L’Euro Uccide l’Europa

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L’Euro Uccide l’Europa

L’euro sta letteralmente uccidendo le nazioni e le economie dell’UE. Sin da quando è entrato in vigore il regime della moneta unica, che ha sostituito nel 2002 le monete nazionali nelle transazioni, il cambio fisso ha devastato le industrie negli stati periferici tra i 19 membri dell’eurozona, dando contemporaneamente un vantaggio spropositato alla Germania. La conseguenza è stata una (poco raccontata) contrazione industriale e l’impossibilità di risolvere la crisi bancaria. L’Euro è un disastro monetarista e la dissoluzione dell’UE adesso è pre-programmata come una semplice conseguenza.

Chi tra voi ha familiarità con le mie idee sull’economia, saprà che ritengo che l’intero concetto della globalizzazione, un termine reso popolare durante la presidenza di Bill Clinton per conferire fascino al programma corporativista che era appena giunto in essere con la creazione della World Trade Organization nel 1994, sia fondamentalmente un gioco distruttivo manipolato da poche centinaia di giganteschi “global player”. La Globalizzazione distrugge le nazioni per fare avanzare il programma di poche gigantesche multinazionali, sottratte a qualunque controllo. Si basa su una teoria screditata, stilata nel diciottesimo secolo dal promotore del libero commercio, l’inglese David Ricardo, nota come la Teoria del Vantaggio Comparativo, usata da Washington per giustificare la rimozione di qualunque barriera protezionistica al commercio al fine di beneficiare i potentissimi “Global Player” che normalmente hanno sede negli USA.

Il barcollante progetto statunitense noto come Trans-Pacific Trade Partnership o il Trans-Atlantic Trade and Investment Partnership, è qualcosa di più di un Mussolini dopato. Le più potenti, tra le centinaia di corporation, saranno formalmente al di sopra della legge, se noi siamo abbastanza stupidi da eleggere politici corrotti che appoggeranno idiozie di questo genere. Eppure, in pochi hanno davvero considerato l’effetto che sta avendo la rinuncia alla sovranità monetaria sotto il regime dell’Euro.

Crollo dell’Industria

Le nazioni di quella che oggi è ingannevolmente nota come l’Unione Europea seguono un’idea ratificata da un numero allora molto più piccolo di membri dell’Europa – dodici contro i ventotto stati di oggi – di quella che era stata la Comunità Economica Europea (CEE). Una versione europea della giganto-mania che ha fatto la sua comparsa durante la presidenza della Commissione della CEE del politico globalista francese Jacques Delors, quando ha formulato quello che allora venne chiamato l’Testo Unico Europeo del febbraio 1986.

Delors sovvertì il principio stabilito dal Francese Charles de Gaulle, quel principio a cui de Gaulle si riferiva come “l’Europa delle Patrie.” Il concetto di de Gaulle della Comunità Economica Europea-composta da sei nazioni, Francia, Germania, Italia e le tre del Benelux – era quello di una comunità nella quale si svolgevano incontri periodici dei premier delle sei nazioni del Mercato Comune. In questi incontri tra capi di stato eletti, si formulavano le politiche e venivano prese le decisioni. Un’assemblea eletta dai membri dei parlamenti nazionali valutava le decisioni dei ministri. De Gaulle vedeva la burocrazia della CEE a Bruxelles come un corpo puramente tecnico-amministrativo, subordinato ai governi nazionali. La cooperazione avrebbe dovuto basarsi sulla “realtà” della sovranità statuale. L’acquisizione sovranazionale di potere sulle singole nazioni da parte della CEE era anatema per de Gaulle, giustamente. Come per gli individui, così per le nazioni – l’autonomia è fondamentale e i confini contano.

Il Testo Unico di Delors si proponeva di sovvertire quell’Europa delle Patrie attraverso riforme radicali della CEE, aventi come scopo l’idea distruttiva che nazioni diverse, con storie diverse, culture e linguaggi diversi, potessero dissolvere i confini e divenire una sorta di ersatz [“sostituto”, in tedesco nell’originale] di Stati Uniti d’Europa, governate dall’alto dai burocrati non eletti di Bruxelles. Questa, nell’essenza, è un’idea corporativista mussoliniana, o fascista, di una burocrazia europea non democratica e non rispondente a nessuno, che esercita il suo arbitrario controllo sul popolo, sensibile soltanto all’influenza, alle pressioni e alla corruzione esercitate dalle corporation.

Questo programma era stato sviluppato dalle più grosse multinazionali d’Europa, la cui organizzazione di lobbying era la Tavola Rotonda degli Industriali Europei [European Roundtable of Industrialists (ERT)], l’influente gruppo lobbistico delle più importanti multinazionali europee (accessibile solo per invito personale) come la svizzera Nestlé, la Royal Dutch Shell, la BP, Vodafone, BASF, Deutsche Telekom, ThyssenKrupp, Siemens e altri giganti tra le multinazionali europee. L’ERT, ovviamente è la lobby che esercita le maggiori pressioni per l’adozione degli accordi del TIPP con Washington [in inglese].

L’ERT fu uno dei più influenti promotori delle proposte del Testo Unico di Delors nel 1986, che portarono a quel mostro di Frankenstein chiamato Unione Europea. L’idea che ne è alla base è la creazione di un’autorità politica centrale non eletta che decida del futuro dell’Europa senza nessun controllo o contrappeso democratico, un’idea genuinamente feudale.

Il concetto di Stati Uniti d’Europa, che dissolve identità nazionali che risalgono a mille anni or sono o ancora prima, si può fare risalire agli anni ‘cinquanta, quando nell’incontro del Gruppo Bildeberg del 1955 a Garmisch Partenkirchen, in Germania Ovest, si discusse per la prima volta la creazione tra le sei nazioni facenti parte della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio di una “valuta comune e… questo implicava necessariamente la creazione di un’autorità [in inglese]politica centrale.” De Gaulle non era presente.

Il progetto di creare un’unione monetaria venne svelato nel 1992 alla riunione della CEE a Maastricht, in Olanda, in seguito alla riunificazione della Germania. Francia e Italia, sostenute dalla Gran Bretagna di Margaret Thatcher, lo imposero contro le perplessità tedesche, al fine di “limitare il potere di una Germania unificata.” I Tory britannici fecero una campagna di stampa contro la Germania, dipinta come un “Quarto Reich” emergente, sul punto di conquistare l’Europa economicamente, non militarmente. Ironia della sorte, questo è quasi esattamente quello che di fatto si è verificato a causa delle strutture dell’Euro di oggi. A causa dell’Euro, la Germania domina economicamente i diciannove stati dell’Euro-zona.

Il problema con la creazione dell’Unione Monetaria Europea (EMU) prescritta dal Trattato di Maastricht, è che la moneta unica e la Banca Centrale Europea “indipendente” sono state lanciate senza essere legate ad una singola entità legale politica, dei veri Stati Uniti d’Europa. L’Euro e la Banca Centrale Europea sono creazioni sovranazionali che non rispondono a nessuno. Tutto è stato fatto in assenza di una vera e propria unione politica, come quella che si era creata quando tredici stati, con l’inglese come lingua comune e in seguito ad una guerra d’indipendenza combattuta assieme contro la Gran Bretagna, crearono ed adottarono la Costituzione degli Stati Uniti d’America. Nel 1788 i delegati dei tredici stati concordarono di stabilire una forma di governo repubblicana fondata sulla rappresentanza dei propri popoli, con la separazione dei poteri nei rami legislativo, giudiziario ed esecutivo. L’EMU no.

I burocrati dell’UE hanno un nome simpatico per questa disconnessione tra i funzionari non eletti della BCE, che controllano il destino economico dei 19 stati membri, e i 340 milioni di cittadini della cosiddetta Eurozona. Lo chiamano “deficit democratico.” Questo deficit è arrivato a livelli pantagruelici dalla crisi globale finanziaria e bancaria del 2008 e dall’affermarsi della Banca Centrale Europea non sovrana.

Crollo dell’Industria

La creazione della moneta unica nel 1992 ha imposto una camicia di forza economica agli stati membri dell’Euro. Non si può cambiare il valore della moneta per spingere le esportazioni nazionali in periodi di recessione come quella che è avvenuta a partire dal 2008. Il risultato è stato che la più grande potenza industriale nell’Euro-zona, la Germania, ha beneficiato della stabilità dell’Euro, mentre economie più deboli, alla periferia dell’UE, tra cui, va notato, la Francia, hanno subito conseguenze catastrofiche per la rigidità della sua quotazione.

In un recente report, il think-tank olandese, Gefira Foundation, riferisce che l’industria francese si è contratta da quando è stato adottato l’euro. “Non è stata in grado di riprendersi dopo le crisi del 2001 e del 2008 a causa dell’euro, una valuta più forte di quanto non lo sarebbe il franco francese, che è diventata un fardello per l’economia della Francia. I tassi di cambio variabili funzionano come indicatori della forza di un’economia e come stabilizzatore automatico. Una valuta più debole aiuta a riguadagnare competitività durante una crisi, mentre una valuta più forte, spinge al consumo di beni esteri [in inglese].”

Lo studio riporta che a causa della sua camicia di forza valutaria, la politica della BCE ha creato un Euro troppo forte nei confronti di altre monete per consentire alla Francia di mantenere le proprie esportazioni a partire dalla recessione economica del 2001. L’Euro ha causato l’aumento delle importazione in Francia perché la Francia non aveva la flessibilità del tasso di cambio, la sua industria “non è riuscita a riguadagnare competitività nei mercati mondiali dopo la crisi del 2001, così la sua industria sta lentamente morendo da allora.” Hanno perso lo strumento economico stabilizzatore di tasso di cambio [in inglese] variabile.

Oggi, secondo l’Eurostat, l’industria costituisce il 14.1% del valore aggiunto lordo. Nel 1995 era il 19.2%. In Germania è il 25.9%. La cosa che colpisce di più è stato il crollo di quella che una volta era una vivace industria automobilistica. Nonostante il fatto che la produzione mondiale di auto sia quasi raddoppiata dal 1997 al 2015 da 53 milioni a 90 milioni di veicoli l’anno, e mentre la Germania aumentava la propria produzione di vetture del 20% da 5 a 6 milioni, dal momento in cui la Francia è entrata nell’Euro nel 2002, la sua produzione di auto si è quasi dimezzata da quasi 4 milioni a meno di 2 milioni [in inglese].

Leggi di Euro Bail-in

La stessa camicia di forza dell’Euro sta impedendo un’efficace riorganizzazione del sistema bancario dell’Eurozona, nei guai dalla crisi del 2008. La creazione della Banca Centrale Europea, sovranazionale e non sovrana ha reso impossibile per i paesi membri dell’Eurozona di risolvere i propri problemi bancari, creatisi durante gli eccessi del periodo precedente al 2008. Il caso dell’Italia con la sua richiesta di fare un bailout di Stato della sua terza banca in ordine di grandezza, il Monte dei Paschi, è esemplare. Licenziamenti draconiani e chiusure hanno momentaneamente calmato il panico. Bruxelles ha rifiutato di consentire una misura di salvataggio da 5 miliardi di dollari da parte dello stato italiano nei confronti della banca, richiedendo invece che la banca si conformasse ad una nuova legge bancaria dell’UE, nominata “Bail-in.” Anche se magari non oseranno ancora applicare il bail-in in Italia, questo è già una legge dell’UE, e diventerà sicuramente il primo strumento utilizzato dal mai eletto Eurogruppo quando si sarà colpiti dalla prossima crisi bancaria.

Il bail-in, anche se suona meglio del bailout a spese dei contribuenti, richiede che i correntisti di una banca vengano derubati dei loro depositi per “soccorrere” una banca fallita, se Bruxelles o i non eletti dell’Eurogruppo decidono che una misura di questo genere sia necessaria dopo che i possessori di obbligazioni gli azionisti e i creditori non sono più in grado di affrontare le perdite. Le confische del bail-in sono state applicate alle banche di Cipro dall’UE nel 2013. I depositanti con più di 100.000€ sul conto hanno perso il 40% dei loro soldi [in inglese].

Se si è un correntista in, per dire, Deutsche Bank, e le quotazioni azionarie precipitano, com’è successo, e guai legali ne minacciano l’esistenza, e il governo tedesco si rifiuta di parlare di bailout, ma piuttosto lascia aperta la possibilità di un bail-in, si può essere sicuri che qualunque correntista con un conto i più di 100.000€ inizierà a cercare un’altra banca, peggiorando la crisi di Deutsche Bank.  Tutto il resto dei correntisti sarebbero quindi vulnerabili al bail-in nella stessa forma proposta inizialmente dall’Eurogruppo per le banche di Cipro.

Rinuncia alla Sovranità Monetaria

Sotto l’Euro e le regole dell’Eurogruppo e della BCE, le decisioni non sono più sovrane ma centralizzate, prese da burocrati senza volto non eletti democraticamente, come il Ministro delle Finanze olandese, Jeroen Dijsselbloem, Presidente dell’Eurogruppo.  Durante la crisi bancaria a Cipro, Djsselbloem ha proposto di confiscare tutto il denaro dei correntisti, piccoli o grandi, per ricapitalizzare le banche. È stato costretto a recedere all’ultimo minuto, ma questo dimostra cosa sia possibile nell’incombente crisi bancaria dell’UE, che è pre-programmata dalle carenti istituzioni dell’Euro e dalla sua fatalmente imperfetta BCE.

Sotto le attuali regole dell’Eurozona, in vigore da gennaio 2016, è proibito ai governi nazionali dell’UE di soccorrere con il denaro dei contribuenti le proprie banche, impedendo una risoluzione concertata dei problemi di liquidità bancaria prima che sia troppo tardi. La Germania ha adottato una legge di bail-in così come hanno fatto altri governi dell’UE. Le nuove regole di bail-in sono il risultato di direttive burocratiche da parte di burocrati anonimi della Commissione Europea, note come l’EU Bank Recovery and Resolution Directive (“BRRD [in inglese]”).

Nel 1992 quando le banche svedesi divennero insolventi per l’esplosione della bolla immobiliare, subentrò lo stato con Securum, un meccanismo di soccorso del tipo bad-bank/good bank. Le banche fallite vennero temporaneamente nazionalizzate. I crediti immobiliari in sofferenza vennero assegnati alla compagnia di stato, Securum, la cosiddetta bad bank. I banchieri a rischio vennero licenziati. Alle banche nazionalizzate, senza i crediti “cattivi”, venne consentito, sotto il controllo statale, di riprendere le attività creditizie e di tornare al profitto prima di essere nuovamente privatizzate quando la situazione economica tornò a migliorare. I crediti immobiliari in sofferenza divennero nuovamente fruttuosi con la ripresa economica in alcuni anni, e dopo cinque anni, lo stato poté rivendere con profitto i beni acquisiti e liquidare Securum [in inglese]. I contribuenti non vennero colpiti.

La BCE Impedisce la soluzione delle crisi bancarie

Adesso che l’UE affronta un nuovo ciclo di crisi di solvibilità bancaria, con banche come Deutsche Bank, Commerzbank e altre grandi banche dell’Eurozona che attraversano nuove crisi di capitali, a causa del fatto che l’UE non possiede il potere di tassazione centralizzato, non è possibile una nazionalizzazione o un intervento flessibile che faccia uso di denaro pubblico. Misure che diano del tempo alle banche sofferenti come la concessione di una moratoria temporanea su pignoramenti e sequestri per le persone che dovessero restare indietro coi pagamenti,  non sono possibili, visto che è stato ceduto il sistema di pagamento elettronico nazionale alle banche commerciali.

La Zona Euro non ha autorità fiscale centralizzata, quini soluzioni di questo genere non possono essere realizzate. I problemi del sistema bancario vengono risolti solo dalle autorità monetarie, dalle folli politiche della BCE di tassi di interesse negativi, il cosiddetto Quantitative Easing, con cui la BCE compra titoli spazzatura di debito privato e sovrano per infiniti miliardi di Euro, in un meccanismo di cui non si vede il termine, che contemporaneamente rende insolventi le compagnie assicurative e i fondi pensione.

La soluzione sicuramente non è quella proposta dal George Soros e dagli altri cleptocrati, cioè di dare al non eletto Super-Stato di Bruxelles l’autorità fiscale centrale per emettere gli Euro-bond. L’unica soluzione possibile, a meno di non distruggere le economie dell’intera Eurozona nella prossima crisi di solvibilità delle banche europee, è lo smantellamento di quel mostro di Frankenstein chiamato Unione Monetaria Europea, assieme alla sua BCE e alla sua moneta comune.

I singoli stati tra i 19 della Zona Euro non formano quella che gli economisti chiamano un’”area valutaria ottimale”, non l’hanno mai formata. I problemi economici di Grecia, Italia, o perfino della Francia, sono molto diversi da quelli di Germania, Portogallo o Spagna.

Nel 1997, prima della sua morte, uno degli economisti che amo di meno, Milton Friedman, ha dichiarato “l’Europa esemplifica una situazione sfavorevole per una moneta comune. È composta di nazioni separate, che parlano lingue differenti, con differenti costumi, e ha cittadini molto più leali e attaccati al proprio paese di quanto non lo siano al mercato comune o all’idea di Europa.” Da questo punto di vista, devo dire, aveva ragione. A maggior ragione oggi. L’Euro e la sua Banca Centrale Europea stanno assassinando l’Europa con la stessa efficacia della Seconda Guerra Mondiale, ma senza bombe né macerie.

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Articolo di F. William Engdahl pubblicato il 12/11/2016 su New Eastern Outlook

Traduzione in italiano a cura di Mario B. per Sakeritalia.it

[le note in questo formato sono del traduttore]

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TELEGRAPH: AEP INTERVISTA CLAUDIO BORGHI

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Sul Telegraph Ambrose Evans Pritchard intervista Claudio Borghi, in cui vede il possibile ministro delle Finanze di un governo prossimo futuro, nato per portare l’Italia fuori dall’euro. Un governo incentrato su un’alleanza di scopo tra Lega Nord, Movimento Cinque Stelle e altri gruppi più piccoli. Tutti uniti dalla consapevolezza che senza una moneta propria valutata correttamente ogni sforzo di uscire dalla crisi in Italia è inutile. Anche se è molto dubbia la reale volontà del M5S di voler uscire dall’eurozona, la sola prospettiva di Claudio Borghi ministro dell’economia è sufficiente ad atterrire gli eurocrati di Bruxelles, e permette di iniziare a ragionare compiutamente sulle eventuali conseguenze. 

 

di Ambrose Evans Pritchard, 6 dicembre 2016

 

La prospettiva – un tempo improbabile e remota – di un governo anti-euro in Italia sta improvvisamente trasformandosi in una possibilità reale, che nel giro di settimane minaccia di scuotere l’Unione Europea fino alle sue fondamenta.

Gli eventi in Italia si stanno evolvendo alla velocità della luce. Diversi personaggi chiave nel Partito Democratico del premier Matteo Renzi si sono uniti al coro di chi richiede elezioni anticipate già a febbraio, per impedire che il Movimento Cinque Stelle prenda in mano l’iniziativa politica dopo la vittoria nel referendum dello scorso fine settimana.

Matteo Renzi  non ha ancora scoperto le sue carte, ma i suoi più stretti collaboratori dicono che è tentato di giocarsi il tutto e per tutto su un voto veloce, puntando sul fatto che gode ancora di un sostegno sufficiente a cavarsela per il rotto della cuffia, in un contesto spaccato da molti punti di vista, e sul fatto che i suoi avversari non sono pronti ad affrontare le elezioni.

Questa mossa potrebbe facilmente scappargli di mano, aprendo la strada a un’alleanza tattica tra Movimento Cinque Stelle e Lega Nord, più una manciata di piccoli gruppi, tutti in diverso modo critici nei confronti dell’euro.

L’uomo indicato come possibile ministro delle Finanze di qualsivoglia costellazione di ribelli è Claudio Borghi, ex broker per Merrill Lynch e Deutsche Bank, e ora professore presso l’Università Cattolica di Milano (Claudio Borghi ha rinunciato all’insegnamento con l’inizio del suo impegno in politica, ndVdE).

“Stiamo arrivando al punto in cui l’Italia deve prendere la vera decisione: siamo per o contro l’Europa?” ha detto al Telegraph .

“Quello che sta emergendo è una lista di quattro partiti o gruppi che hanno una cosa in comune: siamo tutti d’accordo che nulla è possibile fino a quando non usciamo dall’euro.”

“L’Europa ci ha condotto a una depressione peggiore di quella del 1929 e ha portato interi popoli, come i Greci, a essere spezzati e umiliati, tutto per mantenere in piedi lo strumento infernale che è l’euro. Questo completo disastro è stato mascherato con una catena di menzogne, gridate a voce sempre più alta per la paura che il colossale danno fatto venga scoperto”, ha aggiunto.

Claudio Borghi ha dichiarato che il risultato dirompente di 59 a 41 nel referendum è uno shock per i potenti interessi costituiti italiani, o “poteri forti”. “Sono assolutamente terrorizzati perché nessuno dei loro strumenti di controllo funziona più,” ha detto.

“Hanno investito un enorme prestigio nella campagna. Confindustria, le camere di commercio, e tutte le grandi aziende in Italia erano per il sì. Hanno detto che le banche sarebbero crollate, che avremmo perso tutti i nostri risparmi, e che avremmo scatenato l’inferno se avessimo votato no, ma non ha funzionato. È stato un “Brexit reloaded”, ha detto.

Il professor Borghi ha detto che l’uscita dall’euro potrebbe essere caotica, ma che ci sono modi per mitigarne gli effetti, in primo luogo creando e facendo circolare nella vita quotidiana una moneta parallela.

“Il Tesoro italiano ha 90 miliardi di euro di arretrati sui contratti. Questi potrebbero essere pagati con buoni del tesoro emessi per un minimo di 50, 20, 10, o anche 5 euro, dandoci il tempo di creare un seconda valuta. Quando arriva il momento, possiamo quindi passare alla nuova moneta. Può essere fatto elettronicamente. Non abbiamo nemmeno bisogno di stampare”, ha detto.

Claudio Borghi ha detto che l’opzione più pulita sarebbe che fosse la Germania a lasciare la zona euro. Se questo è impossibile, l’Italia può approvare una legge per convertire dall’oggi al domani il proprio debito in lire – o in fiorini, come preferisce chiamare la nuova moneta, rifacendosi ai giorni dell’ascesa di Firenze sotto i Medici.

“Le perdite si sposterebbero sulle banche centrali nazionali attraverso il sistema Target2,” spiega. Ciò significa che la Banca d’Italia restituirebbe 355 miliardi di passività alle altre banche centrali della zona euro (principalmente la Bundesbank) in lire svalutate. La Bundesbank si troverebbe ad affrontare immediatamente una perdita di valore contabile dei propri crediti – che interesserebbe 700 miliardi di euro, nel caso probabile che l’uscita dell’Italia portasse a un ritorno generale alle valute nazionali.

Queste somme però sono in un certo senso una finzione contabile. Il banco di prova è stato lo sganciamento del cambio del franco svizzero dall’euro nel gennaio 2015. Quando il franco si è rivalutato la Banca nazionale svizzera ha subito una grande perdita teorica sul suo debito nei confronti della zona euro, ma nessuno ha fatto una piega.

La scommessa è che le grandi somme tenute dagli italiani nelle banche di Londra, New York, Parigi, o Monaco, o nelle cassette di sicurezza in Svizzera, rientrerebbero nel sistema non appena si calmassero le acque e l’Italia tornasse al cambio flessibile. Gli investitori stranieri vedrebbero l’Italia con un futuro di competitività molto maggiore.

“Non vedo all’orizzonte nessun disastro. Non c’è modo di schiacciare la nostra moneta, visto che abbiamo un surplus commerciale. Se avessimo un tasso di cambio più debole avremmo un surplus ancora più grande”, dice Borghi.

Per gli euroscettici italiani un ritorno alla lira sarebbe una liberazione, dopo quindici anni di decadenza economica, che ha svuotato il nucleo produttivo del Paese. La produzione industriale è scesa ai livelli del 1980. Il PIL reale pro capite è sceso del 13% rispetto al suo picco massimo.

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Un report di questa settimana dell’ ISTAT mostra che il numero delle persone a rischio di povertà ed esclusione sociale l’anno scorso è salito al 28,7%, con un nuovo picco del 46,4 % nel Sud, e 55% in Sicilia – l’epicentro del no nel voto al referendum.

Uno studio di Mediobanca ha rilevato che il tasso di crescita in Italia ha ricalcato quasi esattamente quello della Germania per quasi trent’anni. Il percorso è cambiato con l’avvento dell’euro, che impedendo le svalutazioni ha portato a una perdita lenta, ma fatale, della competitività del lavoro – come un’aragosta bollita viva in una pentola.

La situazione è stata aggravata dalla contrazione fiscale e monetaria della zona euro tra il 2010-2014, un errore strategico che ha provocato la crisi del debito nell’UEM e ha portato a una doppia recessione. Questa a sua volta ha spinto l’Italia oltre il limite, spingendola in una crisi bancaria.

Uscire dall’euro darebbe al Paese la libertà di gestire i suoi conti pubblici per uscire dalla trappola della deflazione, e di salvare il suo sistema bancario con una ricapitalizzazione condotta dallo Stato, secondo l’esempio del programma TARP negli Stati Uniti – un’azione oggi proibita dalle leggi comunitarie sugli aiuti di Stato, a meno che l’Italia non accetti di sobbarcarsi i provvedimenti draconiani di un bail-out europeo (quello che ha avuto così buoni risultati in Grecia, ndVdE).

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Il professor Borghi dichiara che le nuove regole europee del “bail-in” devono essere spazzate via. “Non appena inizi a travolgere i risparmiatori e gli obbligazionisti – che non hanno tenuto comportamenti rischiosi – stai dicendo alla gente che i loro soldi in banca non sono al sicuro”, dice.

“Tutta quello che l’UE ha ottenuto è un crollo dei titoli bancari italiani dell’85% dallo scorso novembre. Bisogna intervenire per salvare il sistema bancario in crisi, altrimenti tutto sarà distrutto”, ha detto.

Il professor Borghi è responsabile della strategia economica per la Lega Nord, un partito collocato a destra, ma ciò che sta emergendo è un’alleanza tattica tra il suo partito e il Movimento Cinque Stelle, anche se questo ha più cose in comune con la sinistra. I due insieme nei sondaggi raggiungono il 44%. I loro economisti stanno lavorando insieme in quella che sta diventando una compatta scuola di euroscettici.

Fin dalle origini il Movimento Cinque Stelle è sempre stato ostile a stringere patti con qualsiasi altro gruppo, dato che considera l’intero sistema politico in Italia come marcio fino al midollo. Ma Grillo dice che il partito si sta avvicinando al potere e deve essere pronto a scendere a compromessi. “Siamo in una spirale che porta verso il governo”, ha detto.

Il professor Borghi non si fa illusioni che la sola uscita dall’euro dell’Italia possa risolvere i suoi problemi, che hanno radici profonde, ma l’”Italexit” è una condizione necessaria. “Sarà dura, ma senza la nostra moneta valutata correttamente non saremo mai in grado di fare nulla, per quanto ci sforziamo con ogni mezzo,” conclude.

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IL TERREMOTO ITALIANO: L’ANALISI DI HEINER FLASSBECK SUL REFERENDUM


All’indomani del referendum costituzionale italiano, Heiner Flassbeck analizza su Makroskop  cause e conseguenze del voto. Per l’Unione monetaria è in arrivo un vero e proprio terremoto, del quale le élite sembrano voler evitare a tutti i costi di prendere coscienza. Al contrario, il probabile sostegno europeo e tedesco a un governo tecnico, destinato a  portare avanti le “consuete” politiche neoliberiste, non farà che rendere ancora più instabile la situazione politica e favorire le destre nazionalistiche.

di Heiner Flassbeck, 05.12.2016

traduzione di Giuseppe Vandai, fondatore di RISORSE – Associazione per capire meglio l’economia.

Le elezioni in Austria e Italia hanno avuto esiti diversi ma, alla luce dell’attuale crisi europea, in entrambi i casi ci saranno serie conseguenze. Chi nemmeno ora comprende che senza radicali e immediate misure di sostegno l’edificio europeo rischia di crollare, è un folle.

Se la terra trema, spesso se ne sentono gli effetti anche a distanza di migliaia di chilometri, mentre le scosse di assestamento per lo più si notano poco. Quando la terra trema dal punto di vista politico, vale invece spesso il contrario: gli effetti immediati sono piccoli, mentre le scosse di assestamento hanno di solito effetti devastanti.

E il suolo politico, ieri sera (domenica 4 Dicembre, ndt), ha tremato contemporaneamente due volte. Dapprima c’è stato un piccolo terremoto a nord delle Alpi. Più tardi, a sud, la terra ha tremato con violenza, con un’intensità tale che la scala Richter non può ancora registrare. In Austria ha raccolto il 48% dei voti il rappresentante di un partito che considera l’Europa del Sud una zona fallimentare, che ha come unico obiettivo quello di sottrarre alle nazioni del nord i soldi guadagnati onestamente. Eppure, molti “bravi europei” si rallegrano che il candidato di questo partito non abbia raggiunto il 51% e interpretano questo evento come il primo segnale di luce in fondo al tunnel “populista”. Che invece ciò possa rappresentare il treno che arriva sfrecciando dalla direzione opposta, non lo vogliono nemmeno prendere in considerazione.

In Italia ha perso le votazioni in modo clamoroso un presidente del consiglio che a buon diritto si poteva definire come l’ultima speranza europea. Sebbene non eletto dal popolo, Matteo Renzi incarnava la speranza del “tutto andrà bene” con cui la classe politica del nord si imbellettava per non sentire l’odore di putrefatto che si va diffondendo da tempo. Renzi, invero, ha cercato continuamente di sottrarsi al pungiglione tedesco, ma è rimasto per lo più nel limite del simbolico, preferendo invece imboccare il lungo cammino delle “riforme strutturali”, verosimilmente senza aver mai capito che pure quella strada, anche senza il rifiuto del popolo, portava alla perdizione (come spiegato qui)

 A Nord si spera adesso che in Italia nasca un “governo tecnico”. Si fa affidamento su individui che si ritiene abbiano una migliore comprensione di quel che c’è da fare per scongiurare all’ultimo secondo il crollo dell’edificio europeo; una comprensione di sicuro migliore rispetto a quella di governi democraticamente eletti.

Ma di che genere di esperti stiamo parlando?

Esperti in “riforme strutturali” che, contro ogni logica macroeconomica, potrebbero dirigere il Paese sul sentiero della crescita? Si pensa forse al ministro del tesoro italiano Pier Carlo Padoan, che, quale ex rappresentante del Fondo Monetario Internazionale e quale ex capo economista dell’OCSE, conosce bene il da farsi per riformare un Paese con misure sul lato dell’offerta? C’è forse ora la necessità di un’agenda economica radicalmente neoliberista alla François Fillon per rendere il Paese finalmente capace di stare in Europa?

Quello che non si è in grado di afferrare, né in Francia né in Italia, (e dico “non si è in grado” a ragion veduta, dopo molte esperienze dolorose delle settimane scorse) è il dato di fatto che la Germania, con la sua politica economica, fin dall’inizio dell’unione monetaria, ha impostato proprio questa strada. L’unico modo per riformare con successo un paese sul lato dell’offerta passa per il miglioramento della sua capacità concorrenziale, passa cioè per il neo-mercantilismo e la politica del beggar-my-neighbour. Ma proprio la Germania ha ostacolato perfino questa via con il proprio mercantilismo. Poiché il vantaggio competitivo assoluto che il Paese tedesco si è indebitamente procurato con il suo dumping salariale nei primi anni dell’unione monetaria è così grande, che nessun Paese (a parte forse una nazione atipica come l’Irlanda) può migliorare la propria competitività senza passare attraverso l’inferno di massicci tagli ai salari, innescando così una profonda recessione e aumentando la disoccupazione in modo drammatico. Chiunque, partendo dal centro del panorama politico, tentasse di farlo, alle elezioni seguenti verrebbe bruciato senza appello dalle forze della destra nazionalistica.

Inoltre, la decisione della Germania, che insiste per motivi puramente ideologici sulle regole del patto di crescita e stabilità, di bloccare qualsiasi via d’uscita dalla crisi dal lato dell’offerta, ha semplicemente cancellato l’unica via d’uscita dalla crisi possibile. [Per lo stesso Thomas Fricke,( uno dei pochi giornalisti economici tedeschi corretti e informati, ndt) il ruolo decisivo della Germania sul tema “politiche dell’offerta” è ancora tabu].

La completa mancanza di vie d’uscita dalla crisi europea porta direttamente al nazionalismo. Non è perciò un’esagerazione affermare che la Germania è direttamente responsabile del nazionalismo nel Sud Europa. Quello del Nord lo ha sulla coscienza in via indiretta, poiché, proprio negando ogni colpa da parte tedesca e austriaca, si apre la strada ai partiti di destra che sostengono sfacciatamente che i lazzaroni del Sud sarebbero a carico di noi settentrionali, efficienti e produttivi.

A questo punto basta solo far mente locale su quanto sia autoassolutorio il modo in cui la classe politica e i media tedeschi trattano la questione europea e le colpe della Germania, per capire quanto è grande, nell’insieme dell’Europa, la babilonica confusione sui fatti reali. Spiegare i contesti e le connessioni in modo tale da permettere alla classe politica di fare almeno alcuni passi in avanti nella direzione giusta, è un compito di dimensioni erculee. Il terremoto italiano, così come l’ascesa del nazionalismo austriaco, si sarebbe potuto evitare con poca più lungimiranza e comprensione. Ma lungimiranza e comprensione non sembrano qualcosa che il complesso politico-mediatico, tedesco ed europeo, sia in grado darci.

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RUSSIA: PUTIN VARA LA NUOVA DOTTRINA SULLA SICUREZZA DELLE INFORMAZIONI

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La Dottrina sulla Sicurezza delle informazioni, introdotta oggi in Russia con un decreto del presidente Vladimir Putin, crea un quadro concettuale nel campo dell’informazione internazionale. E’ questo il parere espresso dal presidente della Commissione parlamentare temporanea per le relazioni con i media, il senatore Aleksej Pushkov.

“I paesi occidentali, che hanno avuto per molto tempo un monopolio sulle informazioni in tutto il mondo, stanno ora cercando di introdurre una censura globale, tuttavia, la Russia ha sviluppato i propri mezzi per fornire informazioni sulla scena internazionale, e la dottrina è stata progettata per creare un quadro di riferimento in tal senso”, ha dichiarato il senatore, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa russa “Tass”. Pushkov ha aggiunto che attualmente le informazioni influiscono sulla sicurezza pubblica. “Attraverso i media e l’influenza sull’opinione pubblica è possibile raggiungere determinati obiettivi politici, che non possono essere raggiunti in altri modi”, ha affermato il parlamentare russo. A questo proposito, a suo parere, l’emergere della dottrina delle informazioni è di grande attualità.

Secondo la dottrina emanata oggi da Putin, uno dei principali fattori che influenzano lo stato di sicurezza delle informazioni è l’emergere in un certo numero di paesi esteri della possibilità tecnologica di influire sulle infrastrutture informative russe per scopi militari. Il miglioramento del sistema di sicurezza delle informazioni delle Forze armate russe è una delle direzioni per la nuova Dottrina sulla sicurezza delle informazioni.

“In conformità con la politica militare della Federazione Russa, le direzioni principali della sicurezza delle informazioni nel settore della difesa sono: il miglioramento del sistema di garanzia della sicurezza delle informazioni delle Forze armate della Federazione Russa, degli altri corpi, formazioni militari, compresi i mezzi e le risorse della guerra dell’informazione”, si legge nel testo normativo, diffuso attraverso il sito web per le informazioni legali. Il decreto, che entra in vigore al momento della firma, sostituisce il precedente atto del presidente emanato in data 9 settembre 2000.

Di recente il governo russo ha già mosso passi nella direzione del rafforzamento della sicurezza delle strutture di potere rispetto a fughe di notizie o infiltrazioni di informazioni. Dal prossimo aprile i dipendenti delle istituzioni pubbliche saranno tenuti a fornire ai superiori informazioni relative ai propri account personali sulle pagine web e sui blog in social network e forum. L’innovazione, ancora non applicata, è stata introdotta dal punto di vista normativo a luglio, con l’aggiunta di un nuovo articolo alla legge “sul servizio dello Stato Civile”. La declassificazione dei propri account su Internet sarà obbligatoria, pena il licenziamento.

Il nuovo quadro normativo si inserisce in un contesto internazionale nel quale i principali attori si accusano a vicenda di utilizzare in modo aggressivo il mondo delle informazioni. Di recente il portavoce del presidente russo, Dmitrij Peskov ha espresso preoccupazione per l’atteggiamento dell’Occidente nei confronti dei media russi e le restrizioni sulla libertà di parola. “Certo, genera grande preoccupazione la tendenza ad attacchi contro i media, la restrizioni di fatto delle libertà dei media, della libertà di parola. E ciò, naturalmente, contraddice il senso comune di democrazia, la libertà di ricevere informazioni. Naturalmente, si tratta i tentativi di limitare il pubblico in alcuni paesi occidentali nel proprio diritto di ricevere informazioni alternative rispetto a quello che è considerato come fonte unica di verità. Ciò è soggetto, naturalmente, ad una discussione seria”, ha dichiarato Peskov, in risposta ad una domanda dei giornalisti su eventuali azioni di Mosca in merito alla risoluzione adottata il 23 novembre dall’Europarlamento sulla “propaganda della Russia e delle organizzazioni islamiche contro l’Ue”. La risoluzione approvata ieri dal Parlamento europeo 304 voti a favore, 179 contrari e 208 astensioni, accusa la Russia di ricorrere alla propaganda e alla disinformazione per “distorcere la verità, creare paura, provocare dubbi e dividere l’Unione europea”.

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JUNCKER CONDANNA COME “IRRESPONSABILI” GLI ELETTORI ITALIANI CHE HANNO VOTATO NO AL REFERENDUM COSTITUZIONALE

Il britannico Express commenta la reazione del presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, alla vittoria del NO nel referendum costituzionale italiano. In una pervicace negazione della realtà, Juncker continua a parlare di irresponsabilità e populismo degli elettori del NO e però confida che alla fine il popolo “si renderà conto” che essere dentro la UE è una buona cosa.
(Di fronte a queste uscite delle istituzioni europee, quale 
migliore risposta di una distaccata ironia…)

 

di Rebecca Perring, 06 dicembre 2016

Jean-Claude Juncker ha decretato che gli elettori italiani che hanno votato “NO” al referendum costituzionale sono degli irresponsabili, e si è spinto a mettere in discussione il loro buon senso.

Ma il disperato boss di Bruxelles è ancora aggrappato al sogno del progetto europeo, quando afferma che “la gente si renderà conto che stiamo meglio se stiamo insieme“.

L’eurocrate capo ha fatto una serie di cupe osservazioni a seguito del risultato del referendum italiano, risultato che ha ulteriormente destabilizzato il già pericolante progetto dell’Unione europea.

Il duro verdetto del referendum, che ha portato il primo ministro italiano Matteo Renzi a presentare le dimissioni dopo che l’Italia ha votato contro la sua proposta di riforma costituzionale, si avvia a spianare la strada agli euroscettici del Movimento Cinque Stelle.

La loro ascesa rappresenterebbe una spinta per il paese verso l’uscita dall’eurozona,  farebbe crollare l’euro e metterebbe in dubbio tutte le politiche economiche.

Dopo la sconfitta di Renzi, Juncker si è espresso così: “Il risultato italiano è una delusione, c’era la possibilità di rendere il paese efficiente e l’hanno sprecata. Viviamo in tempi pericolosi.”

Alla televisione pubblica olandese NPO ha detto: “Gli elettori del NO, i populisti, pongono dei quesiti ma non danno alcuna vera risposta.

A volte pongono le giuste domande, ma non hanno le risposte giuste. I populisti non si assumono responsabilità.

Le sue accuse sono giunte dopo aver sottolineato come alcuni leader euroscettici siano stati coinvolti nelle trattative per portare la Gran Bretagna fuori dal malridotto blocco europeo.

Ad ogni modo, nonostante i suoi commenti sensazionalisti, il presidente della commissione Ue non ha perso le speranze sul futuro dell’unione, e ha detto che il progetto sopravviverà.

Ha aggiunto: “Credo che alla fine dei conti prevarrà il buon senso europeo. La gente si renderà conto che stiamo meglio se stiamo insieme.

I commenti di Juncker arrivano dopo che una serie di politici di destra hanno esultato per la decisione dell’Italia e hanno acclamato la vittoria del NO come la fine della crisi della Ue.

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NAZIONALIZZARE, SALVARE E RIVENDERE MPS, CARIGE, BANCHE VENETE, BANCA ETRURIA & SORELLE E’ UN GRANDE AFFARE PER L’ITALIA

ilnord

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martedì 6 dicembre 2016

Ricordate le previsioni degli analisti “qualificati” prima del referendum qualora avesse vinto  il NO? Crollo della borsa, spread alle stelle, siccità, carestia, morte dei primogeniti e per finire inabissamento dell’Italia nel Mediterraneo come una novella atlantide. Permetteteci la battuta, perché per l’ennesima volta, dopo brexit ed elezioni USA, le previsioni terroristiche degli analisti sono state brutalmente smentite dai fatti.

Un solo esempio: alle ore 12.35 del 6 dicembre, lo spread BTp bund è di poco superiore a 157 punti, contro i 187 del 2 dicembre.  Guarda un po’: anziché salire in caso di vittoria del NO, è sceso. E la borsa? Alla stessa ora segna un +1,53%.

I catastrofisti filo Ue, persa anche questa battaglia, si sono ora concentrati sul “problema banche” e sul rischio di bail in di MPS, dato che al momento l’aumento di capitale è stato congelato. Un intervento dello stato viene visto come molto probabile, magari a supporto della conversione delle obbligazioni subordinate, che dovrebbe comunque essere obbligatorio.

La Ue e la germania premono per una soluzione di mercato, leggasi tosatura di obbligazionisti e correntisti, dimenticandosi a che suo tempo le banche tedesche hanno beneficiato di aiuti statali ben maggiori di quelli concessi dallo stato italiano: per essere precisi, il salvataggio delle banche tedesche è costato alla Germania qualcosa come il 10% del Pil! Ma, si sa, i tedeschi sono più uguali degli altri e quello che è consentito a loro deve essere negato agli altri, nella Ue formato IV reich.

Ora, immagino già le lamentele dei sacerdoti del libero mercato contro un eventuale intervento pubblico a salvataggio delle banche italiane infarcite di crediti deteriorati, frutto per la maggior parte della crisi innescata dalle folli politiche attuate dagli ultimi tre governi: “il mercato deve autoregolarsi, è la selezione naturale, non si può vincolare il libero mercato” e via di questo passo.

Peccato per loro che proprio nella patria del libero mercato, il Regno Unito che ha dato i natali ad Adam Smith, le banche siano state nazionalizzate dal governo, risanate e successivamente rimesse sul mercato con un guadagno per le casse pubbliche di 14 miliardi di sterline. Sì, avete letto bene: lo stato inglese ha guadagnato 14 miliardi di sterline a seguito della vendita delle banche precedentemente nazionalizzate per evitarne il fallimento.

Analogo discorso è avvenuto negli USA, dove il governo federale  spese 426,4 miliardi di dollari per salvare banche ed assicurazioni e ne incassò 441,7 con un guadagno di 15!

Ma tu guarda, gli stati liberisti per definizione hanno nazionalizzato (parola tabù per i neoliberisti in salsa ue) le banche per evitarne il fallimento, le hanno risanate e le hanno vendute guadagnandoci.

Quindi, cosa ci sarebbe di così scandaloso se lo facesse anche lo stato italiano con le banche messe in difficoltà dai crediti incagliati che, è bene ricordarlo, in larga misura sono diretta conseguenza delle stesse politiche economiche dei governi che si sono succeduti negli ultimi anni?

Certo, le norme Ue ce lo vietano, ma è altrettanto utile ricordare che queste norme sono state fatte DOPO che la Germania ha messo in sicurezza le proprie banche con un pesantissimo intervento di denaro pubblico, ben maggiore, in termini di percentuale del pil, di quello che sarebbe necessario in Italia, ovvero solo 1%.

A questo punto non si capisce perché lo stato italiano non dovrebbe fare ciò che ha fatto la Germania, senza chiedere permesso a nessuno e, soprattutto, senza chiedere l’intervento del fondo salva stati che consegnerebbe il paese nelle mani della troika.

Il buon senso ci dice che lo stato deve intervenire nazionalizzando le banche in difficoltà, risanarle e poi rimetterle sul mercato, vediamo se la politica saprà seguire il medesimo percorso virtuoso compiuto da USA e Regno Unito o se per l’ennesima volta sarà succube dei diktat tedeschi.

E adesso, parliamo di soldi. Quanto varrebbe MPS se fosse risanata? E’ una delle pochissime banche sistemiche nazionali, è ben presente in tutta Italia, soprattutto al centro-nord produttivo, e se fosse liberata dal pericolo dei crediti marci, ovvero con una nazionalizzazione che la farebbe diventare al 100% dello stato – ora lo è solo al 10% – sarebbe facilmente cedibile ad un prezzo prossimo ai 20 miliardi du euro. L’operazione oggi costerebbe allo stato non più di 5 miliardi per la ricapitalizzazione e altrettanti per la garanzia di una cessione tranquilla e con assoluto margine di recupero degli NPL. Volendo proprio esagerare, lo stato potrebbe investirci fino a 15 miliardi in totale con la ragionevole certezza di recuperare e guadagnare dopo il salvataggio almeno quanto speso.

Ora passiamo alle altre banche che secondo il  Financial Times col NO referendario vittorioso sarebbero fallite immediatamente. Non è accaduto, ma non è questo il punto. Il punto è che Carige, Pop.Bari e le banche venete aggiungendovi anche le 4 asfittiche banche “rinnovate” dopo il disastro Etruria & sorelle – tutte assieme – volendo nazionalizzarle cancellando il rischio crediti marci equivarrebbero a una spesa per lo stato non superiore ai 5 miliardi a cui aggiungerne 5 di garanzie sugli NPL. Tutte queste banche – risanate – varrebbero mediamente 2 miliardi l’una, cedute al 100%. E sarebbero un ottimo affare per lo stato.

Ecco, quindi la messa in sicurezza dell’intero comparto bancario italiano NON avrebbe costo per lo stato se segue lo schema suddetto, che è il medesimo che fu seguito da Germania, Gran Bretagna, ma anche Olanda e Belgio, rimanendo in Europa.

E allora basta ricatti, basta minacce delle oligarchie parassitarie di Bruxelles che hanno in pugno la Ue. Facciamolo e che non se ne parli più. La Ue cosa potrebbe fare per impedirlo? Ci manda Juncker da sobrio? O la troika dei gangster? Ci ricatta con lo spread? Non scherziamo. Questi signori hanno capito che il 60% che ha detto NO a Renzi è lo stesso 60% che è così incazzato, ma così incazzato con la Ue che è pronto a polverizzarla.

State ben attenti a quello che fate, cari “signori” di Bruxelles. Molto, molto attenti.

Luca Campolongo e Max Parisi

Fonti:

http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2016/12/6/NOTIZIE-MPS-In-borsa-attesa-per-le-news-Aumento-di-capitale-Lme-fino-a-1-028-miliardi-di-euro/736475/

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2015-06-14/salvare-banche-affare-gli-stati-081335.shtml?uuid=ACyBvY

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2016-01-05/salvare-banche-tedesche-e-costato-7percento-pil-080353.shtml?uuid=ACcIoK4B

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MÜNCHAU SU EUROINTELLIGENCE: BENTORNATI NELLA CRISI DELL’EUROZONA

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Su Eurointelligence, W. Münchau commenta la vittoria del “No” nel referendum costituzionale italiano e la sconfitta di misura di Hofer in Austria. Nessuno dei due fatti, sostiene l’editorialista del Financial Times, porta con sé buone notizie per l’establishment europeo. Münchau ritiene che l’ampia vittoria del No rappresenti politicamente l’inizio della fine del sostegno italiano alla causa “europea”, e che l’esito ultimo sarà l’uscita dall’euro. Anche l’elezione austriaca è un segnale d’allarme: seppure sconfitto alle elezioni presidenziali, il “nazionalista” Hofer si sta avviando a una clamorosa vittoria per l’FPÖ, che gli darebbe il governo dell’Austria, nelle elezioni politiche che si terranno entro il 2018.
Si tenga presente che le considerazioni di  Münchau vanno lette come segnali d’allarme lanciati (forse invano) da un intellettuale critico qui autodefinitosi un guardiano dell’establishment. 

 

di Eurointelligence, 05 dicembre 2016

  • Le dimissioni di Matteo Renzi dopo la vittoria schiacciante del No al referendum apriranno la strada a una crisi finanziaria, e secondo noi a una probabile uscita dall’euro;
  • la rivolta dell’elettorato italiano contro l’establishment ha cause molteplici, ma per l’Italia sarà sempre più difficile dar vita a dei governi coerentemente pro-euro;
  • il Presidente Sergio Mattarella nominerà probabilmente un governo tecnico col compito di stabilizzare il settore finanziario e di introdurre una riforma elettorale; l’Italia resta con un sistema bicamerale;
  • il PD, l’unico grande partito coerentemente pro-euro, viene messo in crisi da questo voto, e si prepara al dopo-Renzi.

Ci sono due tipi di tragedie politiche. Quelle che si ripresentano come farsa e quelle che si trasformano in incubi interminabili. Le elezioni presidenziali in Austria fanno parte del primo tipo, il voto in Italia del secondo. Ciò che è scioccante, nel risultato italiano, non è la vittoria del “No” di per sé, ma la sua ampiezza – una maggioranza del 60% con un’affluenza al 70%. Si tratta di un risultato che mette inquietudine a qualsiasi politico europeista in Italia e altrove. Questo risultato è destinato a confondere tutti quelli che avevano cercato di minimizzare il significato di una vittoria del “No” prima del referendum. Non si tratta più solo del fatto se il Movimento Cinque Stelle possa o meno arrivare a una maggioranza. Il fatto è che in questo momento non c’è alcun sistema elettorale al mondo che possa portare a una stabile maggioranza pro-euro in Italia. Renzi era l’ultima possibilità che l’Italia aveva di rendere sostenibile la propria appartenenza all’euro, e lui l’ha distrutta.

Certo, la preoccupazione più immediata riguarda l’incombente crisi bancaria e finanziaria. In proposito si legga il nostro resoconto sotto. Ma la prospettiva nel medio termine è ancora più preoccupante. Siamo sostanzialmente in disaccordo con la visione prevalente, secondo la quale un nuovo governo tecnico potrebbe garantire stabilità politica. Renzi se n’è andato. Dubitiamo che rimarrà il leader del suo partito dopo una sconfitta così massiccia. Il voto potrebbe pure distruggere il Partito Democratico così come lo conosciamo. Date un’occhiata a come gongola Massimo D’Alema, ex primo ministro, nel celebrare la sconfitta di Renzi. Il predecessore di Renzi a segretario generale del partito, Pierluigi Bersani, che si chiedeva se l’insurrezione contro Renzi fosse quella di una pecora o di un toro, è stato salutato dai suoi sostenitori al grido di “toro”. Il partito aveva accettato Renzi come proprio leader soltanto finché tirava ed era vincente. Ma non è mai stato gradito.

Il discorso di dimissioni di Renzi è stato all’insegna della dignità, ma lo era anche quello di David Cameron poco dopo avere ammesso la sconfitta. Entrambi si erano giocati tutto e hanno commesso errori di valutazione di proporzioni storiche. La politica non perdona. Ora vediamo l’Italia che si avvia sulla strada dell’uscita dall’eurozona, non tanto perché comprendiamo il meccanismo preciso col quale questa uscita avverrà o il momento in cui avverrà, ma perché comprendiamo la dinamica delle forze che stanno dietro questo processo. A lungo abbiamo sostenuto che la combinazione di alto debito, zero crescita e un sistema bancario insolvente è incompatibile con l’appartenenza a una unione monetaria in cui la Germania fa da àncora deflazionistica. Ciò che è insostenibile alla fine cadrà. La traiettoria precisa di questa fine potrà rimanere ancora poco chiara per un po’, ma il risultato di ieri ci dice che l’elettorato alla fine troverà il modo. Siamo fortemente in disaccordo con l’opinione prevalente che circola tra i commentatori italiani, secondo i quali l’uscita dall’euro non è possibile perché non è consentita né prevista, o perché il sistema impedirà che avvenga. Ci sembra che siano tutti vittime delle loro pie illusioni. Le loro speranze appaiono molto più flebili alla luce fredda di questo mattino.

E dunque dove siamo diretti, da qui in avanti? Il Presidente Sergio Mattarella oggi accetterà le dimissioni di Renzi e nominerà un governo tecnico, che dovrà guidare il paese fino alle prossime elezioni. L’obiettivo di questo governo sarà la stabilizzazione finanziaria e la riforma elettorale. La legge attualmente esistente assumeva che la riforma costituzionale sarebbe stata approvata, e dunque non dava alcuna disposizione per l’elezione del Senato. Una nuova legge elettorale è dunque necessaria per questo motivo, ma non sarà cruciale nel determinare la direzione politica fondamentale del paese.

Da un punto di vista tecnico simpatizziamo con la proposta di Luciano Violante, un politico del PD, che sul Corriere della Sera di oggi suggerisce una riforma costituzionale molto limitata che introduca un voto costruttivo in stile tedesco, che non preveda la fiducia; vale a dire, il parlamento potrebbe ritirare la propria fiducia verso il governo solo se riesce a eleggerne un altro. Tutto ciò può essere sensato ma probabilmente non avverrà, e non risolverà il problema fondamentale. Il problema dell’Italia non è la struttura del suo sistema politico, ma il suo contenuto, e più precisamente la mancanza di volontà politica di andare verso una convergenza economica con il resto dell’eurozona.

Quando sarà finito il momento del governo tecnico, e questo dovrà dare il passo a un governo politico nel 2017 o 2018, ci aspettiamo che esso sarà anti-euro. Renzi era l’ultima possibilità dell’Italia di avere un governo riformista. Renzi ha fallito perché ha tragicamente preferito dare la priorità al genere sbagliato di riforme.

Cosa accade ora alle banche italiane?

La ricapitalizzazione della banca Monte dei Paschi di Siena era stata finora guidata dall’aspettativa di un successo all’elezione referendaria, non perché il referendum fosse direttamente legato alle banche italiane, ma perché l’incertezza politica risultante da una vittoria del “No” avrebbe rischiato di far deragliare tutto il processo. La sconfitta di Renzi al referendum si è ora materializzata. Cosa succederà, ora, a Monte dei Paschi e al resto delle banche italiane?

Per ora Monte dei Paschi non è fallita. La conversione volontaria del debito subordinato della scorsa settimana è riuscita a malapena a raggiungere l’obiettivo di un miliardo di euro. Il prossimo passo, tuttavia, è in dubbio. Prima che si sapesse il risultato del referendum, il Sole 24 Ore scriveva che i rappresentanti del fondo sovrano del Qatar oggi avrebbero incontrato la dirigenza del Monte dei Paschi per un “anchor” investment di un altro miliardo, a patto che il risultato del referendum fosse positivo. Ora ci si aspetta che l’accordo venga cancellato e che ci sia l’ingresso di un altro miliardo di capitale proveniente da investitori statunitensi. Senza questi investimenti Monte dei Paschi dovrebbe raccogliere non due, ma quattro miliardi di euro in una campagna di rifinanziamento da lanciare alla fine di questa settimana. Ci si aspetta che ora questo piano venga scartato. In un editoriale, il Sole 24 Ore chiede un salvataggio pubblico di Monte dei Paschi – che era già stato approvato dalla Banca d’Italia prima dei risultati degli stress test di questa estate – salvataggio che dovrebbe essere messo in atto immediatamenteper evitare il rischio di contagio, in particolare verso il programma di raccolta di capitale da parte di Unicredit, che dovrebbe iniziare col nuovo anno.

Sul Corriere della Sera, Federico Fubini delinea il salvataggio pubblico che è stato concordato con la Commissione Europea come misura di emergenza. In caso di immediato stress di mercato per il sistema finanziario italiano, il governo dovrebbe effettuare una ricapitalizzazione “precauzionale” relativa ai buchi di bilancio di Monte dei Paschi evidenziati dai risultati degli stress test pubblicati in estate. Tutto il debito subordinato di Monte dei Paschi sarebbe spazzato via, sebbene gli obbligazionisti al dettaglio potrebbero poi essere risarciti. Secondo tre fonti citate dal Financial Times, i risarcimenti sarebbero limitati a 100.000 euro a persona, assimilando gli investimenti al dettaglio in debito subordinato ai depositi garantiti. Il costo politico sarebbe elevato, ma limitato dall’impegno a risarcire le famiglie. Sarebbe decisamente inusuale per un governo dimissionario emettere un necessario decreto di urgenza come questo, ma Renzi non ha ancora formalmente presentato le sue dimissioni al Presidente della Repubblica. Fubini spera che, se il salvataggio di Monte dei Paschi sarà condotto impeccabilmente, si possa evitare il contagio al resto del sistema bancario italiano.

Un altro scenario possibile è quello che la direzione di Monte dei Paschi comunichi ai supervisori bancari che intende cancellare il piano di ricapitalizzazione, e che il Sistema Unico di Supervisione europea decida di attivare la risoluzione bancaria. Dopo la risoluzione, la ricapitalizzazione pubblica non può essere considerata precauzionale. La sequenza degli eventi qui è critica. Fubini assume che il Sistema Unico di Supervisione darebbe a Monte dei Paschi più tempo per raccogliere capitale, sebbene a rigore non sia tenuto a questo. Piuttosto, la risoluzione sarebbe coerente con l’approccio rigido adottato dal supervisore bancario nel corso di quest’anno. Ma sarebbe anche un primo caso di risoluzione di una banca .

Come detto prima, a parte alcune delle banche più piccole che si trovano in difficoltà, come la Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Carige, che devono tutte liberarsi dei crediti inesigibili e raccogliere capitale, sebbene in misura minore di Monte dei Paschi, a tutti viene in mente Unicredit. Il Financial Times ricorda che Unicredit sta pianificando di raccogliere capitale per 13 miliardi di euro, che è una somma enorme, specialmente se la raccolta avviene insieme a una vendita di asset, ma i banchieri sono ottimisti su questo. Una parte della vendita di asset è già in corso. Proprio questo fine settimana, il Financial Times riportava la vendita di Pioneer Investments da parte di Unicredit; French Amudi lo acquisterebbe, ed è vicino alla conclusione dell’affare per una cifra di oltre tre miliardi di euro. Una risoluzione rapida e ordinata della crisi di Monte dei Paschi, che eviti un più ampio stress sui mercati, sembra un prerequisito necessario per la riuscita della ricapitalizzazione di Unicredit. Data la sua dimensione e la sua attività internazionale, se Unicredit andasse in difficoltà ci sarebbe una vera crisi.

Tu felix Austria – Tu, Austria felice

Ironia della sorte, l’Austria, tra tutti i paesi, è l’unico che sta resistendo all’ondata di populismo, dando il voto a un anziano professore brontolone invece che a un ardente populista stile Trump.

Ma forse non dovremmo esagerare il significato della sconfitta di Norbert Hofer, che ha perso le elezioni per un margine relativamente ridotto: 52% a 48%. Ha perso perché l’intero establishment austriaco, tranne una piccola sezione del centro-destra di ÖVP, si è schierato col candidato vincente, Alexander van der Bellen. Ma FPÖ [il partito di Hofer], è più forte che mai nei sondaggi. Guardate qui, FPÖ è indicato dalla linea blu:

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Il 2018 è l’anno in cui ci dovrebbero tenersi le prossime elezioni parlamentari in Austria, e sarà molto difficile formare un governo contro l’FPÖ. Il presidente federale potrà, teoricamente, rifiutarsi di nominare un governo anti-UE e costringere a nuove elezioni. Ma non potrà farlo per sempre e qualsiasi tentativo di capovolgere la volontà dell’elettorato potrà solamente sortire l’effetto opposto. L’elezione di Hofer avrebbe mandato un segnale negativo al resto dell’UE, ma anche l’elezione di van der Bellen non è consolante.

Su Der Standard, Michael Völker ha osservato che i Verdi austriaci non trarranno beneficio dall’elezione presidenziale, così come FPÖ non ne sarà danneggiato. Hofer ha perso perché non è riuscito a ottenere consensi al di fuori dell’FPÖ e del gruppo allargato dei suoi sostenitori. Völker crede perfino che le elezioni federali austriache potranno essere anticipate di un anno.

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Obama cerca di coprire le tracce ordinando un repulisti dei leader di Jabhat al-Nusra

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Obama cerca di coprire le tracce ordinando un repulisti dei leader di Jabhat al-Nusra

Se si ha l’impressione che Barack Obama sia stato il primo presidente che ha stabilito stretti legami con organizzazioni terroristiche in tutto il mondo, si potrebbe rimanere un po’ delusi quando si viene a sapere la verità. Anche se Washington è sempre stata aperta sulla lotta al terrorismo, come dato di fatto gli Stati Uniti hanno rifornito svariati gruppi di terroristi in tutto il mondo per minare governi indesiderati, cercando destabilizzazione con conseguente rovesciamento di quei governi che hanno rifiutato di piegarsi ai cosiddetti campioni occidentali della democrazia.

Questo è esattamente il modo con cui Washington creò Al-Qaeda nel 1988, per combattere l’influenza sovietica in Afghanistan. Allo stesso modo, un quarto di secolo più tardi, l’amministrazione Obama ha creato e armato la cosiddetta opposizione siriana, che successivamente è stata trasformata in un’arma pericolosa e disgustosa, l’ISIS.

Va notato inoltre che, dei vari gruppi che formano il nucleo dell’ISIS, Jabhat Al-Nusra è sempre stato quello più capace di combattere; si ritroverebbe infatti ad affrontare regolarmente le unità dell’esercito siriano sui campi di battaglia nelle regioni del Nord-Est della Siria. A sua volta, Jabhat Al-Nusra è formato da 13 sottogruppi diversi, che in comune hanno soltanto la struttura di comando. Ma se Washington, all’improvviso, dovesse cessare il sostegno a Jabhat Al-Nusra, la capacità di combattere di questi sottogruppi sarebbe gravemente ridimensionata. Questo è il motivo per cui gli Stati Uniti hanno rifiutato di abbandonare la loro orribile idea per anni, anche quando le circostanze avrebbero richiesto altrimenti. Nel 2012 la Casa Bianca è stata costretta a riconoscere questo gruppo come organizzazione terroristica, la meno interessata dalla Guerra contro il Terrorismo.

È vero che il Pentagono ha sprecato migliaia di tonnellate di bombe fingendo di provare a distruggere l’ISIS e i suoi affiliati in Iraq e Siria, ma realmente non c’è stata alcuna vera e propria lotta, come ha ammesso ufficialmente il portavoce del Dipartimento di Stato americano Mark Toner.

Inoltre, secondo le rivelazioni fatte da un militante di Jabhat Al-Nusra intervistato dalla rivista tedesca Focus [in tedesco], Washington sta fornendo direttamente al gruppo i TOW, appunto per aumentare la sua capacità offensiva.

Ma quando Trump ha sorpreso tutti vincendo le recenti elezioni presidenziali, l’amministrazione Obama ha iniziato a coprire le sue attività criminali nei restanti 70 giorni che mancano all’insediamento del nuovo presidente. Così, il gruppo dei neoconservatori, che è stato impegnato in molti complotti poco chiari, ha trovato se stesso nella lista della “roba da ripulire”.

Il Pentagono conosce la posizione di ogni nascondiglio che ospita i capi dei terroristi, come ripetutamente constatato da funzionari americani, nascondigli che in tutti questi anni sono rimasti intatti. Prima dell’elezione di Trump solamente un’operazione, con esito positivo, era stata condotta, ed ebbe come risultato l’uccisione del comandante di Jabhat Al-Nusra, ma non è chiaro se venne condotta dai russi o dagli americani; ciò fa presumere che Washington sia più interessata a guerre di propaganda che dall’effettiva lotta contro i terroristi.

Ma ora il Washington Post avrebbe riportato [in inglese] che il presidente Obama ha ordinato al Pentagono di trovare e uccidere i capi di Jabhat Al-Nusra. Funzionari statunitensi ritengono che questa decisione rispecchi la preoccupazione di Obama, che  sta cambiando parti della Siria in nuove basi operative di Al-Qaeda alle porte del Sud Europa. Il nuovo ordine di Obama dà allo Specia (il comando delle operazioni, o JSOC) maggior autorità e informazioni di intelligence per perseguire l’ampliamento della leadership di Al-Nusra, non solo i veterani di Al-Qaeda o di coloro che sono direttamente coinvolti nel complotto esterno. Il Washington Post osserva inoltre che il Pentagono avrebbe utilizzato più droni armati per la raccolta dati di intelligence nello spazio aereo del Nord-Ovest della Siria, un’area che era stata scarsamente frequentata dagli Stati Uniti a causa della sua vicinanza con avanzati sistemi di difesa aerea e velivoli russi, fino ad ora.

Tutto ciò appare come un goffo tentativo di giustificare la precedente riluttanza di Obama nel non fare nulla contro i terroristi radicali. Eppure, la maggior parte delle fonti dei media occidentali tacciono sul fatto che la determinazione recente di Obama è data dal fatto che Trump entrerà in carica molto presto. Ci dovrebbe essere un’indagine sulle attività dell’amministrazione Obama dopo che se ne sarà andato, e quei capi terroristi sarebbero in grado di testimoniare contro Obama e i suoi affiliati; ciò spiega perché ora verranno assassinati alla svelta.


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Articolo di Grete Mautner pubblicato da New Eastern Outlook il 15 novembre 2016
Traduzione in Italiano a cura di Davide per SakerItalia.it

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TRIONFI DELLA LIBERTA’. E DELL’AMMORE.

Maurizio Blondet 

Il medico dell’ospedale di Saronno, l’anestesista Cazzaniga, con la sua amante, infermiera Laura, cosa vi dicono? Di cosa sono sintomo?  Hanno ammazzato sicuramente cinque malati, forse 45. Laura Taroni,  l’amante,   ha ammazzato il marito (dava fastidio al grande ammore) e, già che c’era,   probabilmente anche la madre (un peso, davvero). Il dottor Cazzaniga è sospettato di essersi liberato anche  del padre, morto nell’ospedale. Dove peraltro il “protocollo Cazzaniga” era noto a tutti – e tutti zitti.

il dottor Leonardo Cazzaniga, Saronno
il dottor Leonardo Cazzaniga, Saronno

Finalmente il Nord si affratella al Meridione, quello dove  “i figli so’ pezzi e’ core”.  Al processo per l’omicidio della piccola Fortuna Loffredo di Caivano, il medico legale ha  confermato: la bambina era ancora viva e  cosciente quando è stata gettata dalla finestra.  Era stata gettata dall’ottavo piano  perché si rifiutava di subire l’ultima violenza sessuale dall’ex amante di mammà, Raimondo Caputo, 44 anni. Il quale nel frattempo s’era messo con una vicina, Marianna Fabbozzi: la quale lasciava volentieri che il convivente stuprasse la sua bambina di  anni 3, senza dire niente.  Nello stesso palazzo di Caivano parco Verde, nell’aprile 2013 ‘qualcuno’ aveva buttato giù dal balcone un altro bambino di 3 anni, Antonio Giglio, figlio dell’amante di Caputo.  Anche a Caivano, come all’Ospedale di Saronno, gli adulti hanno ostacolato le indagini.  “Ci sono intere zone in quartieri molto critici – Caivano, il quartiere Salicelle ad Afragola, Madonnella  ad Acerra, dove l’abuso sessuale, l’incesto è elevato a normalità”,  ha dichiarato nel giugno scorso il dottor Cesare Romano,  che ha il titolo altisonante di  Garante dell’Infanzia e Adolescenza della Regione Campania.  Tra il 2006 e il 2012 sono arrivati alla giustizia 155   fatti:  nell’87 per cento dei casi, le vittime hanno meno di dieci anni. Violati da papà, zii, fratelli,  con le madri,   conviventi, ex conviventi di intricatissimi rapporti extra-coniugali, fanno finta di non sapere.

Incesto elevato a normalità. E  noi   – noi come società italiana,  come comunità di destino – tutti zitti. Siamo passati oltre questo fatto mostruoso di degrado morale dei quartieri bassi.

 

 

fortunata-caivano
Fortunata di Caivano

Perché sappiamo, in fondo, di cosa  sono sintomo questi eventi mostruosi, omicidi da pianerottolo e da reparto ospedaliero.  Sappiamo che proporre un minimo programma di restaurazione morale e sociale di questi ambienti ormai corrotti fino al midollo,  dovrebbe cominciare con l’attaccare il pilastro più glorioso  su cui poggia la ‘cultura’ contemporanea,  l’insieme delle “conquiste” di  cui più si vanta, e più ferocemente difende da ogni critica, più totalitariamente protegge  con la psico-censura:  la “Liberazione”.

La “liberazione sessuale” anzitutto, come conquista ed invito continuo strombazzato da tutti i media anche a quelli che un tempo erano “gli umili” ed oggi sono solo i disoccupati che hanno a disposizione, per passare il  tempo, le bambine proprie e altrui. Che non sono più gli “umili”,  perché gli hanno detto di liberarsi dai “tabù”, ed hanno obbedito alla pubblicità e alla tv, nonché alla pornografia libera,   anche perché  gli è stato notificato che non  ci sono più i dieci comandamenti da rispettare, perché tanto   non c’è aldilà – o nella versione papesca,  saranno tutti perdonati.

Liberazione dal controllo sociale – visto che tutti gli altri sono ugualmente “liberi dai tabù”  e dalle superstizioni, e quindi non   esercitano più alcuna “discriminazione  sociale”   dei cosiddetti “peccatori”, non “tengono le distanze”  dai  papà che stuprano le figlie né dal medico che ammazza il padre,   non “trinciano giudizi negativi e retrivi”,  e    come dice il Papa  “chi sono io per giudicare”; e per fortuna non è più la fede cristiana che ci ingabbia  nei suoi divieti assurdi, masochistici, che  ci impedivano di godere della cosa più bella e facile che c’è: il Sesso.

Il Sesso  diventa il primo scopo delle nostre vite – delle vite “liberate” da ogni norma, da ogni  timor d Dio, da ogni aldilà – quindi da ogni “senso della vita” ulteriore a quello zoologico.  Il miserabile disoccupato di Caivano   deve anzitutto “godere”,   deve anzitutto “godere del grande ammore” l’infermiera di Saronno;  mica vorrete che  l’anestesista Cazzaniga, a 60 anni suonati, rinunci all’”ammore” con Laura infermiera: e con cosa lo sostituirebbe?  Gli resterebbe il Vuoto. Il vuoto di senso e di speranza. Incolmabile. Allora:  Sesso. E Liberazione.

Il marito di lei? Eliminato. Papà  di lui, vecchio e malato? Fatto fuori. Mamma di lei, invalida e giudicante, magari, l’ammore? Azzerata. Che Liberazione!  E’  infatti questa l’applicazione estrema del tipo di “Libertà” che ci viene  non solo proposto da tutte le  fonti mediatiche, culturali e pubblicitarie, ma imposto dai politici: è la”Liberazione” a cui inneggiano la Cirinnà e la Boldrini, e  tutto il progressismo :  è l’effetto della Libertà ultima come loro la intendono.

La Libertà da ogni responsabilità.

Da ogni “peso” che ostacoli la nostra “felicità”, che  limiti le nostre voglie o impulsi immediati. Dicono di no? Ma  ci hanno messo decenni per insegnarci questo tipo di “libertà”!  Essa viene da lontano:  dalla conquista del divorzio – che ci ha  alleviato per sempre il peso del matrimonio –   fino alla grande conquista dell’aborto.  Che ci ha liberato dalla responsabilità  di allevare dei figli.

Finalmente   sono riusciti a  farlo capire ai disoccupati, al sotto-proletariato  napoletano, a quelli che un tempo erano   i lazzari, o “gli umili”. Siete liberi da ogni responsabilità. Avete fatto un figlio non voluto? C’è l’IVG  – e pure gratis. Per farvi operare di cataratta dovete pagare il ticket, per liberarvi dal peso di un bambino, è gratis. E legale. Il che significa che non c’è deplorazione sociale sull’atto.  Negli sporchi falansteri di Afragola e Caivano, se siete un disoccupato che ha avuto quattro amanti nel caseggiato, e vi viene voglia di farvi la bambinetta sul pianerottolo, che cosa ve lo impedisce?  Quale senso di responsabilità? Quale “educazione” collettiva vi è stata impartita? La liberazione: da ogni responsabilità. Sentita come peso.

A Caivano il sottoproletariato, a Saronno il lindo ambiente ospedaliero, hanno imparato la libertà, intesa in quel senso specifico: il rigetto dalla responsabilità.  E  ci sono promesse “conquiste” sempre più avanzate:  la pedofilia sta per essere legalizzata. Basterà  estendere il “divieto di discriminazione sessuale”  anche a queste “opzioni”. L’eutanasia è  la conquista più prossima, sarà depenalizzata. C’è quasi da compiangere la coppia di Saronno, hanno solo precorsi i tempi che si  annunciano, le magnifiche sorti progressive che danno al  malato il “diritto” di  non soffrire,  di chiedere la morte: un “diritto” che è facile avere quando si pesa sulla famiglia, sull’Inps e i bilanci della Sanità.   La Cirinnà  è pronta a rompere anche questo tabù.  Non ci sarà più stigma sociale alcuno.

A questo punto però viene da chiedere come mai  volino ancora giudizi negativi – almeno mediatici  – sul presidente di Banca Etruria che ha lasciato a secco i depositanti, sui furbastri di Montepaschi, sui bancarottieri, sugli statali e regionali parassiti e ladri,    la cosca di Bankitalia che ha mancato i suoi doveri di sorveglianza sui banchieri truffatori, perché era riuscita a rifilare a Banca Etruria  il suo immobile. La “Libertà dalla Responsabilità” è  una grande conquista della società, una conquista generale; è , in un certo senso, l’aria che respiriamo, l’atmosfera in cui siamo immersi. Se  è diventata costume tra i sottoproletari lubrichi di Caivano e i  medici di Saronno, perché mai ci aspettiamo che siano responsabili i gestori dei nostri risparmi, i banchieri centrali, i magistrati? Perché poi aspettiamo che i politici si comportino come se fossero responsabili del bene comune, della società, die poveri, dei bambini e dei vecchi?

 

Ignazio Visco, uomo libero.
Ignazio Visco, uomo libero. Dal dovere.

E’ il trionfo della Libertà. La  Libertà Totale.  Degli effetti sgradevoli si accorgono tardi i bambini buttati giù dal balcone.  O gli “esodati”,  quando  scoprono che  il governo li ha lasciati senza pensione.   O i risparmiatori  truffati da Banca Etruria e Montepaschi, quando strillano che hanno visto sparire “i risparmi di una vita”: alcuni si suicidano, altri – furbi – strillano sempre più, si organizzano, perché sanno che se strillano abbastanza, il governo  gli “renderà giustizia”: ossia li rifonderà. Con che soldi? Coi soldi di coloro che non protestano,  i contribuenti e i lavoratori da tosare. Un esempio: l’INPS  denuncia un disavanzo di 16,5 miliardi. E perché, dovreste saperlo: perché  alla  gestione lavoratori  è stato accollato l’ente previdenziale dei dipendenti pubblici, il buco nero  che gli sgobboni copriranno, e grazie al quale avranno pensioni miserabili,  mostruosamente inferiori a quelle degli “statali”.

Che si sono felicemente liberati dal ogni responsabilità, da ogni obbligo verso la nazione. E che dire  dei 300 miliardi di “crediti inesigibili” che le banche hanno accumulato? Piacerebbe vedere quanti sono stati prestiti  fatti a imprenditori veri devastati dalla crisi mondiale, e quanti – invece – sono prestiti irresponsabili che  banchieri senza   senso del dovere  hanno fatto ad “amici”  privi di scrupoli   sapendo che non li avrebbero restituiti.  300 miliardi sono tanti.  Vanno ad aggiungersi  al titanico debito pubblico, esso stesso prova della nostra collettiva irresponsabilità.  Quella liberazione da obblighi e doveri con cui i docenti universitari hanno degradato gli studi,  i palazzinari costruito case antisismiche che sono le prime a crollare,  la Magistratura ha occupato un potere d’interdizione  e ricatto sul potere esecutivo e giudiziario,  gli assessori delle Regioni in disavanzo ché tanto lo Stato copre i debiti,  la giustizia inefficace,  l’apparato pubblico esoso e incompetente, i parlamentari che studiano leggi elettorali  fatte in modo   che loro non perdano mai la poltrona e l’emolumento, e sbarrino la strada ad ogni alternanza  – sono tutti effetti della Liberazione. Dalla Responsabilità. Dai doveri verso il prossimo, i concittadini, i figli, i coniugi…Strano solo che l’esito finale di tutta questa liberazione sia il declino, l’arretramento  economico oltre che morale: E la  schiavitù – per i bambini, i deboli, quelli che per vivere  hanno bisogno  che qualcuno si renda responsabile per loro.  E non dimentichiamo le donne vittime di “femminicidio”.  Falsa definizione:  sono vittime della irresponsabilità sessuale e morale. Della loro, non meno che delle bestie che le ammazzano, o le perseguitano e le impauriscono.

E’ per questo che non riesco a  decidermi sul referendum: voto sì o voto no   alle “riforme”.   Il male, la causa del nostro declino e degrado, è molto, molto  più radicale e profonda:   infetta ciascuno di noi fino al midollo, oltre che tutti noi collettivamente. Non sto  prendendomela con voi;  vedo che questa liberazione  corrompe anche me, nella mia anima abituata a  sentire ogni responsabilità come un peso. Anch’io, che ho votato contro  il divorzio, sono divorziato. Non ho avuto figli.  Magari, una sacrosanta pressione sociale, un giudizio negativo della mia comunità, avrebbe salvato matrimonio e generato figli.  Ma eravamo già molto “liberi”.

Anche per questo ricostruire la civiltà –  la civiltà dei responsabili – è così difficile. Molto più facile è stato distruggerla;  a ricostruirla non bastano le volontà personali, individuali; esse sono deboli e disposte a fuggire dagli obblighi   se la società nel suo complesso non le assiste e le rafforza con la sua pressione. Pressione sacrosanta, che educa. Ma provate a dire una cosa così in pubblico, e vi sbraneranno tutti: giornalisti e psicopoliziotti volontari, Boldrini e Cirinnà,  giornalisti, fino a  El Papa  del “chi sono io per giudicare”.

 

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EGREGIO PRESIDENTE PUTIN

DA COMEDONCHISCIOTE

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DI PAUL CRAIG ROBERTS
paulcraigroberts.org

a: Vladimir Putin, Presidente della Russia

Egregio Presidente Putin,

adesso che l’agente della CIA Craig Timberg che si finge reporter del Washington Post ha fatto saltare la mia copertura e mi ha individuato come agente russo, mi chiedevo se posso domandarle un passaporto russo e una piccola copertura diplomatica, magari come assistente all’addetto stampa dell’ambasciata russa di Washington, fino a che non posso lasciare il paese. Ho visto che lei ha dato un passaporto a Steven Seagal, e così ho la speranza che essere un agente russo sia almeno importante quanto insegnare le arti marziali ai russi.

 

Non so quale sia il compenso per gli agenti russi, ma quale che sia la cifra che mi spetta la prego di depositarla in una banca russa. Le banche svizzere non sono più adatte perché il governo svizzero ha permesso a Washington scrivere le sue leggi bancarie. Forse lei mi potrebbe anche presentare a un editore per le mie memorie: “La mia vita come scagnozzo di Putin”.

Dovremmo fare il più in fretta possibile con queste faccende, perché il Washington Post mi ha messo alle costole l’FBI. Penso che si arrabbieranno molto con me per tutti questi anni durante i quali detenevo le autorizzazioni di massima sicurezza e di accesso ai top secret mentre invece ero un agente russo. Un giorno o l’altro di questi il Washington Post potrebbe scoprire che il mio socio agente del KGB Ronald Reagan e io abbiamo tagliato le tasse ai ricchi per rendere il capitalismo così opprimente che il popolo americano si sarebbe ribellato e lo avrebbe abbattuto. Ragazzi abbiamo davvero fregato la sinistra!

Mi dispiace che il Washington Post mi abbia individuato come agente russo ma non è stata colpa mia. Io penso che la rivelazione sia venuta da uno di quegli Integralisti filo-Atlantici che lei deve sopportare nel suo governo. Sarà meglio che lei controlli questa faccenda perché sono già stati smascherati 200 siti web sponsorizzati dalla Russia.

E’ meglio se viene qualcuno a portarmi il passaporto e la nomina come diplomatico. Se prendessi un aereo per Washington per ritirare i documenti, la TSA [Transportation Security Administration – Ente per la sicurezza del traffico aereo- N.d.T.] mi acciufferebbe.

E’ meglio un incarico diplomatico dell’asilo politico, perché Washington, come faceva una volta l’Unione Sovietica, non riconosce l’asilo politico. Provi a chiedere a Julian Assange.

Non permetta che gli Integralisti filo-Atlantici la convincano che la rivelazione che io sono un agente russo sia solo uno stratagemma della CIA per infiltrare un agente presso di lei. La mia critica circa la politica di Washington di far crescere le tensioni tra potenze nucleari e l’appoggio che ho dato alla vostra politica di abbassare la tensione [tra America e Russia – N.d.T.] non è una copertura da spia. Io preferisco realmente che il mondo non evapori in una guerra termonucleare. Negli Stati Uniti questo è un punto di vista sospetto ma io spero che sia accettabile in Russia.

Aspetto quel passaporto.

Paul Craig Roberts è stato Sottosegretario al Tesoro per la politica economica e coeditore del Wall Street Journal. Era un editorialista di Business Week, di Scripps Howard News Service, di Creators Syndicate. Ha anche avuto molti incarichi universitari. I suoi articoli su internet hanno avuto un seguito mondiale. Gli ultimi libri di Roberts sono “Il fallimento del capitalismo liberista e la dissoluzione economica dell’Ovest “, “Come è stata distrutta l’America”, “La minaccia neo-con all’ Ordine Mondiale”.

Fonte: http://www.paulcraigroberts.org

Link: http://www.paulcraigroberts.org/2016/11/28/dear-president-putin/

28.11.2016

 

Traduzione per http://www.comedonchisciotte.org a cura di GIAKKI49

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