PRIMAVERA IN ITALIA, AUTUNNO AVANZATO IN EUROPA. UNA CONFERENZA ITALIANA.

di Heiner Flassbeck

traduzione di @Rododak

Questo fine settimana sono stato invitato a una conferenza nel Nord Italia sulla situazione economica mondiale ed europea. Hanno partecipato molti scienziati di altissimo livello, così come politici di primo rango, provenienti dall’UE e dalla BCE (è possibile visitare il sito web qui   e qui  c’è una delle interviste che ho dato (in italiano)).

È stato sconfortante vedere e sentire una volta di più quante idee sbagliate sulla crisi europea ancora sopravvivono e quanto sia difficile – scientificamente e ancor più politicamente – trovare una soluzione o almeno concepire una strategia che vada in quella direzione. Voglio sottolineare ancora una volta i più importanti punti che restano incompresi. Mi soffermerò in particolare sull’Italia con alcuni semplici argomenti che sono difficili da confutare, ma, come le discussioni hanno dimostrato, anche non facili da comunicare.

Alcuni dei paesi in crisi stanno avendo successo!

Questa è una fantasia ossessiva di molti, ma qui il desiderio è il padre del pensiero. La tesi è che i paesi in crisi si sono ripresi, che questa è la prova che le “riforme strutturali” stanno funzionando e che sarebbe un grave errore politico non portarle avanti. Tuttavia, come mostriamo in quasi tutte le analisi cicliche che pubblichiamo (vedi qui   qui  per l’ultima) questo non è vero per l’Europa del sud. I dati statistici solidi non mostrano una svolta. Il calcolo del PIL da parte degli uffici statistici, che dichiarano uno 0,5 o 0,8 per cento di crescita, è costantemente citato per dimostrare che la svolta c’è stata, che i paesi in crisi sono tornati a crescere, in primis l’Italia (economicamente parlando il paese più importante tra quelli in crisi). Ma alla base di tutto questo c’è una pura e semplice mancanza di comprensione. Questi numeri non dimostrano assolutamente nulla. La crescita che viene segnalata può essere dovuta al caso o, come abbiamo sempre avvertito, cifre rosee possono derivare dall’obbedienza e dall’orientamento ideologico degli uffici statistici: raccatteranno tutto ciò che può essere raccattato pur di alzare le cifre della crescita. Mentre noi usiamo parametri diversi e accuratamente scelti per le nostre analisi cicliche: valutiamo l’andamento dei nuovi ordinativi e delle costruzioni, le vendite al dettaglio, l’evoluzione dei prezzi, l’inflazione e il tasso di occupazione. Sulla base di questi dati, si può affermare con sicurezza che non vi è stata praticamente alcuna ripresa in Europa del sud.

Ma l’Irlanda sta crescendo di nuovo!

Un’altra affermazione tipica. A ogni conferenza, qualcuno che proviene dall’Irlanda darà una panoramica estremamente dettagliata delle strategie che sono state attuate in Irlanda e di quanto successo abbiano avuto. Questo dà a molti l’impressione che il caso irlandese sia interessante e che dall’Irlanda abbiamo molto da imparare. Quello che di solito è dimenticato (ma noi lo abbiamo ripetuto più volte, ad esempio qui  nel nostro esame dettagliato dei cosiddetti paesi del programma), è il fatto semplice, ma essenziale, che l’Irlanda non può essere paragonata a nessun altro paese. La sua struttura economica è unica ed estremamente particolare: l’Irlanda ha una quota di export di oltre il cento per cento del PIL. Ho fatto notare, questo fine settimana, nel corso di una discussione, che l’Italia e gli altri paesi dell’Europa meridionale hanno esportazioni pari al 25 per cento del PIL. Questo dovrebbe porre immediatamente fine alla discussione. Il caso irlandese non può essere generalizzato. Tuttavia, scommetto che questo fatto non viene menzionato nel novanta per cento delle conferenze e quindi l’Irlanda continua a essere portata come prova che le “riforme” stanno funzionando. Se gli economisti si comportassero come scienziati, non sarebbe necessario ripetere lo stesso punto più e più volte. Tutti lo avrebbero accettato, perché è inconfutabile. Ma l’economia è diventata estremamente politicizzata. Non si ricerca la verità.

Tutti gli europei devono diventare competitivi!

Non ci crederete, ma questo argomento è ancora ripetuto e addirittura con forza rinnovata. La prima considerazione economica di base sull’Europa, da cui tutto il resto dovrebbe seguire, è che l’Europa è una grande economia quasi chiusa, che ha un tasso di cambio liberamente fluttuante nei confronti del resto del mondo. Ma sembra impossibile farlo entrare in testa ai responsabili politici. Il fatto che il tasso di cambio ha la funzione di compensare le differenze di competitività tra economie e che, di conseguenza, qualsiasi tentativo di competizione tra nazioni in queste condizioni è privo di senso, cozza contro il loro desiderio che ci debba essere qualcosa come la concorrenza tra nazioni, che sarebbe presumibilmente “meglio”.

C’è anche un errore molto peggiore: l’idea che tutti gli europei debbano cercare di ottenere la stessa cosa allo stesso tempo, che tutti abbiano bisogno di diventare più competitivi. Questo obiettivo, che è ovviamente impossibile, viene proclamato senza scrupoli, come è evidente. Anche in questo caso, basterebbero due minuti per salvare il mondo da un obiettivo così disastroso – almeno per il momento. Come e perché gli economisti non lanciano l’allarme ogni giorno e non correggono i politici che stanno propagandando questa assurdità?

Quello che l’Italia e gli altri stanno facendo va nella direzione giusta!

Anche la maggior parte di coloro che capiscono quello che è successo nell’Unione Monetaria Europea credono che la crisi si possa risolvere con aggiustamenti graduali, con piccole ma permanenti “riforme strutturali”.  Ma il problema italiano è il suo svantaggio competitivo con la Germania, come abbiamo ripetuto più volte. Dall’inizio dell’unione monetaria, il costo unitario del lavoro in Italia è aumentato del trenta per cento in più rispetto alla Germania.

L’Italia è orgogliosa di quello che ha realizzato nel frattempo in termini di riforme del sistema politico (vedi ad esempio i due articoli di Giuseppe Vandai la scorsa settimana sul nostro sito tedesco). Ha anche riformato il mercato del lavoro, andando nel senso della cosiddetta flessibilizzazione, diminuendo la tutela dell’occupazione e puntando a una maggiore flessibilità dei salari. In ogni intervista un giornalista italiano inizia con la stessa domanda: è giusto o no quello che stiamo facendo ora nel mercato del lavoro?

I politici Italiani naturalmente credono che, se si va nella giusta direzione, si è già fatta la cosa giusta. Questo è sbagliato. Non voglio e non posso analizzare nel dettaglio se ciò che sta accadendo nel mercato del lavoro italiano è giusto o giustificato. Ma posso dire molto chiaramente e inequivocabilmente che questa riforma del mercato del lavoro non risolverà il problema italiano all’interno della Unione monetaria europea, nemmeno se tali misure vanno nella giusta direzione. Supponiamo che, in seguito a queste misure, fosse possibile da oggi in poi comprimere i salari italiani e il costo unitario del lavoro di un punto percentuale all’anno (dato che la produttività italiana non è attualmente in crescita, la caduta dei salari nominali dell’uno per cento significherebbe anche un calo del costo unitario del lavoro di un punto percentuale). Anche in questo caso l’economia italiana, se i salari e il costo unitario del lavoro aumentassero in Germania e negli altri principali partner commerciali, ci metterebbe molti anni a recuperare la propria competitività in questo modo (dieci o venti anni, non è rilevante).

Ciò non significherebbe null’altro che il mercato interno italiano, da ora in poi, anno dopo anno, non farebbe che contrarsi e che la deflazione aumenterebbe – e questo per i prossimi dieci o venti anni. Per molti anni successivi, la riduzione dei salari e una maggiore competitività non mostrerebbe alcun effetto positivo, perché il divario assoluto con la Germania rimarrebbe elevato e non si potrebbero recuperare quote di mercato. In realtà, per l’Italia questo significherebbe altri cinque-dieci anni di recessione, oltre alla attuale recessione che dura già da cinque anni. Crescerebbero la disoccupazione e la disperazione tra la gente. Questo è semplicemente fuori questione. Politicamente parlando, non si può fare. La democrazia non sarebbe in grado di resistere alle forze che si solleverebbero. Ogni governo filo europeo sarebbe rovesciato e il nazionalismo celebrerà la sua vittoria con una vendetta.

A Cernobbio ho dato un messaggio semplice, ma sorprendente. Probabilmente ha scioccato il pubblico italiano. Il messaggio è che l’Italia può decidere se vuole morire lentamente o se vuole morire in fretta. Morirà lentamente se si muove a piccoli passi o se non progredisce affatto. Ma può anche morire in fretta, se cerca, come hanno tentato la Grecia, la Spagna o il Portogallo, di ridurre i salari in un tempo molto breve di qualcosa come il venti o il trenta per cento.

Il punto è facile da capire, ma gli economisti mainstream si rifiutano di fare i conti con quello che è palesemente evidente: il livello generale dei salari in un paese come l’Italia (o la Francia) non può essere ridotto così tanto senza scatenare una catastrofe economica. Gli economisti mainstream parlano di tante cose, ma non affrontano mai il punto essenziale, la questione che davvero conta.

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