevedere una guerra, ma le sue conseguenze possono essere enormi. L’essenza di ogni scienza è una implacabile autocritica. L’economia dovrebbe passare attraverso quello per cui sono passati i servizi segreti dopo l’Iraq. Si dovrebbe chiedere agli economisti, in pubblico, di spiegare come hanno potuto commettere un errore professionale così madornale.

 

http://vocidallestero.it/2017/01/08/the-guardian-gli-economisti-ci-hanno-completamente-deluso-non-sono-migliori-del-mago-otelma/

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La guerra segreta di Trump contro chi governa davvero l’America

images-20E’ sempre più interessante questo momento politico negli Usa. Non solo per le polemiche politiche quanto, soprattutto, per la capacità di Trump di spiazzare l’establishment, di rompere le regole non scritte che hanno accomunato dagli anni Ottanta a oggi il partito democratico e quello repubblicano.

Ho già spiegato in altre occasioni come funziona la democrazia americana: la rivalità tra i due partiti sui temi che contano – difesa, politica estera, finanza, globalizzazione – è più apparente che reale. Il sistema presidenziale ha funzionato in modo tale da garantire che alla fine si affrontassero due candidati – uno di destra e uno di sinistra – che, a dispetto dell’apparente fortissima rivalità, in realtà condividevano le scelte di fondo e l’appartenenza al ristretto establishment  che governa davvero l’America e che funziona come una sorta di “Rotary”: che vincesse il candidato progressista o quello conservatore poco importava, entrambi erano membri dello stesso club.

Le elezioni del 2016, invece, hanno segnato una rottura con questo schema perché alle primarie sono emersi ben due candidati in grado di strappare la nomination: Sanders tra i democratici e Trump tra i repubblicani. Sanders sono riusciti a fermarlo con i brogli nel partito democratico, che hanno costretto alle dimissioni il presidente del Partito Debbie Wasserman Schultz; con Trump hanno fallito, sebbene abbiano tentato in ogni modo di fermarlo. Ed è significativo che molti leader repubblicani si fossero schierati con Hillary Clinton durante l’ultima fase della campagna, a cominciare dalla famiglia Bush. Di fronte al rischio di perdere la Casa Bianca, l’establishment ha fatto saltare le apparenze: anche i repubblicani “mainstream” erano per Hillary. Come tutte le celebrities di Hollywood. Come tutta la stampa.

Demonizzare Trump, distruggere la sua immagine, attaccare la persona prima ancora delle idee, screditarlo in ogni modo. Questo era lo schema, peraltro già usato in passato e non solo negli Stati Uniti. Ma non è bastato.

trump-obamaTrump ha vinto. E non sembra intenzionato a recedere dai propri propositi. E’ un uomo che spiazza sempre. Lo ha fatto esternando la sua ammirazione per Putin per non aver risposto all’espulsione dei 35 diplomatici; ha continuato a ritenere non credibili le accuse di ingerenza russe nella campagna elettorale, smontando le accuse provenienti dall’Amministrazione Obama e dalla Cia.

Nell’ambito di questa polemica ha dimostrato un’ottima conoscenza delle tecniche di spin dentro le istituzioni, che è la forma più insidiosa di manipolazione delle notizie; perché viola un concetto fondamentale in democrazia: quello dell’autorevolezza e dell’attendibilità delle fonti che provengono dall’istituzione stessa. O meglio: abusa di questa autorevolezza per diffondere notizie che hanno l’aura della veridicità, che appaiono comprovate, e che invece sono strumentali, parziali e talvolta totalmente inventate.

Quando scrive in un tweet:

“Chiederò ai capi delle commissioni di Camera e Senato di indagare sulle informazioni top secret condivise con l’Nbc”.

facendo riferimento al rapporto d’intelligence per il presidente Barack Obama sugli attacchi hacker russi, a cui Nbc News ha avuto accesso in anticipo, in plateale violazione del segreto di Stato; accende un faro su una tecnica di spin doctoring diffusa e molto insidiosa. Chi conosce come viene gestita la comunicazione alla Casa Bianca, sa che questi non sono scoop giornalistici ma fughe pilotate e concordate al massimo livello. A cui Trump dice basta, rompendo ancora una volta la tacita consuetudine bipartisan, che induceva i due partiti a non indagare mai su quelle che talvolta erano vere e proprie frodi, come le motivazioni della guerra in Iraq.

Rapporto d’intelligence che, peraltro, ha rinnegato pubblicamente, parlando di “caccia alle streghe” e rompendo un altro tabù: mai nella storia recente americana un presidente si era permesso di mettere in dubbio il lavoro dei vertici dei servizi segreti, di cui non si fida e che intende ridimensionare nei primissimi mesi della propria presidenza. Salteranno tante teste e la struttura dell’intelligence verrà completamente rivista.

images-21Un’operazione di un’audacia senza precedenti. E che spiega il grande nervosismo di Obama e della ristretta élite che ha governato fino ad oggi l’America e il mondo. Non è un caso che proprio quell’establishment abbia tentato nelle ultime settimane di imporre la censura sul web, lanciando una campagna coordinata in più Stati, inclusa l’Unione europea e Italia, sempre prontissime nel recepire i desiderata di Washington  o meglio della Washington che sta uscendo di scena.

Il web ha permesso a Trump (e prima di lui al britannico Farage) di scardinare un sistema che sembrava perfetto e intramontabile. Per questo l’establishment globalista tenta, in un colpo di  di silenziare il web, usando qualunque pretesto: gli hacker russi, l’Isis, le fake news.

Non può riuscirci, non deve riuscirci.

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