LE FIGARO: COME L’EUROPA HA CONSENTITO L’IMPOVERIMENTO DELLA SUA CLASSE MEDIA

Un coraggioso pezzo su “Le Figaro” denuncia la sconsiderata strategia dell’Unione Europea. La totale devozione al libero scambio della UE ha provocato solamente un drammatico impoverimento della sua classe media, non a beneficio delle popolazioni più povere dei paesi emergenti, ma delle proprie e altrui élite. L’autrice non rivela alcun concetto rivoluzionario, ma è apprezzabile il fatto che un media “mainstream” si sbilanci in una forte critica alle disastrose politiche neoliberiste europee.

 

Di Véronique Nguyen,

 

L’impoverimento della classe media, il declassamento della sua fascia inferiore, la precarietà e l’insicurezza sociale, la polarizzazione della società con l’aumento della disuguaglianza sono fatti accertati in tutti i paesi occidentali (vedere Cahiers Français, gennaio 2014). Tra il 1980 e il 2010, gli inglesi hanno visto il numero di famiglie povere aumentare del 60%, il numero di quelle ricche aumentare del 33%, mentre il numero di nuclei familiari con reddito medio è diminuito del 27% (The Guardian, 7 marzo 2015).

In trent’anni, l’Unione Europea ha deliberatamente affondato il suo modello sociale, senza avere la soddisfazione di contribuire alla riduzione delle disuguaglianze del pianeta. Il coefficiente di Gini, che misura la disuguaglianza nel mondo su una scala da 0 a 1, è rimasto fermo ad un elevato livello di 0,7, e questo nonostante il continuo aumento della ricchezza prodotta. Tra il 1988 e il 2008, la metà della popolazione del mondo ha visto il suo reddito medio aumentare (tra + 2 e + 3% all’anno), ma è una minoranza di privilegiati che ha attirato la maggior parte dei benefici della crescita (Banca mondiale, novembre 2012). In altre parole, il sacrificio della classe media europea e nord americana non è servito a creare una gigantesca classe media globale.

Imponendo il libero scambio, espandendo la concorrenza in tutte le attività, rifiutando di proteggere le sue industrie, anche contro le pratiche più sleali, come abbiamo dimostrato nel caso emblematico dei televisori (vedere Le Figaro del 3 febbraio 2016), l’Europa ha orchestrato un’incredibile trasferimento di ricchezza della metà della sua popolazione a beneficio del 15% più ricco della popolazione dei paesi emergenti. E ‘ stato illusorio credere che i benefici della crescita si sarebbero diffusi a tutti gli strati sociali di questi paesi. Le élite di questi nuovi paesi ricchi non avevano interesse a lasciare che aumentassero gli stipendi dei loro connazionali, se volevano conservare il loro vantaggio di costo nella competizione globale.

Per le imprese europee che dovevano affrontare questa super-concorrenza, vi erano due alternative a disposizione, per non essere spazzati via dai loro concorrenti a basso costo. Sviluppare un vantaggio di costo che permettesse loro di resistere all’offensiva sui prezzi, oppure sviluppare la loro capacità di giustificare un sovrapprezzo per il loro marchio, la loro qualità o la loro innovazione. Nella corsa all’abbassamento dei prezzi, le imprese occidentali partivano con un grave handicap, commisurato al costo dei loro dipendenti, alla tassazione e ai vincoli ambientali. Quindi era molto difficile attuare le strategie di leadership di costo, salvo delocalizzare la loro produzione…

Rimane quindi la via della differenziazione, per prodotti o servizi che non sono diventati “accessori”. Alcune aziende, soprattutto nel nord Europa, sono riuscite così a passare i loro maggiori costi ai propri clienti, come nel caso delle macchine utensili tedesche. In fin dei conti, i settori che portano occupazione in Europa oggi rientrano in due categorie: le attività che non possono essere delocalizzate (quasi tutti i servizi, ma anche l’edilizia) e quelle che sono riuscite a sfuggire alla guerra dei prezzi grazie alla loro differenziazione.

Alcuni paesi europei, primo tra tutti la Germania, sono chiaramente riusciti a differenziare e hanno mantenuto la quota dell’industria rispetto al PIL ad oltre il 30% (a differenza della Francia o del Regno Unito). Per gli altri, la globalizzazione si è tradotta in deindustrializzazione e impoverimento. I problemi della borghesia europea non si limitano alla distruzione di posti di lavoro industriali, al lavoro extra che deve essere fornito per “mantenere il proprio posto di lavoro”, al sotto-lavoro forzato, o alla pressione sui salari, purtroppo. Essi sono aggravati dalle politiche monetarie di bassi tassi di interesse che ha fatto impennare i prezzi delle abitazioni fin dall’inizio degli anni 2000.

Per combattere i danni che la politica della concorrenza aveva volontariamente causato (deindustrializzazione e minori profitti per tutte le aziende che non hanno un vantaggio competitivo o una rendita di posizione), la Banca Centrale Europea ha messo in atto politiche di sostegno alle imprese, abbassando i tassi di interesse, fino a portarli in territorio negativo. Come se il capo Sioux, dopo che i suoi coraggiosi arcieri erano stati decimati dall’artiglieria americana, avesse offerto ai superstiti legno in abbondanza per rimpolpare i loro stock di frecce e andare in battaglia.

Non siamo in “Avatar”. Queste misure non ottengono, com’era prevedibile, il loro scopo originale, che era il finanziamento degli investimenti produttivi (divenuto troppo rischioso o non sufficientemente redditizio), ma alimentano diverse bolle, tra cui la bolla immobiliare. Conseguenza: tranne che per i vincitori della globalizzazione, le classi medie trovano non solo sempre più difficile trovare un lavoro correttamente remunerato, ma fanno sempre più fatica a trovare alloggio. Non deve quindi sorprendere che esprimano la loro rabbia e la loro volontà di interrompere il processo in atto con voti di protesta, che lasciano interdette le élite.

 

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LO SCOPO REALE DELL’OPERAZIONI DI TERRA TURCA IN SIRIA

24.08.2016
Le truppe turche hanno iniziato l’operazione militare contro l’ISIS nel nord della Siria. Con il supporto di artiglieria e aviazione le unità dell’opposizione siriana, che è sponsorizzata dalla Turchia, hanno lanciato un’offensiva sulla città Dzharablus, situata a un chilometro dal confine turco-siriano. L’obiettivo dichiarato è di mettere sotto il controllo il confine turco con la Siria, al fine di garantire l’integrità territoriale della Siria e distruggere la minaccia terroristica.
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I combattimenti

Le fonti del ministero della Difesa turco hanno confutato le informazioni circa il fatto che le truppe regolari turche coinvolte nei combattimenti nel territorio siriano. I turchi sostengono da parte dell’aria, artiglieria la cosiddetta opposizione siriana. Tuttavia, non tutti sanno che le azioni dei gruppi paramilitari, in questo caso, sono coordinate dalla Turchia. I media arabi hanno riferito sulla partecipazione di carri armati turchi nei combattimenti in Siria.

Il vero scopo dell’operazione

L’obiettivo strategico dell’operazione – non solo la distruzione di unità terroristica. In precedenza, le formazioni curdi YPG, sostenute dagli Stati Uniti e i suoi alleati, hanno preso una grande città Manbij, 40 km a sud di Dzharablusa. Nel caso di sequestro dei curdi di questo insediamento, loro avrebbero preso il controllo di quasi tutto il confine turco-siriano, e si potrebbero unirsi con le forze curde vicino alla città di Afrin, nella parte occidentale della provincia di Aleppo. La Turchia considera YPG come un’organizzazione terroristica e accusa del sostenimento il PKK e propri separatisti curdi. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha detto che un’operazione militare è diretta non solo contro l’ISIS, ma anche i curdi.

Gli Stati Uniti sono in difficoltà

Non è chiaro il ruolo degli Stati Uniti in questi eventi. Le dichiarazioni ufficiali turchi riferiscono alle forze coinvolte nell’operazione, “la coalizione anti-terroristica sotto la guida degli Stati Uniti. Tuttavia, gli stessi Stati Uniti sono in silenzio circa il loro coinvolgimento. Le forze della coalizione sono le truppe turche, in particolare le unità di aviazione situati presso la base aerea di Incirlik. Da un lato gli Stati Uniti non possono sostenere l’operazione contro l’ISIS, soprattutto in considerazione degli strumenti di pressione a disposizione della Turchia – la base aerea “Incirlik” e la partecipazione alla NATO. D’altra parte – i curdi è la forza principale degli americani per gioco geopolitico. Molto probabilmente, se l’azione turca riceverà un supporto formale dagli americani, l’aiuto sarà puramente simbolico. In visita ufficiale in Turchia oggi è il vicepresidente degli Stati Uniti, Joe Biden. Ed egli dovrà rispondere in qualche modo alle azioni delle autorità turche.

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I 1.800 POLITICI E SINDACALISTI CON LA DOPPIA PENSIONE A SBAFO: ECCO CHI SONO I SENZA VERGOGNA!

vocedelsud

Una bella pensioncina (e neanche tanto “ina”) senza mai aver versato il becco di un quattrino in contributi. Non accade nel Paese di bengodi, ma in Italia (per alcuni sono sinonimi). A raccontare la vicenda è il quotidiano Italia Oggi, secondo il quale ci sono migliaia di politici e sindacalisti (la maggior parte di sinistra) che godono del doppio assegno. A permetterglielo, scrive il quotidiano economico, è la legge Mosca, che, approvata nel 1974, ha permesso lo sbarco a circa 40 mila personaggi, compresi nomi di peso come l’ ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, di entrare nel paradiso delle pensioni Inps ottenute senza avere mai versato una lira di contributi.


Una sorta di variazione della legge ha consentito a uno stuolo di politici, aggiungendo alla pensione da parlamentare o da sindacalista anche quella da giornalista, i cui contributi però sono stati pagati dall’ Inpgi, l’ ente di previdenza dei giornalisti, cioè dai giornalisti in servizio. Lo stesso principio di rivalutazione è stato applicato anche ai non parlamentari che abbiano lavorato in nero o senza contratto o con contratto improprio in giornali politici, sindacali ecc. Accorgimento costato alle casse della previdenza dei giornalisti (Inpgi) quattrocento miliardi di lire.

Scrive Italia Oggi che la leggina fu presentata per sanare la situazione di qualche centinaio di persone, che nel dopoguerra avevano lavorato per sindacati o partiti politici più o meno in nero, cioè senza che a loro nome fossero stati versati all’Inps i contributi dovuti. Bastava una semplice dichiarazione del rappresentante nazionale del sindacato o del partito e si potevano riscattare, al costo dei soli contributi figurativi, interi decenni di attività. Tra i beneficiari della legge Mosca, molti nomi della politica e del sindacato che furono: Armando Cossutta, Achille Occhetto, Giorgio Napolitano, Sergio D’ Antoni, Pietro Larizza, Franco Marini, Ottaviano del Turco. In base agli ultimi dati disponibili, a godere di questo regime speciale di doppio contributo – in vista di una pensione moltiplicata per lo stesso fattore – sono 1.793 sindacalisti, dei quali ben 1.278 fanno capo alla Cgil.

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MOLTITUDINE INDIPENDENTISTA.

sa defenza

Uno scritto del 2010 molto attuale, che rievoca la manifestazione indipendentista sarda del 27 novembre  2010 , che ha surriscaldato gli animi in accesi dibattiti, dopo mesi e mesi  che su facebook  si parlava di fare una marcia per l’indipendenza della Sardinya , è accaduto che  s’è fatta, ma con tante ossa rotte , perché i cattedratici pomposi leaders dei vari movimenti e partiti indipendentisti tranne pochissime eccezioni , hanno boicottato l’iniziativa e rotto anche un movimento storico come Sardigna Natzione, i vari leaders non si sono fatti coinvolgere nel progetto che avrebbe avuto i numeri per dare il via , la partenza di una battaglia per la nostra libertà. Ma  dopo poco tempo  la loro defezione li ha travolti, ed oggi non rappresentano che il nulla.

Si deve ricostruire sulle macerie e tanti uomini e donne sarde si stanno impegnado per far risorgere il movimento per la nostra libertà.

Sa Defenza

 

di Paola Alcioni sa Cantadora

 dipinto di Cici Peis

IL FASCINO DELL’ORIZZONTALITA’ CONQUISTA IL MONDO INDIPENDENTISTA.

Cosa accadrà il 27 novembre, a Cagliari?
Una Marcia? Una Festa per l’Indipendentismo?
Organizzata DA CHI?
E’ davvero bastata l’idea di un emigrato?
Cosa c’è dietro?

Stupito dalla frammentazione dell’universo indipendentista, Filippo Gregu, villacidrese emigrato da tempo (mai fatto politica in vita mia!), lancia un anno fa l’idea di organizzare una marcia. Per ritrovarci tutti insieme, noi sardi, senza più divisioni e senza polemiche, a far festa per quest’ideale che sembra essere vivo e impetuoso nel cuore di tanti, ma anche… latente e in attesa nel cuore di altrettanti sardi.
Perché in attesa? In attesa di che, dopo tutto?
Cercando la risposta a questa domanda mi viene in mente una bella canzone che ha contribuito al formarsi di alcune categorie mentali nelle persone della mia generazione:

Avanzan ya banderas de unidad,
y tu vendras marchando junto a mi…

Ah… brivido…
Dicevamo?
Si, giusto: ci chiedevamo in attesa di che, l’indipendentismo rimane latente nel cuore di tanti.
Di che…
Come?! Ma della benedetta certezza di saperci uniti, che altro?
Schematizziamo, per chiarezza: perché a volte è necessario fare “il disegnino”.
Noi tutti indipendentisti al di qua di una linea immaginaria, insieme fianco a fianco.
E al di là di quella linea: ciò che combattiamo.
Bene, perfetto: il nemico è altrove.
Basta col guardarci tra noi con la coda dell’occhio.
Il nemico è altrove.
Di solito, tra gente con i neuroni in perfetta forma, il nemico sta davanti ed ha la casacca di colore diverso.
Avete presente la scacchiera? O un campo di calcio? Beh, gli esempi si moltiplicano se ci pensiamo.
Dunque, perché mai la squadra degli indipendentisti – che hanno (o dovrebbero avere) la casacca dello stesso colore – al momento del calcio di inizio, si comportano in maniera strana?
Occhio alla cronaca: Uno se ne va a controllare se la bandierina è ben piantata nell’angolo, perché come pianta bandiere lui non le pianta nessuno, e dunque non si fida degli altri.
DUE organizza un sit-in nella propria area di rigore.
TRE non partecipa a quel sit-in perché chi lo ha organizzato non gli ha mandato un invito ufficiale, e ne organizza uno alternativo poco più in là.
QUARTO cerca alacremente di convincere UNO e TRE a fare gioco di squadra, ma non si accosta nemmeno a DUE, perché ritiene che sia meno indipendentista di lui.
Nel frattempo IL NEMICO – per intenderci: quello che ha “il tuo stesso identico umore, ma la casacca di un altro colore”, imbracciata l’artiglieria sta infilando in porta il goal numero tremilaquattrocento e uno…

Avanzan ya banderas de unidad…


Per concludere, chi ha l’indipendentismo latente nel cuore, vuole vedere unità, per dare forza insurgente al suo ideale. Per decidere di investirci risorse di speranza.

Eccoci dunque tutti idealmente sistemati al di qua della linea immaginaria e – lo ripetiamo perché ci piace – tutto ciò che combattiamo dall’altra parte.
Che ci vuole? Direbbe qualcuno…
Nessuno sa dire perché, ma tra i pareri degli addetti ai lavori emerge chiaro che non è cosa e che non è tempo.
Discorsi che i NON addetti ai lavori non capiscono.
E che invece aspettano di capire. Per schierarsi.
Per uscire dal qualunquismo amorfo ed assumersi la libertà della propria nazione ed il diritto all’autodeterminazione della propria gente, come missione.

E allora, via, facciamola questa Prima Grande Marcia, questa Festa, in attesa che si dissipino i dubbi.
Intanto facciamola per dire ai Movimenti Indipendentisti organizzati, che riconosciamo prezioso il loro lavoro. Il 27 novembre a Cagliari, la gente sarda marcerà per dare un segnale forte d’ appoggio a chi dell’Indipendentismo ha fatto una scelta militante.
Per dire forte: CI CREDIAMO.
Per affermare che l’INDIPENDENZA non è solo un sogno di pochi, la battaglia di pochi, ma il desiderio di molti che può diventare l’impegno di tutti.

Indossiamola questa casacca. Tanto ci sarà sempre chi il numero lo vuole rosso e chi lo vuole verde, chi pretende i fiorellini ricamati sul bordo, e chi ci vuole disegnate le stelle.
Ma se il colore di fondo è lo stesso, ci capiamo.
Perché: ci capiamo, giusto? Sopratutto sappiamo bene tutti di che colore è la casacca avversaria e non c’è maniera di confondersi.
Dunque, perché cavillare???

Ma no, dai: nessuno cavilla.
Ne è riprova il fatto che non solo tanta gente comune e militanti, ma anche Dirigenti e Coordinatori Distrettuali di uno dei Movimenti Indipendentisti, e personalità di spicco degli altri, fanno parte del manipolo degli organizzatori, che orizzontalmente si sono aggregati intorno all’idea e che lavorano, lavorano sodo per preparare la giornata del 27 prossimo.
Uno disegna il logo delle magliette, uno disegna le locandine, un altro compone il testo dei comunicati, un altro ha preparato da tempo un video che gira da mesi in rete. Tanti, tanti si occupano degli altri mille problemi organizzativi.
Si arriva dove si può (non si rifiutano aiuti dell’ultim’ora!!), ma il bello è che tutta la costellazione indipendentista è rappresentata.
Lavoriamo insieme, in perfetta orizzontalità.
E mille altri ci incoraggiano. Tanti emigrati, che hanno fatto già il biglietto per venire a sfilare con noi, il 27.

Sarà il fascino dell’orizzontalità, ma uno dei Movimenti Indipendentisti, il PAR.I.S. ha aderito “senza se e senza ma” dalla prim’ora, e altri due AmpI e iRS, si sono comunque dichiarati favorevoli all’idea, lasciando libera di partecipare la militanza ed auspicando il moltiplicarsi di iniziative del genere.
SNI lascia alla propria coscienza la responsabilità della decisione dei militanti di manifestare adesione o meno all’iniziativa della marcia del 27 a Cagliari.
I documenti ed i pareri circolano in rete, c’è poco da aggiungere.

Che dire ancora delle adesioni a titolo personale che sono arrivate e che arrivano?
Segnalo solo qualcuna, tra le personalità eminenti del mondo culturale: @Mario Puddu, @Salvatore Cubeddu, @Alessandro Mongili, @Paola Alcioni.
Di altri aspettiamo conferma, con trepidazione, perché la loro presenza è un segnale importantissimo.
Altre del mondo dei sindacati sardi: @Giacomo Meloni, @Valter (Vaturu) Erriu Onnis.
E ancora, esponenti politici di spicco dell’Indipendentismo, come @Gavino Sale, @Doddore Meloni.

Ma questo elenco ci costringerà ad un aggiornamento quotidiano, da qui al 27 prossimo.

Che sia la volta buona?
Concludo velocemente: a si biri sanus, su bintiseti in Casteddu.

Antzis… a si biri SARDUS e INDIPENDENTIS!

 

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La fucilazione di Efisio Tola che leggeva «libri sediziosi»

La primavera del 1833. Il re savoiardo ordinò la repressione: in pochi mesi 67 arresti e 12 esecuzioni

Il luogotenente «alto e bello di statura» che sfidò la morte

La primavera del 1833. Il re ordinò la repressione: in pochi mesi 67 arresti e 12 esecuzioni

La fucilazione di Efisio Tola che leggeva
«libri sediziosi»

Il luogotenente «alto e bello di statura» che sfidò la morte

Chambéry, capoluogo della provincia della «Savoia propria», 12 giugno 1833. Alle ore cinque del pomeriggio viene fucilato il luogotenente del reggimento di fanteria di Pinerolo, Efisio Tola. Sassarese, «bello e alto di statura », 30 anni compiuti da meno di un mese, è stato condannato a «morte ignominiosa » per «aver avuto tra le mani — dice la sentenza—libri sediziosi, avuto conoscenza di complotti sediziosi e non averli rivelati ai superiori, aver comunicato i detti scritti sediziosi ad altri militari e cercato di procurare partigiani ai suddetti complotti». In realtà, quei complotti sono i progetti «rivoluzionari » intorno ai quali si sono raccolti, nelle principali città degli Stati di Terraferma del Regno di Sardegna (Torino, Genova, Alessandria, Chambéry), piccoli gruppi di giovani patrioti. Tutti toccati dalla propaganda che Mazzini fa, spedendo d’oltre confine stampati, volantini, opuscoli, copie della rivista La Giovine Italia che ha cominciato a stampare a Marsiglia. «Quanti potevano leggerli s’affratellavano», scriverà con orgoglio l’Apostolo nei suoi Ricordi. Quali di questi testi abbia letto e fatto circolare l’ufficiale sardo non si sa; gli atti del processo, celebrato davanti a un tribunale militare, sono fortemente sintetici: i giudici tagliano dritto, non lasciano parlare l’avvocato difensore, ascoltano solo i testimoni d’accusa.

L’accusato, a dire la verità (almeno per come appare negli atti) si era difeso piuttosto blandamente. Alla sentenza, rivolto ai giudici, aveva affermato: «Voi versate un sangue innocente, ma io insegnerovvi come si debba e si sappia morire». E prima della fucilazione: «Né reo son io, né complici ebbi giammai: e se pur ne avessi né il nome sardo né il nome mio farei prezzo di tanta infamia e di tanta viltà». E davanti al plotone d’esecuzione — dice la leggenda della sua vita, più volte raccontata nei tanti libri ottocenteschi sui «martiri della libertà»—si era aperta la camicia per offrire il petto alla scarica.

I «Primi martiri della Giovine Italia». Il primo a sinistra, dal basso, è Efisio Tola

In effetti, Efisio Tola è vittima di un’azione repressiva, durissima e dunque anche cieca, espressamente ordinata dal re in persona. Voci sulla presenza di mazziniani nel regno già erano cominciate a circolare, ma la scoperta che erano quasi tutti militari è stato uno choc: per questo le inquisizioni e i processi hanno per teatro le città dove ci sono caserme e guarnigioni militari. In pochi giorni di quella primavera ci saranno 67 arresti, 12 condanne a morte eseguite, 14 in contumacia (compresa quella di Mazzini), centinaia di anni di carcere. Dei sospettati un paio di centinaia sono riusciti a rifugiarsi all’estero, ma due dei patrioti, i genovesi Jacopo Ruffini e Antonio Boggiano, si sono suicidati per non parlare. Questi uomini non sono solo il primo consistente nucleo di mazziniani italiani, sono anche i primissimi caduti della lunga lotta per l’Italia unita e indipendente dallo straniero (e possibilmente repubblicana).Efisio Tola appartiene a una famiglia di non grande, ma antica nobiltà: un lontanissimo antenato si era coperto di gloria, quando la Sardegna era spagnola, combattendo sotto le mura di Granada. Una sua discendente avrebbe sposato il medico Francesco («Zizzu») Maria Cossiga, nonno del futuro presidente della Repubblica.

Mazziniani: il secondo seduto da sinistra, Filippo Garavetti, più volte deputato (foto della Biblioteca del Comune di Sassari)

Che ci teneva a sottolineare questa parentela, superando un po’ dell’imbarazzo che gli veniva dal dovere ricordare Efisio insieme all’altro suo fratello, Pasquale, alto magistrato, storico insigne, rettore dell’Università di Sassari, più volte deputato: ma deputato della parte più reazionaria e retriva della città. Il 1848 fu anno dei portenti anche a Sassari: gli studenti cacciarono i Gesuiti dall’Università e partirono per la guerra. Su 86 volontari della provincia, che era allora metà Sardegna, 61 erano sassaresi, ha ricordato Sandro Ruju, cui dobbiamo una serie di saggi sui «padri» della tradizione repubblicana cittadina. Sino a quell’anno Pasquale Tola aveva cercato di far dimenticare che era fratello di Efisio: da quell’anno se ne fece una bandiera, scrivendo anche — sotto pseudonimo — un commosso elogio di lui. Col risultato che sul suo nome accadde spesso ai giovani sassaresi di dividersi e scontrarsi: quando il Circolo (repubblicano) «La Gioventù» decise nel 1880 di porre una lapide in ricordo di Efisio sulla facciata della casa dei Tola si stava dipanando stancamente l’iniziativa di erigere un monumento a Pasquale: ci si sarebbe riusciti solo nel 1903.

Enrico Berlinguer, nonno del segretario del Pci

Ma mazziniano non era stato solo Efisio. «A Sassari l’avvocato Soro Pirino, influentissimo, è nostro—scriveva Mazzini nell’agosto del 1860—: gli si parli amio nome». Gavino Soro Pirino, classe 1830, fu lungo tutto l’Ottocento il Grande Vecchio del repubblicanesimo sassarese. Il più coerente e anche il più intransigente, fino a farlo entrare in rotta di collisione politica con i più importanti avvocati della città, tutti allevati al diritto e alla politica nel suo studio: non solo Filippo Garavetti, poi più volte deputato di Sassari, Pietro Satta Branca, a lungo sindaco nell’età giolittiana, fondatore nel 1891 del quotidiano La Nuova Sardegna, Enrico Berlinguer (senior, c’è bisogno di dirlo?), più volte consigliere e assessore comunale, ma anche i conservatori Giuseppe Castiglia, professore universitario, e Michelino Abozzi, per quindici anni deputato della città.Soro Pirino non era solo influentissimo. Era soprattutto circondato da un’aura quasi sacrale di stima. Mazzini era suo amico personale: scrivendo ai figli dell’avvocato, Ausonio ed Elvira, li invitava ad amare l’Italia ma anche «la povera, buona e leale Sardegna, che i re hanno sempre tradita e non risorgerà se non sotto bandiera di popolo» (nel 1861, quando si era sparsa la voce, non del tutto inconsistente, di un progetto di cessione dell’isola alla Francia, aveva scritto una serie di articoli molto polemici).

Gavino Soro Pirino

Ci sono due episodi, nella vita di Soro Pirino, che bastano da soli a disegnare un personaggio «d’una volta», come ora difficilmente se ne trovano. Primo episodio: nel 1880 viene eletto alla Camera dei deputati: non ci andrà mai, per non prestare il prescritto giuramento al re. Secondo episodio: nel 1883: ricorda su un giornale repubblicano di Tempio, «La Gallura», il caso Oberdan — l’irredentista triestino impiccato l’anno prima sotto l’accusa di voler attentare all’imperatore d’Austria —. In una frase il prefetto di Sassari legge l’«offesa verso la sacra persona del re d’Italia e reale famiglia» e lo denuncia: al processo tutti indistintamente i 59 avvocati del foro di Sassari si costituiscono a collegio di difesa. Sarà assolto, anche se il prefetto continua a bombardare il ministero degli Interni con notizie allarmanti sui «più epilettici discorsi in senso sovversivo» che si fanno intorno a lui.Nel 1891 i suoi ex allievi vincono le elezioni comunali: Soro Pirino e Manca Leoni, uniti in una lista d’opposizione, sono strabattuti. Eletti, si dimetteranno dal consiglio dopo qualche settimana.

Ormai gli avversari (in Sardegna il «grande nemico» è il cagliaritano Francesco Cocco Ortu, amico di Zanardelli e ministro, più tardi, con Giolitti, colpevole di sacrificare gli interessi della Sardegna a quelli della sua città, poderosamente en marche, come dicono) parlano di Sassari come della «Repubblica sassarese». Quando nel 1899 si dà vita all’Unione popolare, una piccola maison du peuple, che è uno straordinario strumento non solo di alfabetizzazionema anche di indottrinamento politico, gli iscritti arrivano sino a mille.

Ma al referendum del 2 giugno 1946 Sassari sarà la città più monarchica della Sardegna, col 71,7 per cento di voti per il re e 28,3 per cento per la repubblica. Dopo vent’anni di fascismo la «repubblica sassarese» è finita. Meno male che da quel giorno c’è la Repubblica italiana.

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Milosevic riabilitato nel silenzio mediatico agostano

Saura Plesio

Stare “dalla parte del torto” (copyright Céline) è scomodo ma spesso ci si azzecca. L’insolito destino di Slobodan Milosevic è quello di venire riabilitato in un azzurro mese d’agosto quando tutto tace, tutto va in ferie e i giornali preferiscono mettere in mostra chiappe e tette balneari e magari parlare di corna spiaggiaiole di qualche VIP. Assolto dai crimini di guerra per cui era stato condannato dallo stesso Tribunale dell’Aja, una struttura elefantiaca di 1200 dipendenti, già organismo giudiziario dell’ONU. La nuova fatwa consiste nel  mettere un paio di baffetti a mosca ai “dittatori” di turno et…voilà: eccovi serviti il Mostro, il Male Assoluto da debellare ad ogni costo. Li misero perfino a un comunista come Putin sul tabloid TIME, e ci vuole un bel coraggio a dare del nazista a un ex comunista del KGB, nato in un paese come la Russia che ha avuto 30 milioni di morti per mano del nazifascismo. Eppure, alla bisogna,  un bel paio di baffetti non glieli toglie nessuno. Del resto fu un comunista anche Slobo, ciò che non gli impedì di avere un paio di baffetti hitlero-chapliniani.  come da numerose fotografie, disegni e vignette.

Ricordate la pasionaria rossa Carla Del Ponte? La grande Inquisitrice del tribunale dell’Aja contro Milosevec? Alla fine combinò tanti di quei pasticci e garbugli che se la tolsero dai piedi perfino i tribunali mondialisti.

L’Uomo Nero? Era innocente. Presentato come il Macellaio dei Balcani, paragonato a Hitler, considerato alla stregua di Bin Laden, Saddam, Gheddafi. Quindi destituito e demolito insieme alla Jugoslavia. Arrestato come un criminale e lasciato marcire per cinque anni nel carcere olandese dove poi è morto, l’11 marzo 2006. Salvo poi “scoprire”, adesso, che il leader serbo Slobodan Milosevic non era il responsabile dei crimini di guerra commessi in Bosnia dal 1992 al 1995. L’orrendo massacro dellaguerra civile bosniaca, dice oggi il Tribunale Penale Internazionale dell’Aja, fu organizzato dalle milizie serbo-bosniache dello “psichiatra pazzo” Radovan Karadzic, arrestato nel 2008 e condannato a 40 anni di pena per il genocidio di Sbrebrenica, nonché per crimini di guerra e crimini contro l’umanità durante l’assedio di Sarajevo e le altre campagne di pulizia etnica contro i civili non serbi. Il principale esecutore delle “operazioni”, il generale Ratko Mladic, è stato estradato in Olanda nel 2011, presso il tribunale occidentale che adesso – a cinque anni dalla strana morte di Milosevic, vittima di un malore – dichiara che il leader di Belgrado non ha mai promosso né avallato le missioni di sterminio. Al contrario: secondo il Tpi, Milosevic avrebbe fatto di tutto per frenare Karadzic e Mladic. (fonte: Libre Idee).


Prima lo ammazzano poi lo scagionano”, scrive Santoianni  nell’Antidiplomatico.  Niente di più vero, ma la Missione è stata compiuta il 17 febbraio del 2008, data fatidica. E la vera missione è stata quella di strappare  dopo anni  di sanguinoso conflitto, il cuore alla Serbia mediante la secessione unilaterale voluta dagli USA, del Kosovo. Da tale mutilazione nacque una regione indipendente, nella quale venne installata una base militare americana come  Camp Bondsteel, venne messo  alla  guida della neonata regione,  un criminale come Hashim Thaci detto “il Serpente”, già leader dell’UCK, l’organizzazione terrorista albanese, un miserabile personaggio già abbracciato affettuosamente dall’allora segretario di stato Madeleine Albright durante gli accordi di Rambouillet del 1991 (ci sono i filmati televisivi). Uno che se ti stringe la mano devi correre a lavartela, come disse lo stesso generale Mini, che quella zona la conosce bene.  Era presidente Bill Clinton.

Nel mentre si doveva disgregare in disjecta membra, tutta la ex Jugoslavia. Belgrado venne bombardata per 180 giorni  e questo è  stato  un  drammatico e sanguinoso pezzo di storia svoltosi alle porte di casa nostra, tutta da rivedere e da  rianalizzare. Qualcuno la chiamò “la guerra dell’Ulivo mondiale” per la concertazione di forze di sinistra che vi intervenne: Clinton, Blair e pure D’Alema, succeduto a Prodi. 

Sì, ulivi macchiati di sangue, dato che allora in Italia erano tutti olivetani in salsa balcanica e la propaganda mediatica, pretendeva lo scalpo di Milosevic. Con D’Alema in primis che concesse le basi di Aviano e fece bombardare e disintegrare la Serbia per far dimenticare il suo passato “comunista” agli occhi dei nuovi padroni d’Oltreatlantico. Come se non bastasse,  ci mandarono pure a distruggere gli impianti di Telekom Serbia, che pochi mesi prima avevamo installato: sempre in guerra contro i nostri stessi interessi! E’ un vizio italico consolidato nel tempo, a quanto pare. E non solo in Libia!

L’UCK è  una vasta rete criminale organizzata con base in Albania che contrabbandava eroina e cocaina agli acquirenti in tutta l’Europa occidentale e in parte anche negli stessi Usa. Sui rapporti tra Hashim Thaci  con la Albright, vale la pena di leggere questo articolo dal significativo titolo : Le zampe del serpente: l‘ascesa di Thaci in Kosovo, un libro del giornalista kosovaro Veton Surroi racconta retroscena e misteri dell’ascesa al potere di Hashim Thaci detto “il Serpente” che pare sia implicato anche nel traffico d’organi in Nigeria.

I documenti legano i membri della mafia albanese ad un cartello traffico di droga con base nella capitale della provincia del Kosovo, Pristina. Il cartello è gestito da albanesi etnici che sono membri del Fronte nazionale del Kosovo, il cui braccio armato è l’UCK. I documenti mostrano anche che questa è una delle più potenti organizzazioni di contrabbando di eroina nel mondo”. 
 
Vecchi vizi…democratici: si esporta democrazia, ma  si importa criminalità, caos e terrore. E’ per il trionfo del Bene.   Dopotutto Thaci era ed è il Califfo  Al Bagdadi di allora,  in versione balcanica.
L’UCK si è resa responsabile di aver  saccheggiato e bruciato chiese cristiano-ortodosse, deturpato icone sacre asportando occhi a Madonne, mandato al macero e bruciato libri, presi a sassate i pullmini coi bambini serbi, distrutto i cartelli stradali scritti in cirillico.

Milosevic è stato prosciolto dalle pesanti accuse e si conferma un patriota identitario (questo blog lo ha sempre saputo), ma come al solito,  la Verità arriva sempre troppo tardi.

Il coraggio di Peter Handke, il più grande drammaturgo moderno in lingua tedesca al funerale di Milosevic. Discorso sulla sua tomba il 18 marzo 2006:

«Avrei desiderato non essere l’unico scrittore qui, a Pozarevac.
Avrei desiderato essere al fianco di un altro scrittore, per esempio
Harold Pinter. Sarebbero state parole forti. Io non ho che parole di
debolezza. Ma la debolezza si impone oggi, in questo luogo. È un
giorno non solo per le parole forti, ma anche per parole di debolezza.
»(Ciò che segue è stato pronunciato in serbocroato – testo redatto da
me medesimo! – e ritradotto in seguito da me stesso in tedesco
). Il
mondo, quello che viene chiamato il mondo, sa tutto sulla Jugoslavia,
sulla Serbia. Il mondo, quello che viene chiamato il mondo, sa tutto
su Slobodan Milosevic. Quello che viene chiamato il mondo sa la
verità. Ecco perché quello che viene chiamato il mondo oggi è
assente, e non solamente oggi, e non solamente qui. Quello che viene
chiamato il mondo non è il mondo. Io so di non sapere. Io non so la
verità. Ma io guardo. Io ascolto. Io sento. Io mi ricordo. Io
interrogo. Per questo io oggi sono presente, con la Jugoslavia, con Slobodan Milosevic

Da segnalare l’intervista a Peter Handke”In Kosovo c’è solo odiosu Arianna Editrice

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I ROTHSCHILD HANNO PERSO IL CONTROLLO DELL’ECONOMIA GLOBALE

KATEHON

Mikhail Khazin
Jacob Rothschild ha espresso la preoccupazione per lo stato dei mercati finanziari. Secondo lui, l’umanità ha sperimentato “il più grande esperimento di politica monetaria nella storia del mondo“. Il russo esperto di economia, Mikhail Khazin, ha espresso la sua posizione in relazione a questa dichiarazione.

In generale, nel nostro tempo è pericoloso utilizzare il nome di Rothschild, voi potete essere accusati di cospirazione. Io non sono nemmeno sicuro, che una tale persona esiste. Più precisamente, non credo che lui abbia il diritto di dire qualcosa di diverso dall’immagine che è stata creata per lui. Ma in ogni caso, non sono d’accordo con questa opinione. Le banche centrali sarebbero felici di non fare questi esperimenti, ma loro sono spinti dalle circostanze. Il fatto che loro stanno facendo tutto allo stesso tempo – questo non è il risultato di una cospirazione, ma un risultato di circostanze oggettive. Sono stati ostacolati per un tempo molto lungo. Questo è il motivo per cui c’è la sensazione di collusione. Sì, ora sono veramente unite e devono interagire tra di loro per trovare una via d’uscita da questa situazione. Ma in realtà è assolutamente senza speranza. Probabilmente, le banche centrali sono le vittime delle circostanze, che sono i creatori di questo disastro economico.

Se assumiamo che Rothschild esiste, in questo caso si tratta di un uomo molto vecchio. La sua idea di come dovrebbe essere effettuato il sistema di gestione del denaro è stata progettata tanti anni fa. Poi, è la Federal Reserve Bank che in realtà sta controllando tutto. La strategia della banca è stata effettuata dalle istituzioni di Rothschild, in primo luogo – “Goldman Sachs“.

Da quel momento, la situazione è cambiata. Al momento attuale, la banca sta cercando di riprendere il controllo, ma questo sarà molto difficile. La Federal Reserve Bank è sotto controllo della Casa Bianca, e gli uomini della “Goldman Sachs” non sono rappresentati nell’amministrazione di Obama dal 2013. Sono passati tre anni da quando i Rothschild hanno perso il controllo dell’economia globale. Anche se la famiglia famosa sta cercando di migliorare la situazione , questo non porterà ad alcun risultato buono. Tutti i capi delle banche centrali sono con le spalle al muro.

La situazione geopolitica è una conseguenza della situazione economica. L’intero modello di controllo della geopolitica, che è stato costruito nel 1944, e, infine, fondato nel 1991. Dal momento della distruzione dell’URSS è stato costruito  un modello economico del dollaro. Questo modello non funziona più, in modo che la configurazione geopolitica si sta disintegrando.

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ESCALATION NEOCON: HANNO FRETTA DI ‘FARE’ IL KURDISTAN

Buttata la maschera,  l’America minaccia  MILITARMENTE Siria e Russia; ammette di avere sul territorio siriano truppe e commandos         americane  che combattono contro il governo di Damasco a favore dei separatisti curdi; crea un “no fly-zone” di fatto sulla particella di territorio siriano che ha promesso ai curdi di rendere indipendente.  Il generale Stephen Townsend, comandante delle forze Usa in Irak e Siria,  ha dichiarato: “Abbiamo informato i russi     di cosa siamo pronti a  fare —-ci difenderemo se minacciati”.

L'inviato Usa Brett McGurk ha incitato i curdo-siriani a dichiararsi autonomi - Kobani, gennaio 2016
L’inviato Usa Brett McGurk ha incitato i curdo-siriani a dichiararsi autonomi – Kobani, gennaio 2016

L’antefatto sono i combattimenti in corso nel nord, ad Hasakah,    tra le truppe siriane e la  milizia curda dell’YPG, spalleggiata da  centinaia di  commandos americani.  Qui è una specie di situazione analoga a quella di Aleppo, ma rovesciata:   l’esercito siriano   occupa la città, ma è circondato dalle milizie curde.    Lo YPG ha intimato ai regolari di abbandonare Hasakah;  ma l’esercito di Assad lì è il solo protettore della grossa minoranza cristiana (assira) ed altre, che temono – a ragione – di dover subire la pulizia etnica che i curdi hanno la meglio. Per loro infatti Hasakah deve diventare una delle città del futuro stato curdo, secondo un programma ben collaudato:  1) pulizia etnica delle minoranze,2) indizione di “libere elezioni”  con plebiscito per l’appartenenza allo stato curdo prossimo venturo, garantito da Usa e Sion.  Non è stata fatta così anche l’unione risorgimentale dell’Italia al regno sabaudo?

La milizia curda è assistita dagli americani con la scusa che “combatte lo Stato Islamico”  – che nella zona non c’è. Combatte invece l’armata legittima di Damasco. Qualche giorno fa gli aerei di Assad hanno bombardato le posizioni  YPG,  per aprire una strada di rifornimento alle sue forze (regolari e milizie cristiane)  chiuse nel centro città.    In questo bombardamento – così accusa il Pentagono –   poco è mancato che le truppe americane venissero colpite; di qui una prova di forza Usa, con caccia F-22 lanciati all’inseguimento dei caccia siriani;   il Pentagono ha accusato Mosca, che ha risposto di non entrarci nel bombardamento di Hasakah;  invece di appianare la situazione, gli americani si sono impegnati in una gravissima esclalation, di fatto minacciando di abbattere gli aerei che sorvolano Hasakah, russi o siriani che siano.

Hasakah - E unaAleppo a rovescio. Ad essere assediati sono i siriani e i cristiani, i curdi li hanno chiusi dentro.
Hasakah – E una Aleppo a rovescio. Ad essere assediati sono i siriani e i cristiani, i curdi li hanno chiusi dentro.

Sarà bene ricordare che – in base al diritto internazionale – non c’è alcuna base legale alla presenza di forze armate USA. Per questo, quando l’Air Force (dice)  di aver cercato di contattare le forze siriane che stavano colpendo i  militari americani sul terreno, Damasco ha ignorato il richiamo –  altrimenti sarebbe stato ammettere che gli Usa sono un nemico occupante.  Per tutta risposta, il Pentagono –   invece di sloggiare le sue truppe da Hasakah, ne ha rafforzato il contingente.     L’enormità della situazione è stata rilevata dal giornalista tedesco Thomas Wiegold che ha twittato: “Come? Ora gli Usa praticano il divieto di  operare alle forze di un paese sul suo territorio?”.

Il punto è  che il voltafaccia di Erdogan ha messo in grave pericolo la promessa  fatta da Usa e Israele ai curdi, di ritagliare per loro uno stato indipendente  (e  loro satellite) nella zona tra Turchia, Siria, Irak e Iran. Erdogan si è recentemente  pronunciato, in inaudita coordinazione con Teheran per “il mantenimento dell’integrità territoriale  della Siria”, di cui quindi Turchia e Iran si fanno garanti (insieme ai russi  e a Pechino):  quindi nessuno smembramento della Siria per linee etniche e religiose; capendo finalmente che la Turchia, dal progetto, ha solo da perdere – un terzo del suo territorio, abitato dai curdi.  Lo ha ripetuto qualche giorno fa il nuovo primo ministro turco Yildirim:  “Nei prossimi sei mesi giocheremo un ruolo più attivo in Siria, voglio dire non permetteremo che la Siria sia divisa secondo linee etniche  – ci assicureremo che il   suo governo  non sia basato su etnie”.

 

Il fatto è che l’anno scorso,  i rappresentanti della regione curda (già autonoma  sotto la costituzione siriana)  hanno elevato un annuncio di federalizzazione: annuncio unilaterale, non concordato, incostituzionale –  su  aperta istigazione statunitense, che ha dato ai secessionisti addestramento, armi, munizione e  350 milioni di dollari “per combattere l’IS”.

Ancora una volta si noti: secondo le convenzioni di Ginevra   una potenza occupante non ha il diritto di separare,  occupare, ritagliare un pezzo di un  paese che occupa. Ma ormai è chiaro che per i neocon che hanno occupato la poltitica estera Usa, i trattati internazionali sono  stracci di carta; la forza è la sola ‘ragione’; e “la pulizia etnica funziona”, come  dicono al Pentagono.

http://www.maurizioblondet.it/forse-la-mappa-impazzire-erdogan/

Oltrettutto,  i folli sentono l’urgenza frenetica di contrarre i successi di Mosca nell’area, di “far pagare un prezzo a Putin” e “ad Assad”; recuperare il danno inferto al loro progetti da Erdogan, e vendicarsi di lui; mantenere la promessa ai curdi, loro tanto servizievoli satelliti.

Quindi rispondono alzando la posta,  aggiungono caos al caos, e minacciando l’ampliamento della guerra  (alla Turchia? All’Iran? Alla Russia? ) sicuri della loro superiorità militare, fanno la politica definita “sull’orlo dell’abisso”:  a ritrarsi dall’abisso saranno i nemici, pensano loro.

L’orribile attentati di  Gaziantep, che ha sterminate  più  di cinquanta curdi partecipanti al matrimonio di un capoccia locale, capo del partito curdo rappresentato ad Ankara,  si deve situare in questo quadro. Naturalmente Erdogan  ha accusato l’ISIS (ha imparato dagli  americani); i curdi presenti hanno accusato Erdogan.  Non senza ragione, credo.  Nella gara all’escalation irresponsabile, i neocon non sono i soli.

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L’Italia di Renzi preoccupa gli Stati Uniti

Giulietto Chiesa
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Ma che succede? Tutti i più importanti giornali anglosassoni, e non solo loro, guardano alla situazione italiana con improvviso interesse.

Vale per il Wall Street Journal e per il New York Times, per il Financial Times e per L’Economist. Ma non è l’Italia che non cresce quella che preoccupa Wall Street e la City of London. E’ l’italia che potrebbe votare “no” al referendum d’autunno sulla “deforma” costituzionale. Le lamentazioni sono forti e prolungate. Gli scenari sono oscuri. E se gl’italiani dicessero davvero no? Per il Wall Street Journal sarebbe un “più importante del brexit. El Pais (che in Spagna è il giornale più filo-americano, come ormai lo è, in Italia, la Repubblica), dedica un editoriale per definire l’Italia “il malato d’Europa“. Insomma: Matteo Renzi potrebbe non farcela. Con questo abbiamo ora la certificazione assoluta che Renzi rappresenta simultaneamente, in Italia, il pensiero unico della globalizzazione neo-liberista e il disegno delle elites globali di cancellare le sovranità nazionali insieme agli ultimi residui di democrazia rappresentativa che ancora non sono stati cancellati dai parlamenti occidentali.

Sembra proprio questa la vera preoccupazione imperiale e dei suoi esegeti: che non riesca in Italia il tentativo di cancellare la democrazia della Costituzione in vigore e sostituirla con un regime vero e proprio che garantisca per una lunga fase la tranquilla gestione del potere italiano da parte della finanza internazionale.

Non è dunque soltanto la mancata crescita dell’Italia, le sue banche in sofferenza, il disastro delle corruttele, ciò che preoccupa Washington e Londra: è che l’attuale situazione politica si trasformi in una débacle per il governo in carica. Dopodiché, sembrano dire tutti, in coro, sarebbe il diluvio dell’ingovernabilità (in realtà sarebbe il diluvio per la “loro” governabilità).

Il problema è l'”errore di calcolo” di Renzi, che avrebbe eccessivamente personalizzato il risultato del referendum, gridando ai quattro venti che, in caso di sconfitta, si dimetterebbe. Ma queste cose — gli suggeriscono, in ritardo, i suoi consiglieri stranieri — non si fanno mai!

Il fatto è che, a quanto sembra, Renzi è il secondo in breve tempo, tra i leader europei, a fare un errore del genere: dopo Cameron. Ma che ci vogliamo fare? Le situazioni imprevedibili si moltiplicano a ritmo sempre più intenso. Anche i colpi di stato una volta riuscivano al primo colpo, Mentre adesso, vedi la Turchia, forse bisognerà rifarlo.

Il fatto è — ma questo a Washington non l’ha valutato — che Renzi, nei suoi due anni di governo ha puntato tutto proprio sulla cancellazione della Costituzione e sulla legge elettorale che gli avrebbero dovuto dare il controllo perituro del paese per il prossimo decennio. Se non gli riuscisse questo “uno-due” (cioè se il paese gli dicesse sonoramente di no) come potrebbe restare al potere? E le elezioni politiche si profilano tra meno di due anni. E, con un Movimento 5 stelle che sembra in crescita (sembra) non c’è da scherzare troppo. E formare un’alleanza che tenga in piedi un altro governo (il presidente Mattarella non potrebbe sottrarsi dal prendere atto della crisi politica), magari tecnico, con la destra di Berlusconi, che è a sua volta in stato comatoso, sarebbe impresa titanica.

Dunque gli scenari sono quasi tutti pessimisti, anzi pessimi. I suggerimenti anglosassoni sono tutti sull’economia: Renzi tagli le tasse al più presto e l’Europa sia più accondiscendente con il suo uomo a Roma, cioè guardi ai suoi conti con minore severità. Del resto l’ha già fatto con la Germania, il Portogallo, la Francia. Con tutti meno che con la Grecia.  Ma il tempo stringe. Bisognerà che Renzi inventi un altro regalino da 80-100 euro per gli elettori incerti (che sono ormai la maggioranza). E non è detto che funzioni.

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LE TESTATE NUCLEARI AMERICANE SI SPOSTANO IN ROMANIA?

KATEHON

18.08.2016
Tuttavia, questo si trasforma il paese in un obiettivo legittimo per le armi nucleari russi.

Secondo il quotidiano “EurActiv”, gli Stati Uniti hanno iniziato il processo di rimozione delle testate nucleari, che sono sulla base dell’aeronautica militare turca “Indcirdik”. La destinazione ulteriore è la base di Deveselu in Romania, dove ci sono gli elementi del sistema di difesa missilistica degli Stati Uniti. I funzionari rumeni negano queste informazioni. Negli Stati Uniti anche non commentano.

Il divorzio con la Turchia

Secondo il quotidiano, il motivo per un tale passo degli Stati Uniti è il deterioramento delle relazioni con la Turchia dopo il crollo del colpo di stato, sostenuto dagli americani. Gli Stati Uniti vorrebbero portare le testate sul territorio dell’alleato più affidabile. Indirettamente, questo conferma l’informazione e la possibilità di uscita della Turchia dalla NATO.

L’esportazione di armi nucleari dal territorio di “Incirlik” non può avvenire senza il consenso della Turchia. 70 bombe nucleari tattiche sono stoccate sulla base turca. Tuttavia, l’ammissione al territorio della base degli aerei da trasporto militari americani può essere risolta solo con l’accordo delle autorità turche. Dopo il colpo di stato, la Turchia ha introdotto una moratoria sul decollo e l’atterraggio per qualsiasi basi aeronautiche.

Perché la Romania?

La disposizione delle testate tattiche, presso il territorio, che ha un valore puramente difensivo, indica l’uso duplice della base. Inizialmente, questa era una vecchia base aerea sovietica sul territorio del quale, nel 2016, è stato messo un complesso di difesa missilistico Aegis Ashore. Le caratteristiche tecniche dell’oggetto e lo status extraterritoriale della base permettono agli Stati Uniti di dispiegare sul territorio non solo il complesso di difesa missilistico, ma anche i missili da crociera “Tomahawk”, con le testate nucleari tattiche, volti contro la Russia. Allo stesso tempo, lo stoccaggio aggiuntivo delle testate nucleari sulla base di “Deveselu” richiede la costruzione dell’infrastruttura.

Da un punto di vista politico, la Romania è un paese interamente di proprietà degli Stati Uniti paese, senza sovranità reale, ma geograficamente vicino alla Russia e il Medio Oriente, in cui potrebbero essere utilizzato per lo stoccaggio delle armi nucleari tattiche. Tuttavia, questo si trasforma il paese in un obiettivo legittimo per le armi nucleari russi.

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